L’amicizia ai tempi di facebook

Com’è e come non è, da un semestre ho vinto le mie reticenze iniziali sui social network per buttarmi nella mischia, con un profilo con nome reale ad uso e consumo delle conoscenze vere.
Prima usavo un paravento, un po’ perché spesso non hai voglia di condividere certe questioni con il tuo vicino di scrivania che t’ha chiesto l’amicizia, un po’ perché vivevo la partecipazione sociale da lurker, per vedere foto di qualche amica e nulla più.
Avevo anche l’esperienza blandamente negativa dell’altra rete sociale, quella lavorativa seria. Avete presente quale? Quella in cui uno che deve cambiare posizione si ritocca il profilo venticinquemila volte, e chiede “Vorrei includerti nella mia rete professionale” anche al primo cane che passa per la strada, convinto che, per essere più attrattivo professionalmente, devi avere la tua rubrica da misurare al chilo. Ora vanno anche molto di moda gli endorsement, tutta una graticola di pacche sulle spalle virtuali per dire quanto sei bravo su cose utili e futili “Ah si, sai utilizzare Latex da dio”, “Tizio ha detto che sei bravo a fare questo, ora è il tuo turno di nominare chi è forte in una qualsiasi branca dello scibile”. Pietà, c’è gente che si dà il fard al profilo ogni santo giorno.

Torniamo a FB. La partecipazione a ben due gruppi sportivi e l’esigenza di dover ricevere i messaggi da loro diramati m’hanno convertito lentamente al blu e bianco. Alla fine ho pure rinsaldato i rapporti con alcune amiche perse di vista, perché telefonare a mezzanotte, unico momento libero, non è ben visto. E, cosa ancora più gustosa, ho aperto gli occhi su tutta una certa fauna e flora telematica.

Tra i ragazzi giovani, la gran moda è la foto di profilo di coppia, ognuno con la rispettiva fidanzata, o fidanzato. I più arditi e adolescenti, appena imboccano la svolta della loro vita sentimentale, tendono a pubblicare una foto di bacio con in bocca mezzo metro di lingua, la lingua dell’amore (direbbe Elio).  Alcuni si lasciano, e vedi nello status dei due ex un rimpallo di allusioni. “Ma chi ti vuole, ma chi ti cerca!” “Invece di sclerare, rispondi ai messaggi!”

I tipi più grandi sono più discreti. Per alcuni noti l’andamento delle loro relazioni a colpi di condivisioni di animaletti teneri, normalmente se hai entrambi i poli della relazione nella tua rete di conoscenze vedi le corrispondenze di immagini e commenti, canto e controcanto che si intrecciano, fusa sommesse. Fa anche piacere.

Tra gli amici può capitare anche il tipo ossessivo. Quello a cui, per sbaglio, commenti un post, e lui ti fa cinque commenti di risposta. Poi vedi che un altro commenta lo stesso post e lui riparte con un altra salva di repliche. Dopo hai quasi paura.

Poi, le condivisioni. Spesso c’è molto che ti strappa il sorriso, altre volte preferisci passare oltre. Personalmente non amo i link pietisti, condividi questo se hai un cuore con la foto del bambino con una evidente neoplasia. Non lo so, quanto è sensibilizzare e quanto è mercificare questo tipo di immagini per diventare una pagina più cliccata all’interno del network? Mi da parecchio da pensare.

E alla fine, dulcis in fundo, la mia pagina preferita: Trova i tuoi amici. Non so che criteri utilizzino per incrociare i dati e riportare le migliori occorrenze. Di fatto, al primo posto un ex. Al secondo posto un profilo inventato, ho motivi seri per pensare a una compagna d’università.  Terzo posto, altra compagna di scorribande con profilo vero, ci siam perse di vista. Altre due posizioni, persone che conosco realmente e con cui ho un buon rapporto, molto più di tutti gli altri indicati sotto.  Il che dà la misura di quanto un social network possa conoscere  di te da semplici correlazioni. Molto. Forse troppo.

 

Ho la vita che corre a cento all’ora

Ho la vita che corre a cento all’ora, no duecento, perché cento li fa anche la panda lavatrice che avevo un tempo, quella che quasi quasi se schiacciavi l’acceleratore partiva la centrifuga.

Lavoro lavoro, tanto lavoro, che sembra quasi che all’incedere nei quaranta qualcuno si accorga che sei una persona seria e ti chiede di tutto e di più; e meno male, santo lavoro che ci inondi e che ci sommergi, se non ci fossi sarei lì a masticare fiele contro il mondo intero, o contro me stessa. Tenere il cervello a pieno regime serve eccome.

Eppure qualche pezzo in questa folle corsa lo perdo.
Il Grande cresce, corre in bici, va in gita scolastica e non rientra a dormire, ha il suo mondo, ha amici che già ansimano e parlano di sesso ma undici anni è troppo presto, che diamine! Il Grande cresce e fra poco è più alto di me, strano miscuglio di uomo e di bambino: un momento parla di argomenti serissimi, nell’altro ha lo sguardo perso e si interroga su come il compagno Matteo riesca a fare strabilianti puzzette con l’ascella.
Il Piccolo ha compiuto otto anni, si rende conto di tante cose e mi interpella chiedendomi tanto. Ha bisogno di tempo e di silenzio per affinare la sua concentrazione, lui che non sopporta i rumori e a scuola è talvolta infastidito dai compagni che parlano durante la lezione. Eppure quando si concentra la sua mente è un fulmine, ha abilità matematiche notevoli e tante domande inespresse.

Io vorrei moltiplicare il tempo, per capire meglio i miei ragazzi e le loro evoluzioni, per ritrovarmi con il mio compagno nel nostro porto sicuro, per intravedere me stessa in questa fase di cambiamenti. Lotto, ho il viso segnato e la memoria che talvolta difetta, smagrisco e sono ormai perennemente in tuta da ginnastica.
Ma mi sento viva in questa volata, e questo per me conta.

Vita in cucina, ovvero i miei due giovani tiranni

Ora che i ragazzi sono abbastanza grandi le mie domeniche trascorrono in funzione delle loro richieste.
Col Piccolo le attività sono più semplici, più o meno legate ai compiti assegnati a scuola. Non che lui abbia bisogno di aiuto, piuttosto di presenza. Per cui viviamo entrambi in cucina: lui fa le operazioni e io, seduta accanto, pelo patate; lui fa i pensierini e io, alle sue spalle, rimesto la pietanza nel tegame. Mi accorgo che più i suoi doveri si protraggono più cucino, rimesto, strafaccio.

Per fortuna i compiti finiscono, ed è allora che subentra il Grande. Nei suoi undici anni è in grande fase creativa, e uno dei modi per scatenarsi è mettersi ai fornelli. Allora, per fornire ali alla sua passione e fondamenti ai suoi slanci, abbiamo scelto insieme un libro di cucina abbastanza “maschio”, di un cuoco con la barba dall’occhio freddo e dal parlare spigliato. Abbiamo pattuito, con il mio bel ragazzino, l’accordo di un piatto a settimana a sua scelta la cui preparazione viene eseguita davanti al mio occhio vigile.
E’ una grande avventura che affrontiamo ogni volta, lo vedo nel pieno della sua preadolescenza, a volte sbruffone e spavaldo, a volte ingenuo e sprovveduto, ma sempre costante e meticoloso. E’ un modo per non perdere il contatto con lui, negli anni della sua grande metamorfosi, scambiando idee opinioni e affetto, tanto affetto.

Così passano le mie domeniche, tra uno spezzatino di baccalà e una monumentale zuppa inglese, e dire che saremmo tutti a dieta. Successivamente, mi godo la solitudine al momento di lavare i piatti…

Serena Pasqua o Festa della Primavera a tutti!

Di me

Di me si dice che rido tanto, mi stresso parecchio e dormo abbondantemente.

Sulla terza confermo, durante il fine settimana mi spengo, appassisco nel letto e in assenza di altre emergenze filiali non emergo prima delle undici. Veramente, talvolta è impossibile vedere un film in mia compagnia, dopo i primi dieci minuti crollo rovinosamente, la lente a contatto si plastifica sulla cornea e dopo scorrono litri di lacrime artificiali per rimuoverla.

Anche la seconda è vera. Son sempre stata un’anima in pena per quel che devo fare, anche quando avevo tutte le competenze e le conoscenze per far qualcosa mi ponevo ogni genere di problemi e una molteplicità rara di fisime, io stessa ero dilaniata tra la me che se la faceva sotto e la me che poteva assumersi il carico. Vinceva di misura quest’ultima.

E anche la prima non è falsa. Da quando ho cambiato carattere (e ho consistentemente lavorato su di me per farlo) rido in modo fragoroso. Ricordo all’Università, in prim’anno, c’erano certe esercitazioni noiose e fatte male in uno stanzone da trecento persone. Io e la mia amica Tess eravamo lì a cercare di seguire, sovente quando l’attenzione era sotto i tacchi estraevo un libriccino arancione e iniziavo a calcolare ascendenti ai malcapitati vicini, anche loro distratti. Ci facevamo delle risate incredibili, leggevamo e tutti confermavano “Sì, torna tutto.” anche se non era vero niente e nessuno avrebbe dato una lira ognuno ritrovava il passato e il presente in quelle analisi strampalate; abbiam conosciuto mezzo corso in questo modo. Stasera chiacchieravo con Tess al telefono e rievocavamo le ridarelle di quel tempo. E visto che per buona parte della vita ho vestito i panni di studente attenta e di lavoratrice seria, quei momenti di leggerezza e incoscienza non li rinnego, anzi un po’ mi mancano.

 

Alcune volte

Alcune volte vorrei avere una bacchetta magica e dei poteri incredibili per trovare soluzioni, risolvere grossi problemi di salute, alleviare il dolore di una persona amica, dare tranquillità e prosperità a chi mi sta vicino.

Alcune volte mi sento impotente. E mi dispiace.

 

Da youtube: Pink Floyd, If

 

Di figli

Il mio primo figlio ha la frangia lunga e gli occhi grandi aperti verso il mondo. Parla tanto, ha uno spirito sagace, ride tanto e tutto il mondo intorno si illumina. Talvolta fa il primo della classe e si fa fatica a confinarlo. Ha tanti talenti, è tenace nell’impiegarli, brontola tanto se ha dei compiti da fare controvoglia, ma agisce. E’ dolce, soprattutto con me, con il padre, con suo fratello e con il suo amico, anche se sa essere smarronante e temibile con coloro che non lo prendono sul serio.

Il mio secondo figlio ha i capelli corti biondini. Prima non parlava, ora parla a voce tanto alta. Ride tanto, ama i giochi al computer, è velocissimo in matematica. Quando si offende, contro se stesso o contro gli altri, è un vero piombo, una bestia feroce, una fauve, e occorre fare sacrifizi propiziatori perché si plachi. Ha un cuore grande, ama tanto il fratello, è tenero con la sua mamma, quasi protettivo e sa essere molto attento anche col padre.

Il mio terzo figlio l’ho cercato e non arrivava. Il mio terzo figlio era un’idea che ronzava in testa e  poi uno si mette l’anima in pace e lo trova. Il mio terzo figlio non è mio consanguineo, non l’ho adottato e, cosa insolita, non è più piccolo degli altri due. Il mio terzo figlio ora viene spesso a casa, parla a voce alta, ha una risata travolgente. Gioca e cresce con i miei due ragazzi, ha conosciuto momenti tristi ma ora vive gagliardo il presente. E’ Monello dagli Occhi di Giada, il compagno del Grande; ha perso la mamma, e chi perde la mamma è figlio di tutti moralmente, ognuno deve fare la sua parte. Quanto son felice di sentirli tutti e tre lì in salone a divertirsi, i miei tre figli!

Whisky e cola

Era l’inizio degli anni Novanta o giù di lì.

Ricordo l’università, stanzoni affollati, stipati di gente per i corsi principali. Alcuni a lezione portavano la radiolina per sentire all’intervallo gli aggiornamenti sulla Guerra in Iraq.  Di telefonini non ce n’erano in giro, così a portata di tutti. Anzi no, uno c’era, era quello di un tipo che veniva a lezione in decappottabile, un diciottista abbastanza noto, figlio di un ricco impresario di provincia. Una volta, durante un esame scritto, il telefonino squillò e lui rispose: era la morosa. Il professore lo fulminò con lo sguardo, non ricordo se gli chiese anche di abbandonare l’aula, fatto sta che poco dopo il telefonista uscì, e in qualche modo entrò nella leggenda.

La sera si usciva, il weekend per lo più perché il resto del tempo era consacrato allo studio a sfinimento. Frequentavo due diverse compagnie: una di colleghi, analcolici o blandi bevitori, con cui si finiva regolarmente in birreria o in circoli privati; l’altra di musicisti, con cui passavo in rassegna locali fumosi con gruppi che suonavano dal vivo, frequentavo seconde case invase da caleidoscopi di discorsi pseudo filosofici chitarre suadenti e molto fumo, esploravo tassonomie di cocktail o quando mi volevo contenere mi concedevo un bicchierino di apfel . Erano anni a loro modo ingenui, spensierati.   Vent’anni fa o poco più, cifra tonda, fa impressione.

A tutto questo pensavo ieri, in una delle mie rarissime uscite mondane, alla pizzata della palestra, mentre dopo cena giravano bicchieri di Whisky e cola.