Bambagia

Alla fine forse l’equilibrio lo stiamo trovando.

Stiamo piegando la realtà in modo che abbia la forma giusta della malattia dell’Adolescente, che si adatti ai suoi dolori e alla sua febbricola.

E sia, visto che ancora la terapia giusta tarda per ancora chissà quanti mesi, accettiamo la situazione come a lungo termine. Pieghiamo tutto il resto come se fosse bambagia attorno all’intestino malato. Lui è grato e sicuramente più sereno, fa tutti gli sforzi che può per rincuorarci che stiamo procedendo nella direzione giusta, soffre ma col sorriso. Non gli stiamo più chiedendo di conciliare l’inconciliabile, di fare una vita normale. Abbiamo deformato la normalità in modo che sia rassicurante. La Piccola fa la principessa, lui, l’Adolescente, fa il paziente e dolente fratello maggiore. Il Grande è disperso nella sua nuova coinvolgente realtà a oltre diecimila chilometri da qui, e taglia i ponti perché ha da fare. Forse se ne fotte, sicuramente se ne fotte, è giusto così. Io mi drogo di musica in cuffia, il mio compagno si droga di giochi al computer. Coltiviamo solitudini il giorno e nel letto la notte ci stringiamo forte per non partire alla deriva.

Resistiamo.

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Parentesi

Quando un figlio si ammala di qualcosa di cronico e non semplice da diagnosticare e da curare, ti pare assistere a una deflagrazione lenta, sufficientemente lenta per vedere la sequenza di eventi dolorosamente scandita, ma non abbastanza per mettere in salvo le cose e le persone importanti. Vedi il fronte d’onda che si espande, le vetrate che si gonfiano prima di andare in mille pezzi, la disperazione nelle facce dei presenti, cerchi di prendere qualcosa di fondamentale e di nasconderti, o di salvare chi giudichi più importante, ma sei impotente.
Completamente impotente.
Vedi le schegge che volano, e non le puoi evitare.
E dopo devi andare avanti lo stesso, minimizzare le ferite degli adulti, cercare di lenire quelle del figlio che stanno aperte, suppurano. E tu tamponi dicendo “Non disperare, tanto lo troviamo quello bravo che aggiusta tutto e ti fa star meglio.” Fanno male le ferite del corpo e quelle dell’anima. Nulla è più lo stesso, ci si muove su un terreno devastato in cui cerchi di ripristinare le strutture precedenti, dove puoi, e di trovare nuovi equilibri e nuove soluzioni dove non puoi.
Si vive da reduci, da sopravvissuti. Cerchi di trovare una normalità in una situazione che speri abbia vocazione ad essere momentanea, provvisoria. Aspetti la Terra Promessa della Cura Giusta, dando importanza ai dolori ma cercando di evitare che tutto crolli fagocitato da una depressione nera.
Anche se ci si stringe tutti i giorni, e che ci sono mille altri in condizioni ben peggiori, ci si sente soli, solissimi.

E ora, finito lo sfogo piagnone, riprendiamo le solite quisquilie.

Una vita da mediano

Come diceva Ligabue, una vita da mediano.

Sempre lì, lì nel mezzo, finché ce n’è stai lì… La citazione non è particolarmente colta ma rende il mio recente coinvolgimento nei più disparati eventi. Stiamo cercando di far ripartire l’Adolescente che presenta dolori addominali che si riacutizzano ad ogni risveglio del sistema immunitario, e che quando è fragile cumula a tutto ciò fobia scolare e fobia sociale.  Perché alla fine al dolore addominale si somma la balbuzie quando non riesce a concentrarsi su quel che dice. E vai di summit e di sequenze di appuntamenti dedicati: pediatra, specialisti della sua malattia cronica, psicologi, professori per rafforzarlo nell’unica materia che lo paralizza.

Risolvere i suoi problemi è come dipanare una matassa intrecciata, bisogna avere tempo e pazienza, nonché restringere al minimo l’alimentazione nei periodi di crisi: poco riso solo a pranzo, carne bianca, pesce, mele cotte. Niente oli d’uso comune…. l’olio d’oliva che più extravergine di così si muore è stato il tema di una sequenza di mal di pancia senza tregua. Grassi non ne parliamo, fibre neppure.  Una volta ho usato un succo di mela torbido per cucinare, meno centrifugato del solito…. e via di crisi di dolori addominali e depressione annessa. Aglio? Irrita. Cipolla? Riempie l’intestino di gas e aumenta i crampi. Pomodoro? Neanche a parlarne, ha nichel.   Quando l’infiammazione aumenta il suo intestino si blinda, e ai dolori addominali si sommano le mancate evacuazioni. Santo cortisone quando lo danno, consente di tornare a una quasi normalità. Almeno possiamo spaziare un po’ di più con l’alimentazione, e posso far qualcosa di diverso della cucina al niente in cui mi sto specializzando.

Prima o poi stabilizzeremo la situazione. Ma quanto dura la salita?

La lontananza

La lontananza ha mille forme e mille volti.

Spesso per me ha avuto volti di fidanzato, di amici, di familiari. Stavolta ha il volto del figlio maggiore.

Il vuoto a casa, il vederlo via skype e avere tante cose da dire e da chiedergli e dimenticarsene la metà. Il cercare qualcosa di lui tra le sue passioni, rivedendo le serie televisive per cui lui si divertiva tanto. L’essere irragionevolmente felice quando, nel bel mezzo del pomeriggio di lavoro, arriva inaspettato un suo messaggio dopo giorni e giorni di attesa. Lo studiare alle undici di notte la lingua che ora lui sta parlando, per essere in grado di scambiare qualche parola con la famiglia ospitante e di afferrare il significato di una scritta ogni tanto nel sito web della sua scuola.

Alla fine della fiera, l’unico modo di metabolizzare la lontananza è buttarmi a corpo morto nello studio. Buona serata, ho i kanji che mi aspettano…

 

Altrove

Prendo atto che siamo membri di una famiglia fondata sull’altrove.

Il mio compagno, la mia metà di mela, è fuggito da cieli grigi claustrofobici e banlieue sterminate per trovare quiete in una provincia sperduta dell’impero.

Io ho sempre voluto andare altrove. Quando ho potuto l’ho fatto. Per le scelte a lungo termine ho esitato, da figlia unica volevo tener d’occhio i miei vecchi. Alla fine, coniugando ragione e sentimento, in un certo senso ho portato l’altrove a casa mia. Ho un lavoro che mi porta altrove con la mente, ho una famiglia che mi porta altrove con il cuore ma alla fine continuo a presidiare la fortezza nella stessa provincia sperduta dell’impero.

Il Grande, lui, ha meno remore di me e possiede certi miei lati del carattere in meglio. Si è cercato un altrove abbastanza lontano e ha lavorato sodo per raggiungerlo, con tutte le mie benedizioni. – Vai, vola via senza esitazioni, e costruisciti un futuro a misura delle tue inclinazioni. L’aereo  è una corriera nobilitata, lo useremo per vederci.-

L’Adolescente finora fuggiva e trovava quiete in un altrove trasparente, dove poteva occultarsi a piacimento e farsi vedere il meno possibile. Forse ora deciderà di farsi stanare per affrontare il mondo a testa alta. Speriamo.

La Nanà di quattro anni ha scelto un suo altrove diverso dagli altri. E’ una continua recita -si traveste, incarna personaggi e vive altre realtà. – Pare che abbia intrattenuto la sua classe della scuola dell’infanzia sull’acquisto della moto nuova del babbo, con descrizioni minuziose e accurate. Peccato che il padre non abbia più la moto da almeno sedici anni.

 

 

 

Nuova ipotesi

Eppure l’Adolescente, quando non ha le sue paturnie di interiora ferite, ha una pazienza infinita. Segue sua sorella,  interagisce con lei, è costruttivo nel suo scambio con un esserino di cinque anni. La convince, la blandisce, trova il modo per smuovere i di lei fortissimi a priori. Era l’unico che riusciva a farla mangiare quando era appena svezzata.

Pennac affermava che un cattivo allievo salvato può diventare un bravo educatore, avendo vinto i propri mostri interiori può far breccia nel muro che certi ragazzi oppongono per rivestire la loro fragilità.

Forse l’Adolescente ha bisogno di fiducia e di nuovi impulsi.  Lavoriamoci su.

La vita non è un lungo fiume tranquillo

Non so cosa mi aspetta. Dopo un estate in cui pian piano tutto sembrava più lieve, facendo sognare un regime dietetico quasi normale, una vita da adolescente normale con amici e tutto il resto, rieccoci. Giunti nuovamente alla depressione e al dolore pochi giorni prima della scuola.

Cosa c’è che non va, figlio? C’è qualcosa che non riesci a dire? E’ il tuo intestino folle o si tratta di altro?
Quanti psicologi dovremo girare per capire cosa si è bloccato? Cosa ti stressa e acuisce le tue paturnie intestinali?
Fosse pure dislessia, si compensa. Fosse pure disgrafia, si trova il modo di andare oltre. Fosse sindrome di Asperger, esistono modi di alleviare il disagio, basta capire qual è il nodo.
Ma il vederti col plaid sul divano, e lo sguardo a forma di no, come una saracinesca chiusa – “che tanto voi non capite” – mi fa tanta tanta paura.
Il marito dice che sei adolescente, che ci rifai il film “La vita è un lungo fiume tranquillo.” Mi ricorda che entrambi abbiamo, nelle nostre famiglie d’origine, dei maestri di autocommiserazione, cinture nere del piangersi addosso senza limiti.
Giunti a quasi quarant’anni senza combinare niente, sempre facendo pesare sugli altri quanto la sorte si accaniva contro di loro. Ora penosamente, alla loro non tenera età, tentano di rimettersi in piedi e iniziano ad aspirare a occupazioni saltuarie.
Vogliamo generare un altro caso così? Non esattamente. Vogliamo magari capire come interrompere la spirale, quello sì, ben prima dei quaranta, dei trenta e dei venti.
Oggi sono ammaccata, confusa e depressa. Credevo di aver scollinato, e invece no, qualcosa mi ha ricatapultato nel fondo della valle. Si reinizia la salita, quella dura.
Quanto lo stress agisce su una malattia cronica infiammatoria dell’intestino? Quanto, quando questa si riacutizza, modifica il comportamento e il carattere?
E soprattutto, quante balle ci dirai e quanto dovrai ammeschinarti per evitare di fare quel di cui hai paura?