La lontananza

La lontananza ha mille forme e mille volti.

Spesso per me ha avuto volti di fidanzato, di amici, di familiari. Stavolta ha il volto del figlio maggiore.

Il vuoto a casa, il vederlo via skype e avere tante cose da dire e da chiedergli e dimenticarsene la metà. Il cercare qualcosa di lui tra le sue passioni, rivedendo le serie televisive per cui lui si divertiva tanto. L’essere irragionevolmente felice quando, nel bel mezzo del pomeriggio di lavoro, arriva inaspettato un suo messaggio dopo giorni e giorni di attesa. Lo studiare alle undici di notte la lingua che ora lui sta parlando, per essere in grado di scambiare qualche parola con la famiglia ospitante e di afferrare il significato di una scritta ogni tanto nel sito web della sua scuola.

Alla fine della fiera, l’unico modo di metabolizzare la lontananza è buttarmi a corpo morto nello studio. Buona serata, ho i kanji che mi aspettano…

 

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Altrove

Prendo atto che siamo membri di una famiglia fondata sull’altrove.

Il mio compagno, la mia metà di mela, è fuggito da cieli grigi claustrofobici e banlieue sterminate per trovare quiete in una provincia sperduta dell’impero.

Io ho sempre voluto andare altrove. Quando ho potuto l’ho fatto. Per le scelte a lungo termine ho esitato, da figlia unica volevo tener d’occhio i miei vecchi. Alla fine, coniugando ragione e sentimento, in un certo senso ho portato l’altrove a casa mia. Ho un lavoro che mi porta altrove con la mente, ho una famiglia che mi porta altrove con il cuore ma alla fine continuo a presidiare la fortezza nella stessa provincia sperduta dell’impero.

Il Grande, lui, ha meno remore di me e possiede certi miei lati del carattere in meglio. Si è cercato un altrove abbastanza lontano e ha lavorato sodo per raggiungerlo, con tutte le mie benedizioni. – Vai, vola via senza esitazioni, e costruisciti un futuro a misura delle tue inclinazioni. L’aereo  è una corriera nobilitata, lo useremo per vederci.-

L’Adolescente finora fuggiva e trovava quiete in un altrove trasparente, dove poteva occultarsi a piacimento e farsi vedere il meno possibile. Forse ora deciderà di farsi stanare per affrontare il mondo a testa alta. Speriamo.

La Nanà di quattro anni ha scelto un suo altrove diverso dagli altri. E’ una continua recita -si traveste, incarna personaggi e vive altre realtà. – Pare che abbia intrattenuto la sua classe della scuola dell’infanzia sull’acquisto della moto nuova del babbo, con descrizioni minuziose e accurate. Peccato che il padre non abbia più la moto da almeno sedici anni.

 

 

 

Nuova ipotesi

Eppure l’Adolescente, quando non ha le sue paturnie di interiora ferite, ha una pazienza infinita. Segue sua sorella,  interagisce con lei, è costruttivo nel suo scambio con un esserino di cinque anni. La convince, la blandisce, trova il modo per smuovere i di lei fortissimi a priori. Era l’unico che riusciva a farla mangiare quando era appena svezzata.

Pennac affermava che un cattivo allievo salvato può diventare un bravo educatore, avendo vinto i propri mostri interiori può far breccia nel muro che certi ragazzi oppongono per rivestire la loro fragilità.

Forse l’Adolescente ha bisogno di fiducia e di nuovi impulsi.  Lavoriamoci su.

La vita non è un lungo fiume tranquillo

Non so cosa mi aspetta. Dopo un estate in cui pian piano tutto sembrava più lieve, facendo sognare un regime dietetico quasi normale, una vita da adolescente normale con amici e tutto il resto, rieccoci. Giunti nuovamente alla depressione e al dolore pochi giorni prima della scuola.

Cosa c’è che non va, figlio? C’è qualcosa che non riesci a dire? E’ il tuo intestino folle o si tratta di altro?
Quanti psicologi dovremo girare per capire cosa si è bloccato? Cosa ti stressa e acuisce le tue paturnie intestinali?
Fosse pure dislessia, si compensa. Fosse pure disgrafia, si trova il modo di andare oltre. Fosse sindrome di Asperger, esistono modi di alleviare il disagio, basta capire qual è il nodo.
Ma il vederti col plaid sul divano, e lo sguardo a forma di no, come una saracinesca chiusa – “che tanto voi non capite” – mi fa tanta tanta paura.
Il marito dice che sei adolescente, che ci rifai il film “La vita è un lungo fiume tranquillo.” Mi ricorda che entrambi abbiamo, nelle nostre famiglie d’origine, dei maestri di autocommiserazione, cinture nere del piangersi addosso senza limiti.
Giunti a quasi quarant’anni senza combinare niente, sempre facendo pesare sugli altri quanto la sorte si accaniva contro di loro. Ora penosamente, alla loro non tenera età, tentano di rimettersi in piedi e iniziano ad aspirare a occupazioni saltuarie.
Vogliamo generare un altro caso così? Non esattamente. Vogliamo magari capire come interrompere la spirale, quello sì, ben prima dei quaranta, dei trenta e dei venti.
Oggi sono ammaccata, confusa e depressa. Credevo di aver scollinato, e invece no, qualcosa mi ha ricatapultato nel fondo della valle. Si reinizia la salita, quella dura.
Quanto lo stress agisce su una malattia cronica infiammatoria dell’intestino? Quanto, quando questa si riacutizza, modifica il comportamento e il carattere?
E soprattutto, quante balle ci dirai e quanto dovrai ammeschinarti per evitare di fare quel di cui hai paura?

Con un poco di pillole lo zucchero va giù

La tranquillità per il mio secondo appena adolescente è un principio attivo che si assume in pillole. La condizione di essere senza mal di pancia, di vivere una vita normale, di allentare di poco la dieta per concedersi una pizza senza glutine e senza lattosio, tutto questo passa da lì. Tre pillole rosse al giorno e ritornano gli amici, pian pianino, e le risa rimbombano per casa. Three red pills. E come per magia inizia lentamente a riapparire mio figlio, quello non ancora zombie,  quello ottimista che c’era quattro anni fa. Sapessi quanto mi sei mancato, figlio mio. Quello che la malattia mi aveva dato in cambio era bello ma tanto triste e sofferente.

Tre pillole rosse e la felicità, l’essere spensierati. Trois pilules rouges e niente psicologi, se la pancia sta bene il resto sta alla grande. Dreimal täglich eine Tablette e la paura che se un giorno smettono di funzionare siamo punto e a capo.

Quanto tempo siamo ostaggi

Quanto tempo siamo ostaggi del tuo mal di pancia, figliuccio medio?

Quattro anni almeno.

Quattro anni, tre ricoveri caotici ai confini dell’impero e un ricovero programmato nel Grande Ospedale del Centro del Mondo, di cui ancora aspettiamo gli esiti.

Tanti cibi in meno, via lattosio, via glutine, via grassi, metti fibre e via fibre. – “Oh cavolo, sei diventato sensibile anche a quello.” Tanti modi di ricalcolare la tua dieta, convinti che magari fino ad allora ti stavamo avvelenando, noi che vogliamo guarirti.

Tanti giri a vuoto, specialisti di supporto, specialisti inutili, specialisti senza infamia e senza lode, e un Medico Pediatra che ha cercato di tenere le fila del tutto, di indirizzarci per ottenere diagnosi, di mettere un senso a questo moto browniano indotto dalla ricerca di una soluzione.

Quanto tempo il tuo buonumore, figliuccio medio, è ostaggio del tuo intestino? Che noi si cerca di minimizzare, di cercare il lato positivo, ma tu senti di essere intrappolato, e dici di vivere una non vita. Ma c’è di peggio attorno a te e molto di peggio, figliuccio medio, ti assicuro, e via di giri di psicologo e provare qualcosa di nuovo, e cercare di strapparti a questo contemplare il tuo dolore. Perché il dolore, anche non acutissimo, quando è costante non ti fa concentrare su nulla, e hai lasciato tutto, tutto il resto. E intanto la vita scorre prepotente intorno a te, nelle imprese titaniche del fratello grande che sta per partire mille miglia lontano, nell’energia ciclonica della sorella piccola che ogni giorno scopre nuove cose e le fa sue, in una continua terraformazione.

Quando pagheremo il riscatto, figliuccio medio, e ti avremo finalmente libero?

Sabbia portata via dal vento

Non lo so cosa mi ha preso, perché non trovo tempo. I giorni e i mesi scorrono come sabbia portata via dal vento nei giorni di maestrale. E il mio figliuccio medio soffriva, e tolti il glutine e il lattosio tutto è tornato a colori. Il suo carattere, la sua voglia di vedere ragazzini della sua età , la sua socievolezza sono tornati. Anche lì la soluzione è sperimentale: torni da lavoro, stai con i figli, e quando vanno a nanna studi ricette e attacchi l’impastatrice. Non ti posso garantire che tutto ora sarà in discesa ma per qualunque nube s’addensi all’orizzonte mamma studierà forte, e troveremo insieme la soluzione. 

E nel frattempo il Grande costruisce il suo favoloso destino, la Piccola cresce ed è già alla materna, incredibilmente femmina, quasi mi fa venir crisi di identità per quanto mi ci riconosco.

E i giorni partono come granelli di sabbia trasportati dal maestrale. 

Buon 2017 a tutti!