Lavoro di squadra

Esistono dei momenti rari e preziosi sul lavoro in cui, in un gruppo appena formato eterogeneo per formazione e trascorsi, ci si riesce a coordinare e si rema insieme con tutte le forze verso un obiettivo a cortissima scadenza. Era da tanto che non succedeva, mi chiedo anche se sia mai avvenuta in precedenza nella vita lavorativa una tale alchimia che ha portato a smuovere montagne. Sì, in passato qualcosa c’è stato, ma mai una tale sinergia che mi abbia addirittura divertito. Ci si può divertire nel lavoro? Sì, se quel che fai ti piace e se puoi condividere la stessa gioia con altre persone che puoi chiamare colleghi, senza rivalità tossiche o scaricabarili. Probabilmente la decisione di migrare altrove come gruppo di lavoro, sebbene abbastanza criticata, mi ha aperto nuove possibilità con persone che condividono lo stesso sentimento di voler appartenere a una squadra. Se mi volto a guardare i miei ultimi anni, professionalmente parlando, anche se la materia poteva essere interessante stavo morendo lentamente d’abitudine e di solitudine. Ero diventata grigiolina quanto il colore del piano della scrivania su cui in questi anni ho passato molto tempo.

Ed eccomi qui, grata a questo inizio d’anno per questo regalo inaspettato, un momento magico tra colleghi, da ricordare con il sorriso grande stampato nel volto e le stelline a illuminar lo sguardo. Perché da questi giorni convulsi, tutti insieme su zoom a trovare soluzioni e a ritoccare testi, spero che germogli qualcosa. Anche se i nostri sforzi non porteranno il frutto sperato sarò in pari lo stesso col destino, spesso l’importante non è vincere ma la bellezza della gara e l’entusiasmo provato assieme in questi momenti di tensione creativa e di interferenza costruttiva di idee.

Cesura – Buone Feste e Buon Anno

E arrivano le feste natalizie come cesura alle nostre peregrinazioni, al nostro sbatterci contro vetri dell’acquario come pesci Nemo più tristi e più grandi. Eppure questo tempo mosso ha offerto tanti doni, anche se per molti è un momento triste o teso, sepolte nel fango degli eventi alcune perle, una volta ripulite, mostravano il loro bagliore.

Dopo tanto tempo passato nel vecchio ambito lavorativo, pur trovandomi ancora per qualche mese nella situazione “né carne né pesce” dell’essere a mezzo servizio tra i due gruppi, mi son sentita viva nell’abbordare nuove nozioni, piena di fermento creativo e iniziativa che da lungo tempo sopivano. Probabilmente far parte di un nuovo comparto lavorativo schioda dalle vecchie pose, fa osare di più, spettina e soprattutto fa chinare il capo meno spesso. Vediamo quanto durerà questo vento di intraprendenza. spero il più a lungo possibile; nel frattempo almeno la cervicale ringrazia.

L’Adolescente m’ha offerto una perla preziosa. In occasione di un compito di italiano (Scrivi un racconto sul bullismo), materia e traccia che lui detesta, ha aperto lo scrigno delle sue emozioni e con frasi semplici e nette ha messo molto della sua esperienza di fine elementari e medie di trovarsi dalla parte del perseguitato. Era un argomento a proposito del quale mai e poi mai si sarebbe aperto in famiglia. Gli anni scorsi avrebbe urlato e si sarebbe rinchiuso nella sua camera, sdraiato sotto le coperte in posizione fetale, piuttosto che scrivere una riga in merito. Essere stata testimone del suo svelarsi è impagabile.

Dopo due mesi di clausura sanitaria e di febbricola incessante la piccola di casa ha avuto la grande occasione di essere visitata da tre pneumologi dell’ospedale del capoluogo. L’hanno tastata e rimestata, m’hanno vagliato con lo spirito critico di un Dr. House pronti a cazziarmi alla minima parola fuori posto. Hanno quasi perforato un foglio con il grafico dell’elettroforesi, indicando ripetutamente col dito un picco anomalo della curva. Hanno chiamato invano al telefono i colleghi di reumatologia, tutti in ferie. Ci hanno congedato con un pacchetto di analisi da fare e il messaggio che l’alterazione termica non è determinata da eventi di tipo virale o batterico, per cui si può rilassare il vincolo dell’isolamento. Ovviamente hanno scaricato al pediatra l’incombenza di scrivere un papello per la riammissione a scuola che motivi il rialzo termico e ci metta al riparo a chiamate dalla scuola dieci minuti dopo l’entrata. Riuscirà a reggere la giornata scolare con la febbricola? Lo scopriremo solo vivendo. Nel frattempo ci siamo goduti un pranzo tutti insieme con i nonni in giorno da zona gialla, è già molto per il periodo.

C’è stato anche il ritorno del Figlio Grande dall’università lontana che ha illuminato la nostra normalità. E’ veramente delizioso e travolgente essere coinvolti nei suoi pensieri, nelle sue mille idee e nel suo fiume di vitalità. La sua presenza infiamma tutti e innesca dinamiche di famiglia, anche le questioni più banali tutti insieme hanno un sapore diverso. Dura poco, lo so, fra due giorni sarà già in aeroporto, pronto a volare lontano e a seguire il suo favoloso destino.

Tutti questi ricordi ora appaiono in bella vista, come sfere decorative dell’albero addobbato dalla Piccola. Le fisso qui per non perderle nel torrente di piccole questioni che ci travolgono. Saluto quest’anno che ha molte facce, quella del mio compagno stavolta davvero presente, dei miei figli, dello stagista che compare in videoconferenza con l’allegria del suo leggero accento calabrese, dei nuovi colleghi che cercano di dare una forma al lavoro che stiamo intraprendendo, dei miei genitori sempre più canuti, delle affinità elettive che riscaldano il quieto vivere con piccoli segni, delle amicizie di palestra che sento sempre più distanti, dei lunghi tramonti che hanno illuminato le mie passeggiate solitarie.

Vi auguro tutto il meglio per il 2021, che il vostro spirito indomito vi ponga nuove sfide e dia il coraggio di lavorare per realizzare i vostri sogni, piccoli e grandi.

Scommesse

E così, nel pieno gorgo di vicissitudini di salute ben poco esaltanti, mia e familiare, arriva il treno, l’occasione che sognavo, per saltare e buttarmi in una nuova avventura professionale. Ormai i miei livelli di motivazione erano sotto i tacchi, anestetizzata da anni di ‘si lega l’asino dove vuole il padrone’, cercando di non ribattere, non stridere, non far problemi anche quando mi sentivo completamente senza interlocutori e di trascurabile interesse per la mia gerarchia. M’ero fatta una vita altrove per resistere alla solitudine, avevo attraversato fasi alterne, di implosione, di autodistruzione e di ricostruzione badando bene di avere un supporto largo, in modo da non crollare se una parte del terreno attorno a me affonda. Me l’ero detta mille volte, l’unico modo di sopravvivere a me stessa è diversificare le scommesse su molti fronti, in modo che se perdo qualcosa non cada il mondo addosso.

Ero diventata un arredo d’ufficio, anche in lavoro agile. Qualcuno raramente passava per chiedere qualcosa, o se offrivo il mio contributo oltre i compiti che mi erano affidati la risposta era ‘Non preoccuparti.’ Il meglio è quando sono stata invitata a una riunione per una nuova funzione, la mia gerarchia sovrastante m’ha allo stesso momento dato e tolto il ruolo, ‘Non preoccuparti, qualcun altro lo farà, preferiamo riservarti per qualcosa di meglio’. Il meglio però non arrivava e stavo lì, bravo soldatino, a difendere il forte in pieno deserto dei tartari. Pochi giorni fa è passata, bella e suadente, l’occasione di un progetto avveniristico, da visionari per cui cercavano persone che buttassero il cuore oltre l’ostacolo. Ci ho pensato, mi son macerata lo stomaco, il mio compagno m’ha esortato a seguir quel che mi piace. Col cuore in gola ho digitato la mia candidatura a mezzanotte di quel giorno, ho schiacciato invio e il messaggio è partito. Un punto di non ritorno.

‘Una coltellata al cuore’ m’è stato detto dalla gerarchia attualmente sovrastante come reazione alla notifica del mio passaggio altrove. Tanti anni prima, quando era arrivata la squadra di Londra a formarci su un altro progetto avveniristico, m’avevano fatto un’offerta di lavoro, verbalmente, che avevo declinato per mille ragioni. A me piace lavorare su questi argomenti di frontiera, progetti ad alto rischio, vere e proprie scommesse; quanti altri treni lasciar passare ferma come una statua? Si deve comunque rinnegare i propri sogni per non turbare equilibri, sensibilità, il buon volere di qualcun altro? Quando si diviene un oggetto posseduto invece di una persona di una squadra? Un vecchio amministratore delegato vagheggiava di organizzazioni a matrice in cui si può in maniera civile avere due capi e lavorare su più progetti diversi, la realtà di molti posti di lavoro tende al feudalesimo, lasciare un gruppo per confluire in un altro è visto come un tradimento. Spesso i dipendenti valgono come le anime morte di Gogol’, sono numeri di vassalli in un feudo.

Tuttavia, la posta in gioco è una vita lavorativa per me interessante per qualche anno a venire. Quindi stavolta oso e scommetto.

Di noia e illusioni

La noia porta a tutto, purché si tenti in ogni modo di ingannarla.

Nostra figlia di quasi sette anni è prigioniera in casa da due mesi in virtù di questa febbriciattola che non la molla. Le ultime piste portano a ipotizzare un’infezione renale ma aspettiamo conferme dalle analisi cliniche. Tuttavia un soldo di cacio di questo genere anche con temperatura attorno ai trentotto ha energie da vendere: se la concentrazione ogni tanto sbanda, motivo per cui non posso insistere più di tanto su compiti e letture, l’entusiasmo è grande, si amplifica per ogni piccola grande conquista che riesce a fare sul computer.

A casa gli altri fratelli sono grandi e i genitori spesso non offrono grandi attrattive. A parte qualche messaggio in video e in audio scambiato coi compagni, il tempo di una bimba malata con i suoi consimili è praticamente assente. Alcune volte si vede che ha gli occhi gonfi e il vuoto dentro perché si sente sola, tocca quindi a me inventarmi giochi o trovare il modo di farla confrontare con altre persone con le sue passioni.

Tra i vari giochi attualmente di moda tra quelli più grandi di lei sbocciata dunque la passione per Minecraft. Minecraft è un gioco che porta dalla bonaria costruzione di mondi con mattoncini quadrati a gestione in sopravvivenza di risorse naturali e processi agricoli e industriali, a combattimenti all’arma bianca con zombie e esseri strani; ognuno è signore e padrone del suo universo e di chi vive in quell’ambiente. Ha diverse modalità di gioco, quella solitaria che a quest’età va facilmente a saturazione e quella in gruppo, in cui ci si organizza e si coopera per raggiungere un obiettivo comune. All’inizio mi sono sacrificata io, ogni santa domenica pomeriggio, di farle da sparring partner su un server locale in modo che avesse qualcuno con cui condividere e parlare, però chiaramente non ero una compagna di gioco appagante, avevo le mie latenze ed ero molto indietro sulla costruzione di oggetti di vario tipo.

Mi sono arresa all’evidenza che, dopo due mesi in casa, aveva bisogno di contatto umano giovane, molto giovane. Per giocare in compagnia al mondo a cubetti ho cercato un buon server a pagamento che garantisse accesso normato e protetto a bambini delle scuole elementari, con tanto di chat vocale su Discord in modo che potesse sentire le loro voci. Ieri abbiamo fatto la prima prova d’uso, era tanto che non la sentivo ridere e chiacchierare così con ragazzini di otto anni, quasi coetanei perché, siamo onesti, non si trovano tante fanciulline della sua età che abbiano tale dimestichezza col computer e si siano imparate un centinaio di vocaboli inglesi pur di cercare i vari accessori nei giochi più disparati.

Viviamo un tempo straordinario. Ben due dei miei figli hanno tentato di superare l’isolamento imposto dalla cattiva salute attraverso i mezzi informatici. Anche nella vita convulsa di noi adulti, tutti i giorni, qualcosa proveniente da un qualche canale telematico arriva di quando in quando a strapparci un sorriso e ad attenuare la tensione attorno a noi. Anche in piena pandemia la possibilità di collegarsi a reti geografiche con vari paradigmi consente a ognuno di noi di buttar giù a spallate il muro della noia per trovare per qualche minuto una sensibilità simile alla nostra. Finalmente in condizioni del genere non siamo monadi, non più o non completamente.

Zygmunt Bauman nell’opera Intervista sull’Identità affermava che le comunità virtuali creano solo l’illusione di intimità e una finzione di comunità. Cento volte meglio l’illusione che il nulla secco, era da tempo che non sentivo mia figlia così allegra. Le illusioni, se usate bene, hanno anche loro un potere salvifico, aiutano a vivere meglio, aggiungono una dimensione in più a un presente bidimensionale da cui ci si vuole per un momento astrarre. E il naufragar è dolce in questo mare.

Il COVID di Schrödinger

Per chi non lo conoscesse già, il paradosso del gatto di Schrödinger è un esperimento mentale ideato nel 1935 da Erwin Schrödinger, con lo scopo di illustrare come la meccanica quantistica fornisca risultati paradossali se applicata ad un sistema fisico macroscopico. La versione originale del paradosso contempla un gatto chiuso in una scatola dove un meccanismo (col quale il gatto non può ovviamente interferire) può fare o non fare da grilletto all’emissione di un gas velenoso. Per entrambe le situazioni la probabilità è esattamente del 50%. Secondo Schrödinger, visto che è impossibile sapere, prima di aprire la scatola, se il gas sia stato rilasciato o meno, fintanto che la scatola rimane chiusa il gatto si trova in uno stato indeterminato: sia vivo e sia morto. Tralascio in questa sede l’applicazione alla meccanica quantistica, userò l’immagine per descrivere la mia situazione attuale.

Intrappolata in un paradosso simile al gatto di Schrödinger, mia figlia ha la febbricola da quarantacinque giorni e non va a scuola da qualche giorno prima, per l’esattezza dal cinque ottobre. Quel giorno la trattenemmo a casa per un raffreddore: puntando il termoscanner alla sua tempia e leggemmo un timido 36.7, alla vista del nasino colante decidemmo che non valeva la pena di mettere a rischio la sua salute. Infatti l’inverno scorso la nostra bimbetta ebbe numerosi attacchi di laringospasmo e fu campionessa di coltura batterica nelle alte vie aeree, il che le valse due mesi di assenza da scuola e il saggio di due antibiotici diversi.

Piccolo inciso, il nostro pediatra di base è una conoscenza rodata dopo diciotto anni di traversie di figli e dopo quattro anni di ricerca di una diagnosi per il mio secondogenito. Ci stimiamo vicendevolmente, ci mandiamo a quel paese silenziosamente se uno dei due dissente delle conclusioni dell’altro, non è una persona onnisciente e bisogna ripetere alcuni dettagli affinché li prenda sul serio, d’altronde non sono perfetta neanche io, rompiballe come poche anche se cerco di contenermi.

All’inizio di ottobre per la bimba lo scenario fu lo stesso di dicembre scorso: dopo due giorni di febbre alta si palesarono le crisi di laringospasmo e la febbriciattola con valore massimo 38. Il pediatra valutò la situazione e decise di dare un primo antibiotico, la cefalosporina, che aveva portato a risoluzione la laringotracheite della volta passata, del cortisone per attenuare le crisi e il solito contorno di mille aerosol.

Dopo il primo ciclo di farmaci le crisi notturne erano fortunatamente passate e la pargola iniziava ad accettare cibo ma persistevano il rialzo termico con temperatura massima trentotto e la tosse. In più la bimba aveva la saturazione decisamente bassina per cui il pediatra, dopo avere auscultato i polmoni, aggiunse un macrolide alla terapia. Quest’ultimo farmaco, preso per pochi giorni, sembrava pure avere effetti per la tosse delle vie alte. “Toh, guarda.” mi dissi “viene somministrato pure per streptococco aureo.” e sorrisi ricordando lontane vicissitudini del mio secondogenito che aveva parecchio patito per un’infestazione del genere. Finiti i tre giorni di macrolide il rialzo termico c’era sempre, la tosse era calata.

Poi ci fu la fase dell’incredulità. Il medico giunse a casa a visitarla, cosa molto apprezzabile in quanto molto rara, soprattutto di questi tempi. Aveva però in mente di provare il teorema che il mio termometro fosse starato. Peccato che in presenza di febbre mi affidi ogni a due termometri di diversa tecnologia per comprovare le letture. Ha dovuto accettare il fatto che mia figlia avesse ancora febbre.

Siamo quindi entrati in un lungo periodo di settimane in cui il curante al contempo non credeva e credeva che mia figlia avesse il COVID, l’equivalente del gatto di Schrödinger. Per cui l’imperativo categorico era comunicare ogni giorno l’andamento delle temperature, i sintomi e il valore della saturazione, perché il medico doveva valutare se denunciarci all’ATS o meno. Dal canto mio continuavo a riscontrare elementi che mi facevano pensare alla solita minestra, una bella coltura batterica per cui non è molto fruttuoso sparare alla cieca con antibiotici a largo spettro; da piccola a mia volta sono stata soggetta a questi problemi e ne sono uscita con una cura ruggente di due mesi di diaminocillina, il meglio della farmacologia dell’inizio degli anni Ottanta, quelli ancora con la zampa di elefante nei pantaloni. Il brutto di essere sospettata COVID con bassa probabilità ed essere in età pediatrica è che non ti viene proposta alcuna analisi per verificare il contagio, sapendo che l’effettuazione del tampone è un evento abbastanza traumatico per un bambino. Basterebbe però avere un test sierologico “pungidito” per discriminare, con le dovute precauzioni, i casi da sottoporre a ulteriore test coronavirus, ma i curanti sono sprovvisti e buttati a gestire il triage nel completo silenzio dell’ATS. Il peggio è che tutte le altre direzioni di indagine per la ricerca della diagnosi vengono congelate, come per magia. Difficilissimo richiedere qualsiasi accertamento, fossi mai contagioso. La tosse della mia pargola stava nuovamente peggiorando, la febbricola persisteva per cui, per schiodare il pediatra dai suoi dubbi, sono andata a fare io il sierologico e gli ho mostrato l’esito doppio negativo come prova parziale che nel nucleo familiare non c’era stata proliferazione di SARS-COV2.

Nel frattempo, oltre la solita tosse in aumento, si è poi palesato un dolore giusto all’attaccatura della gamba sinistra della mia giovincella. La povera ha cominciato a zoppicare e a lamentarsi per il male all’articolazione. Sarà mica borsite indotta da streptococco aureo? Abbiamo vinto il terzo antibiotico, un’Amoxicillina e Acido Clavulanico forse più adatto alla situazione. Sarà mai streptococco? Risultato delle corse dopo sei giorni: tosse sparita, dolore all’articolazione diminuito. Lascio al termine del primo flacone o raddoppio? Scrivo al pediatra che si da latitante e non risponde, probabilmente stufo del nostro ping-pong. Smetto la somministrazione a fine confezione, dopo quattro giorni mi ripaleso con il curante che mi fa ‘Ah, ma lo doveva continuare!’ Ma che cos’è, la versione medica di ‘Cara ti amo’ di Elio e le Storie Tese? Tutta la mia solidarietà, i pediatri sono sotto pressione, però i tempi per noi stanno diventando lunghi.

L’epilogo è che oggi, dopo cinquanta giorni di malattia della mia bimba, sono riuscita ad ottenere le ricette per analisi cliniche serie. E ne sono sempre più convinta: bisogna essere bravi ad ammalarsi della patologia giusta per i tempi che corrono, mai in opposizione di fase. Altrimenti, visto i paradossi in cui si incorre, vieni inghiottito in imprevedibili loop spaziotemporali.

Destini divergenti

Ho digitato il suo nome nella finestrella del motore di ricerca, ero curiosa di vedere qualche sua foto recente, magari con la famiglia, giusto per immaginare chi era diventato, saranno ventitré anni che non lo vedo. Sarebbe stato divertente riconoscere i suoi occhietti verdi in qualcuno dei suoi bambini, magari vederlo appesantito in piedi vicino alla moglie, immaginare accanto a lui un cane o un gatto o chissà quale altro animale domestico. Il grande ‘G’ con le tante ‘o’ è stato provvido di immagini, ma solo in una ho riconosciuto i suoi lineamenti. Era un ritratto di un militare dell’esercito degli Stati Uniti, la didascalia raccontava che era stato scattato prima della partenza in Afghanistan. Era lui, ne sono certa, ho riconosciuto i capelli castani, gli occhi verdi e gli occhialetti tondi con la montatura metallica che era solito portare. Da un certo punto di vista era quel che voleva, sognava di essere cittadino statunitense, l’intera famiglia l’aveva preparato a questo. Però spero che dalla missione ci sia tornato, l’idea che non ci sia più mi gela il sangue.

Cos’è che ti fa capire di non avere un futuro insieme a una persona? Nel mio caso fu il realizzare che eravamo due destini divergenti, dalle piccole alle grandi cose, a partire dai futuri possibili immaginati su due continenti diversi. Il castello di carte reggeva fino a che era possibile rincorrerci tra aerei treni e navi per divorare insieme scampoli da reinventare con la memoria. Ma era più l’immagine dell’altro che ognuno rielaborava nelle sue attese a legarci che la nostra reale conoscenza reciproca. Alla fine sì, la brama era nell’immaginare il prossimo incontro e nella dolcezza del ritrovarci, ma un minuto dopo ognuno cercava rifugio nelle proprie passioni, io nei computer e nelle birre e lui negli stagni che perlustrava palmo a palmo armato di macchina fotografica, il suo amato birdwatching.

Per me era un amore puro, idealizzato fino alle unghie. Però aprii gli occhi quando sua madre, in uno dei miei soggiorni nella sua terra natia, mi disse “Sono sicura che, quando verrà il momento, saprai farti da parte.” Per me fu una coltellata sul momento, ma poi capii col tempo che lui non sognava me, sognava quell’America stelle e strisce di cui voleva avere il passaporto, lui anglofono di una nazione minore, un puntino nel Mediterraneo. Cercai di assecondarlo, mi feci mandare il programma di università statunitensi ma qualsiasi prospettiva possibile imponeva un domani a distanze continentali l’uno dall’altro. L’unica proposta seria di lavoro che riuscii a spuntare era in Sudamerica, lui mi disse “Vedi, almeno saremo dalla stessa parte del mondo.” Mi parve un ben magro vantaggio e declinai l’offerta. Seguii il consiglio di sua madre, lo accompagnai fino alla sua partenza per la nuova vita statunitense e mi feci da parte proprio per bene, allacciando un amore possibile con colui che ora è al mio fianco e che ha creato insieme a me un nido caldo.

Non ho nostalgia di lui, spero solo che stia bene e che abbia trovato l’Eldorado che la sua intera famiglia favoleggiava. E che qualcuno penda dalle sue labbra quando discorre in quattro lingue diverse con il suo tono di voce dolce.

Goodbye Honey Ring Boy, stay safe.

Di chat degli ‘anta’ e compagne di passi

Il presente strano periodo di chiusura delle palestre offre curiose varianti alla pratica solitaria della passeggiata quotidiana, difatti talvolta si uniscono a me delle compagne occasionali che con la loro parlantina movimentano la lunga marcia fino alla baia e ritorno.

L’altro ieri mi han scortato Blondie, compagna d’allenamento d’arti marziali, e una sua conoscente. Con Blondie ci vogliamo bene ma siamo molto diverse in interessi e inclinazioni, lei è la single chiacchierona ruggente e ginnica resa iperattiva dalla fine di un matrimonio claustrofobico, io la nerdie silenziosa coniugata di lunga data. Però nella disciplina della pratica d’allenamento ci ritroviamo e abbiamo ritmi simili. Ha portato con sé la sua amica Carmencita, casalinga sposa e di recente madre, non molto amante dell’attività fisica e completamente nella sua bolla.

Ci siamo ritrovate alla confluenza di due vie, erano entrambe allegre e Carmencita ridacchiava come una scolaretta adolescente. Dopo un minuto di salamelecchi mi introducono nel loro argomento di conversazione: un’amica di quest’ultima intrattiene da tempo una chat con un tipo che le piace e lui le ha chiesto delle foto in intimo. La giovane madre, ridacchiando, chiedeva se era normale tutto questo e che ne se ne faceva lui delle foto in intimo.

[La guardo, sta realmente chiedendo o allude alla risposta? Nel dubbio rido.]

Blondie la assicura che è normale, che è pratica frequente fra i quaranta e i cinquanta. Si passa subito al sodo, basta che sia un tipo discreto e se le tenga per sé. Carmencita continua a ridacchiare, asserisce che il tipo ha garantito all’amica che lui è davvero un amante della fotografia, si domanda ancora perché chiedere delle foto.

[Ma che, davvero? Sei sposata, fiore? Basta, glielo dico. E’ natura, figlia mia.]

Propongo a Carmencita di vederla così: la foto della sua amica si appresta a essere un sostituto del paginone centrale di Playboy. Basta che la sua amica sia consapevole e consenziente. Blondie rincara la dose, dice che nelle relazioni in chat è cosa comune e assicura che con il suo presente compagno si spediscono di tutto, foto intera, parti anatomiche e via dicendo.

[Non la facevo una pro del sexting. Si impara sempre nella vita.]

Blondie in più precisa, esiste un codice che tutti conoscono: fino a che si è alla fasi iniziali gli uomini in chat chiedono foto vestite, quando passano alla richiesta della foto in biancheria intima la donna continua gli scambi di immagine solo se è interessata, altrimenti declina. A loro volta, i seduttori da tastiera ricambiano il favore con loro foto abbigliate, camicia sbottonata, torso nudo fino a scendere a dettagli anatomici più espliciti.

[Il pensiero di tutte queste immagini di aitanti quaranta o cinquantenni leoni da chat in pose da provolo mi fa pensare che non ho perso molto in tutti questi anni di monogamia.]

Blondie incalza: “Del resto chi non apprezzerebbe?” Carmencita conferma, il tipo ha spedito alla sua amica una foto con la camicia sbottonata in cui era, definizione della ragazza, ‘troppo tronco’.

Faccio outing: “Beh, io non apprezzerei tanto. Sono sapiosessuale, più che degli addominali in posa mi attizzano una mente lucida, una dialettica incalzante, la capacità di farti viaggiare con la mente.”

[Vero al novantacinque percento. Geralt di Rivia ancora mi fa qualche effetto. Anche se magari non apprezzerei le sue foto da provolo.]

Le mie compagne di passi ridono. Si passa ad altro, per fortuna.

Sulla chiusura delle biblioteche in Italia

La scelta del momento in cui le biblioteche vengono chiuse racconta molto di quanto un Paese tenga in considerazione la cultura. E’ con estrema tristezza che realizzo che da quest’oggi tali luoghi sono chiusi per l’emergenza legata alla pandemia, indipendentemente dalla classificazione del rischio nelle varie zone dello stivale.

Nella vicina Svizzera, tuttavia, il tipo di scelte fatte dalla nazione è molto diverso: anche in pieno confinamento (o lockdown, che fa più figo) vengono chiusi bar e ristoranti, ma le biblioteche rimangono fruibili, unico faro nella notte di tempi incerti.

Come dar loro torto? In biblioteca ho passato i miei anni migliori, oltre a spaccarmi la testa su differenti concetti e polverizzare programmi di studio di esami universitari trovavo rifugio, conforto e fonte di nuova motivazione. Nei momenti di penuria di concentrazione e di debole capacità di autodeterminazione venivo contagiata dall’entusiasmo dei compagni di tavolo e mi reimmergevo nelle attività a cui dovevo consacrarmi. La sala di lettura, nel suo silenzio e nel suo essere accogliente, era chiesa laica, ospitava persone diversissime unite da un intento comune, sprofondare negli abissi di un libro per appagare curiosità intellettuale o creare fondamenta al costruendo sapere o, perché no, per farsi sedurre da personaggi e trame di disparate narrazioni. In quei luoghi, poi, ho allacciato amicizie alcune delle quali rischiarano ancora il mio presente, con lampi discreti di umorismo che provengono da esistenze lontane con la granularità tenue di chi vive vite diverse.

Rassicuro chi teme che la biblioteca possa costituire luogo di socializzazione incontrollata e di pericolosa diffusione virale, nelle strutture ben organizzate esiste un servizio d’ordine che ammonisce e sanziona i comportamenti scorretti e assicura la pace del luogo. In più, una corretta progettazione degli impianti per il ricambio d’aria può essere garante efficace della salubrità del luogo, come i più recenti studi di trasporto delle droplet, le goccioline in sospensione vettore del coronavirus, mostrano.

Insomma, la biblioteca è un bene fondamentale, un punto di aggregazione importante per le nuove generazioni e per quelle più attempate. Non mi dispiacerebbe se traessimo esempio dalla mentalità svizzera e dimensionassimo adeguate sale di lettura, sempre aperte per far vivere queste strutture. Da genitore, sarei più tranquilla se mio figlio, studente in una città lontana chiusa per pandemia, continuasse a trovare lì il proprio microcosmo, nel pieno rispetto delle regole del distanziamento sociale.

Sentimento e telenoveloni giapponesi

Nelle ore notturne talvolta guardo uno dei miei soliti telenoveloni per adolescenti giapponesi, stavolta non in formato anime ma recitato da attori veri. I personaggi sono carini e hanno la faccia pulita, la trama è sottile come una carta velina ma ripetono parole facili da capire per chi è ai primi livelli dello studio della lingua di Yamato, insomma è un bell’esercizio d’ascolto. Tutto il (poco) spessore narrativo è legato al fatto che tra i protagonisti sorgono affinità di vario genere e amori inconfessati e ciò increspa le relazioni d’amicizia, i sodalizi studenteschi nonché gli equilibri fra le coppie già formate.

Un elemento particolarmente rinfrescante che trovo in una società abbastanza maschilista come la giapponese è che, a differenza dell’impronta tradizionalista provinciale italiana, è moralmente accettato che una fanciulla possa farsi avanti accettando quasi con naturalezza le implicazioni del gesto, consenso o rifiuto che sia. Ora spero che i codici comportamentali siano molto evoluti in questo angolo di mondo, tuttavia in adolescenza negli ambienti da cui provenivo bisognava aspettare la proposta di un giovinotto aitante per potere considerare sul merito, accettare o rifiutare. Ogni tipo di iniziativa verso il genere maschile veniva vista come sconveniente e degna di una poco di buono, d’una adescatrice della peggior specie, anche uno sguardo negli occhi leggermente più lungo del normalmente concesso veniva bollato dalle amiche del tempo come il massimo della sconvenienza. Mi affrancai da questo tipo di controllo invadente della sorellanza ai tempi dell’università, in cui imparai dalle compagne più scafate l’arte dell’approccio tattile e visuale come la canottiera senza reggiseno appoggiata nell’abbraccio, il tocco a fior di dita che sfuma in carezza e così via dicendo. Nulla di così diretto, suvvia, chi vuol cogliere sa e, a differenza del rigido periodo precedente, libertà di sguardo e parola con tutti, soprattutto con gli amici. Invece l’approccio delle giovani giapponesi nelle loro profferte è spiazzante nella loro limpidezza e simmetria, nel loro devolversi senza riserve con parole pudiche e inequivocabili, ciò me le rende simili a dee. Per quanto siano idealizzati questi drama per fanciulle, è fantastico vedere il codice di comportamento puro e degno legato al codice delle relazioni amorose, chi vuole si propone, chi riceve la proposta ringrazia comunque prima di rispondere a prescindere dalla sua reale volontà di stabilire un rapporto o meno. Nessuno scherno di chi si è dichiarato, pratica diffusa in certi ambientucci provinciali di queste latitudini per ambo i sessi, non è quello giusto e quindi è un debole e lo prendo in giro, gli cucio l’etichetta da servo della gleba e lo rilascio nell’ambiente naturale. Esporre i propri sentimenti in Giappone è un atto degno in sé, un’offerta di cui si è grati anche quando non si intende approfittarne. Ai protagonisti del telenovelone nipponico, in caso di amor non corrisposto o impraticabile, spetta la scelta se tagliare i ponti o decidere di convertire il proprio impeto amoroso in relazione amicale, anche lì si sprecano le interazioni tra i personaggi che si dividono su quale sia la soluzione che porta meno sofferenza. Mi rendo conto di essere matusalemme, ai miei occhi è uno spreco infinito rinunciare a frequentare persone con cui si sta bene a causa di un desiderio inappagato. Alla mia veneranda età il sentimento è come il maiale, non si butta via niente, ècento volte meglio un’amicizia felice del lutto di un amore impossibile.

Quarantotto

Finisce un ciclo, ne inizia un altro nel lungo viaggio della Terra attorno al Sole, da un genetliaco all’altro consecutivo. Per i miei quarantasette avevo espresso il desiderio di riemergere dall’evanescenza, restaurare con cipiglio tante situazioni che avevo lasciato andare. In qualche modo molto di questo s’è realizzato, è stato un lungo anno di decluttering per tenere vivo ciò che è essenziale e per crescere e migliorarmi in quella direzione. Ad altre questioni ho, con tristezza, rinunciato anche se rimangono compresse e celate in me come favilla che cova sotto la cenere.

Non so cosa aspettare da questo anno strano in cui cambiamenti globali fanno deviare il nostro corso su altri tracciati, sicuramente desidero fluire, ancora, cercare di perseguire parte degli obiettivi ragionevoli che mi sono posta; tenere unito il tutto, lavoro, famiglia e la parte sportiva, quiete della mente e tripudio del corpo; non far collassare la bolla di tempo per me e me sola che ho gelosamente ricavato nelle mie solitarie passeggiate verso la baia; vivere, semplicemente vivere in questo tempo incerto.

Quarantotto è un numero strano, pari e con molti divisori, implica responsabilità, concretezza e disposizione a dividere per moltiplicare. E’ anche due volte ventiquattro, vedo due volte una me di ventiquattro anni che, appena laureata, con un lavoro a tempo parziale e un master in corso, saltava tra aerei e treni per inseguire un amore poco realizzabile. Quanto è passato da quella me, una vita intera anche se nel profondo mi sento la stessa. Ma, contemplando quest’immenso divario tra la persona attuale e la versione di allora, sono davvero grata, come sono immensamente riconoscente del calore delle parole delle anime belle, lontane o vicine, che stamane mi hanno dedicato un pensiero.