Buttare il cuore oltre l’ostacolo

Buttare il cuore oltre l’ostacolo per riuscire a raggiungere il proprio obiettivo professionale ha un costo.

Costa tempo, perché le grandi iniziative si realizzano facendo tanti piccoli passi, sempre e comunque. Soprattutto quando non si ha voglia e bisogna non smettere di muoversi. C’è un anime che adoro, One Punch Man, in cui il protagonista decide di diventare supereroe praticando tutti i giorni una certa sequenza d’allenamento. Il compito giornaliero non era particolarmente pesante, ciò che era difficile era farlo con costanza tutti i giorni, ogni singolo giorno.

Costa fatica. Ho trascorso Pasqua e Pasquetta a fare tutti gli elaborati di un ‘Midterm exam’, l’esame di metà corso di una ambiziosa specializzazione che sto portando avanti. Anche qui, mentre la bimba di casa saltellava ed i maschi di famiglia viaggiavano in universi telematici lontani. E poi finisci e cerchi di non far trasparire la stanchezza perché non sei più l’universitaria per conto suo che può murarsi in camera con le cuffie e la musica a palla. Ne vale la pena? Sì, vi assicuro. Il risultato non si vede subito, bisogna dare se stessi in piccoli pezzi ed esser pazienti. Una briciola di cuore e un pugno di neuroni alla volta, qualcosa si consegue.

Costa autostima e la rafforza al contempo. Ogni volta che ammetti di non sapere e di non essere preparata l’autostima piglia una botta, ma quando si impara come fare ci si sente cinque centimetri più alti. E funziona a tutte le età, pensa che miracolo.

Costa tutte le cose futili a cui rinuncio. Ma è il momento di sacrificarle e tuffarsi in una dimensione più grande. Non è il caso di fare il punto di Flatlandia, che è immerso nella sua zero-dimensionalità a ribadire la sua esistenza. Bisogna immergersi in uno spazio più ampio e cogliere l’essenza della propria marginalità per poter migliorare in qualcosa.

Costa attenzione a milioni di cose che mi sfuggivano e mi sfuggono ancora. Assistere a presentazioni in cui devo resistere alla noia per riuscire a cogliere quell’uno per cento che svolterà la giornata.

Però, a mio modo, in questo momento sono davvero felice. Speriamo che duri.

Mutatis mutandis

Fra qualche giorno riesco a chiudere una parentesi professionale di diciott’anni, partita con entusiasmo e prolungata negli ultimi anni con una grande sensazione di vuoto interiore, anni in cui mi son drogata di panorami di Instagram per evitar di contemplare l’incomunicabilità con la gerarchia e la concretezza del trovarmi di fatto relegata in un cassetto.

Mi ricolloco per evitare di permanere ancora in questo cassetto in un tempo sospeso, per uscirne. Dice un nuovo collega: “E’ il sogno di ogni mutanda.” Concordo. Ma almeno la mutanda osa cambiare e accetta il cambiamento perché è nella sua natura, pervenire a questo status è un punto d’arrivo. Per anni sono stata acqua cheta, magari m’ha fatto anche comodo visto il coinvolgimento altrove che è stato imposto dalle malattie filiali. Tuttavia, nonostante i riempitivi che ho potuto trovare nel mio tempo libero per ingannare la mente, l’insoddisfazione aveva inquinato tutto il resto.

Dopo l’iniziale frizione all’annuncio della partenza, con la gerarchia del vecchio gruppo ci sono state settimane di incontri cadenzati tra i quali ho lavorato di nuovo di buona lena e in cui, dopo anni, hanno ascoltato ragionevolmente qualche mio input. Nell’ultimo incontro, prima del finale, il tasso di richieste si è intensificato e io ho di nuovo avvertito il vuoto che mi inghiottiva nel lavorare ai vecchi temi. Tutta questa urgenza di volere ancora, ancora, ancora, ancora di più e star lì a giudicare da bravi feudatari, io sotto esame e loro lì a dissertare e a darmi margini di manovra al contagocce. Non è lavoro di squadra, e ho titoli per decidere su molti fronti a pari dignità. Per questo scelgo altri orizzonti, dinamiche corali che si contrappongano alla sistematica ritenzione dell’informazione e al prendere decisioni sempre in camera caritatis, senza farne parte a chi dovrebbe lavorare gomito a gomito per raggiungere l’obiettivo.

Volerò altrove con una squadra che partecipi, basta divide et impera, basta modello di relazioni a stella dove i capi sono al centro di tutto e decidono anche del colore del punto separatore, appollaiati sulla spalla. Lascio le recite e scelgo l’impegno altrove. La mia droga sarà l’eccitazione per i nuovi progetti, le nuove possibilità, il sentirmi in mare aperto.

Niente più mi lega a questi luoghi, neanche questi fiori azzurri.

Calamita per sognatori

Sono una vera calamita per sognatori. Non so, li attraggo, forse si ritrovano nei miei occhi da pazza, forse sanno che da me trovano sponda per le loro folli imprese.

Anche stasera ho dato il mio contributo al sogno di una ragazza che fa disegni bellissimi, dopo un crollo nervoso perché qui in Italia dopo il diploma non trovava corso universitario sulle sue corde ha deciso di buttare il cuore oltre l’ostacolo e di proporre la sua candidatura per diventare studente di un corso di laurea di animazione e fumetto in Danimarca. Ha lavorato in questi mesi come una pazza al suo portfolio e stasera all’ultimo le ho tradotto la lettera di motivazione in inglese per sottomettere la domanda d’ammissione nell’ultima ora disponibile.

Non è la prima, non è l’ultima. Figli, non figli, amici, non amici, passano da me e trovano ascolto e complicità per tentare il loro colpo, per cercare di fare il loro salto di qualità. Io amo persone così, che vogliono imprimere un nuovo corso alla propria vita. Mi nutro dei sogni degli altri, per un’ora la grande missione della fanciulla che disegna divinamente è diventata la mia. Bisogna aiutare altri ad alzare la testa, tante persone spingono a tenere sempre lo status quo, la zona di confort grigia e senza aspirazioni vicina al proprio cerchio di relazioni. E io invece dico “Osa! O te ne pentirai.” E al massimo, se non va bene, si volta pagina. Tentare, tentare sempre.

La vita in corsa

Febbraio è stato un mese senza fiato: ho dato corso a molte idee che avevo e ho lavorato assiduamente per realizzarle.

Ho fatto cose che difficilmente avrei immaginato e preteso da me: ho concorso in un hackaton in squadra (in realtà ho lavorato solo io ma era la condizione per poterci provare), sto cercando di chiudere le vecchie questioni aperte dal punto di vista lavorativo e contemporaneamente cerco di costruire il mio futuro prossimo nel nuovo gruppo di lavoro con delle splendide persone che ne fanno parte. Ho impiegato dignitosamente i miei ritagli di tempo per un corso a tempo parziale che sto seguendo al MIT, sono stata presente in famiglia, allegra e dinamica come non mai perché finalmente appagata dal punto di vista professionale. Sto rispolverando l’inglese in sessioni remote di conversazione con una scuola di lingue del capoluogo, dovrei anche portare avanti lo studio del mio corso universitario da lavoratore ma, assorbita dal resto, ho fatto poco e nulla. Mi sto preparando al salto di qualità, come un Rocky di provincia che si allena, come il grosso bruco di A Bug’s Life che vuole diventare “una bellizzima farfalla”. Ancora credo nella forza dei miei sogni e voglio scommettere l’impegno che riesco a dare per realizzarne qualcuno.

Ma la vita, così sfocata perché l’accelerazione ti impedisce di concentrarti sui dettagli, sembra davvero bella. Un quadro impressionista pieno di colori. Ci son forze che spingono silenziose perché ritorni alla vita di prima, ma non è uno scenario negoziabile. La mia risposta è no.

La tricolore punizione collettiva

L’Italia è una Repubblica fondata sulla punizione collettiva.

Me ne sono resa conto all’uscita di scuola, quando la mia bimba, mesta, vestita di tutto punto in maschera per il giovedì grasso, ha attraversato il cancello dello stabilimento e mi ha raggiunto nello spazio antistante, scoppiando a piangere appena l’ho abbracciata. Dopo tre mesi di clausura sanitaria lei questa festa a scuola se la era immaginata, sognata, non stava più nella pelle. E infatti era iniziata bene, racconta. Però qualcuno in classe ha fatto il monello e si sono ritrovati tutti puniti, in silenzio seduti nei banchi. Lei non ha neanche capito perché si è adottata tale drastica misura, il giorno di festa tanto vagheggiato si è trasformato in un supplizio peggiore degli altri giorni.

Ho sdrammatizzato, gli ho raccontato di quante volte i fratelli maggiori, tutti bravi allievi e tranquilli in classe, sono rientrati infuriati a casa per lo stesso motivo. Di quanto il fratello più anziano abbia masticato fiele perché per un anno intero, in quinta elementare, non li hanno portati in palestra in quanto c’era qualcuno che alla prima occasione spingeva gli altri. Di quanto il secondo fratello, bambino tranquillo e sovente bullizzato, abbia sofferto alla scuola primaria per punizioni piovute su tutta la classe a causa del compagno di banco turbolento.

Ma poi, raccontando raccontando, m’è venuta l’illuminazione. Quante volte al liceo mi sono ritrovata a studiare cinquanta pagine per il giorno dopo insieme al resto della classe sulla base di una mancanza d’un singolo? Quante volte durante questa pandemia per segare alla base i comportamenti scorretti di qualcuno si son fatte cadere libertà di tutti? Alla fine la misura punitiva collettiva deresponsabilizza i colpevoli e fornisce un ottimo strumento per tenere sotto stretto controllo l’intero gruppo. E quando vengono usate troppo spesso, alla fine chi le subisce si chiede se in fondo convenga comportarsi bene o se è meglio fare come chi sgarra e si mimetizza nella folla.

Penso che prima o poi l’Italia dovrà fare i conti con il pregiudizio della colpa condivisa sempre e comunque e l’alone ingiustificato di esemplarità che viene attribuito alla punizione collettiva. Secondo l’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra “Nessuna persona protetta può essere punita per una trasgressione che non ha personalmente commesso”. Signori, mi ci appello.

Sandokan

Nei sogni di bambina ero Sandokan che va all’assalto con i suoi tigrotti per riconquistare Mompracem. Sì, signori miei, non ero la languida Marianna bella e adorna di perle che curava le ferite dell’eroe, ero lui, la tigre della Malesia. A otto anni per carnevale m’ero pure mascherata da Sandokan, con tanto di scimitarra di plastica, sfidando lo sguardo perplesso dei compagni delle elementari. Bisogna credere nei propri sogni, anche quando per altri sono risibili.

Mi è rimasto questo gusto dell’assalto per ogni singola conquista, lavorativa o personale. Il che fa di me una persona abbastanza sanguigna e impaziente, che ha bisogno di scadenze prossime o terreni da conquistare con urgenza per riuscire ad investirsi completamente nella missione. Altrimenti cincischio, mi perdo, mi distraggo, vago senza meta su altre questioni. Non quaglio, ahimè, non quaglio. Ho bisogno di una meta, di una riscossa, qualcosa che risvegli la mia indole pigra e riaccenda l’adrenalina in questo corpo. Sento l’urgenza di un Yanez, di un Tremal Naik, di pari che condividano l’invasamento e che decidano di correre insieme verso l’obiettivo.

Bonariamente invidio chi sa darsi metodo e scadenze a lunghissimo termine. Ma non sono il tipo, proprio no. E’ il momento di cercare di realizzare sul lavoro quello che vorrei sia il mio covo, la mia utopia.

Che viva, questa Mompracem.

Terapia enologica

Eccola qui, quanto non mi mancava. La mia solita infezione dei canali dentari di denti già devitalizzati, era quasi un anno che non arrivava. Giuro, non ero in pensiero, non mi domandavo “Ma che fa, tarda?”, non ero spaurita dalla sua assenza. Bolle di pus alle radici del dente, con nervo ipersensibile che si lamenta anche se sfiori quella regione del volto.

Davvero, ora con le infezioni dentarie sono una pro, non mi precipito più dal dentista a farmi stappare i canali già sigillati per far dare una alesata con le punte lunghe perché tanto lui alla fine diceva “Non capisco come si possa infettare, i canali dentari erano chiusi a regola d’arte”. Stavolta prendo l’antibiotico e aspetto l’effetto che normalmente inizia a farsi sentire dopo due o tre giorni di regolare assunzione del prodotto. Fa un male cane e io non posso avvalermi di antinfiammatori seri, allora uso le vecchie cure della nonna: del vino rosso, che sorseggio come Cersei da una calice finché viene il torpore e l’anestesia dell’alcol a scacciare le fitte.

Per i seguaci del Trono di Spade, mi son fatta l’idea che tutti i Lannister soffrivano di infezioni dentarie, brandivano sempre la coppa di rosso ed alcuni di loro erano belli incattiviti come solo il dolore può rendere.

Più rosso fermo per tutti e meno giri vani dal dentista quando non è suo potere lenire, tanto una bottiglia decente ma non troppo costa un decimo delle cure canalari. La farò fuori prima che Santa Pharma faccia effetto, con moderazione e saggezza. Mi dispiace per lo stimato professionista, gli pagherò qualche viaggio con la compagna in meno: non ne soffrirà troppo, con la pandemia non può vagabondar granché.

Datti pace e fa quel che ti piace

Sono in uno di quei brevi momenti di stasi incastonati tra più vicissitudini. Come quando si nuota e si deve tirar fuori una parte della faccia dall’acqua per respirare e poi giù, di nuovo, bracciate forsennate.

E tregua dalle vicissitudini sanitarie della figlia sia, al terzo rimbalzo d’equipe medica (reumatologi) non hanno dato ancora risposte, hanno escluso possibilità. E hanno fatto una lista intelligente di accertamenti da fare, forse la più brillante e attinente alla sintomatologia vista finora. Abbiamo vinto il rientro a scuola nonostante la febbricola, il nuovo giro di analisi è solo posticipato. E’ la terza volta che mi capita questo jazz di diagnosi mancate in famiglia: la prima con me stessa ma passa in sordina perché sono assorta in altre questioni; poi con l’Adolescente, quattro anni in cui lui stava male e nulla funzionava, ero dilaniata dall’impotenza e stremata dalle interazioni con i luminari che tentavano delle piste infruttuose fino all’arrivo al Centro Di Fama Nazionale e alla formulazione della Diagnosi; all’ultimo e presente giro con mia figlia, per lo meno la fanciullina non sta molto male e il mio nuovo mantra è ‘Datti pace e fa quel che ti piace’. Non mi consumerò nell’ansia di come potrei far meglio e sfrutterò creativamente le pause tra un ciclo di accertamenti e l’altro, agghindandolo con i festoni della normalità.

E tregua dai fermenti lavorativi sia, aspetto il verdetto di un bando sottoposto insieme ai nuovi colleghi. Mi assolvo, ho lavorato strenuamente, corpo e anima, per questa proposta. Non ho dormito per riordinare tutti gli elementi, i miei compagni d’arma non si sono risparmiati neppure, è stato un grande bagno d’adrenalina per tutti. Mi godo due giorni di flemma prima di gettarmi a testa bassa su una nuova avventura come un paladino. ‘Datti pace e fa quel che ti piace’. Ci provo, domani il verdetto cadrà sulla nostra testa, ostento calma ma le budella si torcono, quasi sicuramente passerò il pomeriggio in bagno a far pace coll’intestino.

Datti pace e fa quel che ti piace, ieri la baia era sovrastata da nubi imponenti e alla luce del crepuscolo tutto era blu. E io mi ci perdevo.

Per ragione e per forza

Più seguo le vicissitudini legate alla salute di mia figlia, da tre mesi infelicemente in clausura per una febbricola persistente, più mi sembra demenziale il flipper a cui le famiglie dei piccoli malati sono sottoposti in assenza di una regia coerente.

Riassumendo, gli specialisti in pneumologia dell’ospedale il ventun dicembre escludono complicazioni polmonari di competenza, imputano il picco dell’elettroforesi delle analisi cliniche della bimbetta a probabile malattia reumatica, contattano i reumatologi, a due reparti di distanza e scoprono che sono tutti in ferie. Ci danno un pacco di accertamenti da fare, scaricano al pediatra il barile della riammissione a scuola, ” tanto anche se ha febbricola non è contagiosa.” e ci salutano con la manina.

Ovviamente i laboratori convenzionati in zona durante le vacanze di Natale sono tutti in ferie. Mi accerto di tale evenienza dicendo tra me e me “Tanto meglio, forse passeremo delle vacanze quasi normali.”

Il pediatra dal canto suo, contattato qualche giorno dopo lo scoccare della mezzanotte del nuovo anno si inalbera perché non abbiamo fatto le analisi (a laboratori chiusi è un po’ difficile) e inveisce con i colleghi dell’ospedale che non hanno pensato a una soluzione all’interno della loro struttura. Chiaramente, prima di pensare a qualsiasi tipo di riammissione a scuola, vuol vedere l’esito degli accertamenti prescritti. Ancora clausura, ma la febbricola persiste e qualche ragione ce l’ha.

Il sette gennaio, alla riapertura dei laboratori, ci pariamo con la mia fanciulletta nella struttura convenzionata più nota del vicino capoluogo. Superato il muro di gente in fila nell’antistante marciapiede grazie alla giusta priorità per il caso, è il momento di estrarre il sangue alla bimba. Scena terribile, crisi di panico da gestire dovuta a brutti ricordi in una occasione analoga e purtroppo le fiale estratte non sono sufficienti a eseguire tutte le analisi. Si riconfigura un nuovo appuntamento per cavare via le fiale mancanti, lasciando cinque giorni di tempo di recupero a mia figlia.

Ad essere chiari, anche se si cerca di procedere con i modi più dolci, le analisi cliniche vengono comunque vissute dai bimbi come un abuso che devi infliggere per ragione e per forza; si cercano di attuare mille opere di distrazione, di lenire, di avvolgere con amore, di concedere pegni e regali in cambio dell’attimo di dolore per loro crudele e immotivato. Si cerca di far dimenticare l’episodio con gesti speciali, la colazione al bar, il regalino, l’abbraccio stretto, il bacio sulla bua, di creare ricordi belli che scaccino quello brutto. E poi c’è l’attesa degli esiti, il “Dai, vedrai che ora ne capiscono qualcosa e poi ritorni a scuola.” a cui la bimba prontamente ribatte “Non illuderti, mamma, anche stavolta non andrà bene.” E da madre ho un bel dire “Ottimismo! Magari è la volta buona, ce la facciamo.” se anche io non ho certezze, quante altre volte rimbalzeremo su medici con visioni parziali e operatori sanitari in moto browniano. L’unica cosa che posso garantire è che non mollo neanche a questo giro.

Lavoro di squadra

Esistono dei momenti rari e preziosi sul lavoro in cui, in un gruppo appena formato eterogeneo per formazione e trascorsi, ci si riesce a coordinare e si rema insieme con tutte le forze verso un obiettivo a cortissima scadenza. Era da tanto che non succedeva, mi chiedo anche se sia mai avvenuta in precedenza nella vita lavorativa una tale alchimia che ha portato a smuovere montagne. Sì, in passato qualcosa c’è stato, ma mai una tale sinergia che mi abbia addirittura divertito. Ci si può divertire nel lavoro? Sì, se quel che fai ti piace e se puoi condividere la stessa gioia con altre persone che puoi chiamare colleghi, senza rivalità tossiche o scaricabarili. Probabilmente la decisione di migrare altrove come gruppo di lavoro, sebbene abbastanza criticata, mi ha aperto nuove possibilità con persone che condividono lo stesso sentimento di voler appartenere a una squadra. Se mi volto a guardare i miei ultimi anni, professionalmente parlando, anche se la materia poteva essere interessante stavo morendo lentamente d’abitudine e di solitudine. Ero diventata grigiolina quanto il colore del piano della scrivania su cui in questi anni ho passato molto tempo.

Ed eccomi qui, grata a questo inizio d’anno per questo regalo inaspettato, un momento magico tra colleghi, da ricordare con il sorriso grande stampato nel volto e le stelline a illuminar lo sguardo. Perché da questi giorni convulsi, tutti insieme su zoom a trovare soluzioni e a ritoccare testi, spero che germogli qualcosa. Anche se i nostri sforzi non porteranno il frutto sperato sarò in pari lo stesso col destino, spesso l’importante non è vincere ma la bellezza della gara e l’entusiasmo provato assieme in questi momenti di tensione creativa e di interferenza costruttiva di idee.