Contromisure allo spleen decadente

In questa fine di maggio è tutto più pesante, come se da un momento all’altro il lento movimento della didattica a distanza dovesse bloccarsi e lasciare invischiata tutta la famiglia all’interno. Nelle mie giornate di pseudoferie tutto ruota attorno agli ultimi due figli, i compiti dell’una, il recupero del programma dell’altro, i pasti comandati da preparare e la spesa da effettuare velocemente, la serie televisiva da condividere con il marito. Il tempo per me è stato momentaneamente soppresso, se me ne prendo un poco tutto inesorabilmente ritarda. Mi sento in un’opera di Pirandello, i miei centomila ruoli hanno preso il sopravvento e senza le mie maschere sono nessuno, proprio nessuno. Rien, zero, nisba. Un abito vuoto.

Per gestire quindi lo spleen decadente legato a questa situazione e evitarmi le veglie notturne con la testa che va alla deriva ho iniziato a trascinare il mio marito via dal suo abituale atteggiamento monolitico di fronte al computer, per passeggiate in paese e vagabondaggi in bar semivuoti. Mi vuol bene ancora, nonostante ami stare a casa si forza di uscire per tener buoni i miei cavalli interiori che scalpitano e si presta gentilmente alle mie attività di sfogo. La campagna attorno al paese è ospitale e c’è spazio per errare senza meta, in più i bar sono deserti e i proprietari profondamente grati che qualcuno bardato di mascherina venga a far loro visita, lo spritz è potente e non annacquato, tendenza rarissima nelle belle stagioni degli altri anni in cui la quantità di ghiaccio era direttamente proporzionale alla lunghezza delle giornate di tarda primavera. Alla fine l’uscita dal bar, alticci alle luci del crepuscolo, mette in gioia e fa sembrare giovani, dietro la pelle cascante e le mascherine.

La bisaccia del sorriso

Ho finito la sbornia di lavoro per la stesura e l’invio dei programmi per l’educazione parentale del mio secondogenito, sono distrutta. E come è buona tradizione, dopo una grossa scadenza sanguino da tutte le cavità, una marea rosso scuro schifosa e grumosa che esce dal mio corpo, una purificazione nel sacrificio. Non l’ho scelto io di essere una paziente con teleangectasia emorragica ereditaria, è una condizione che mi ritrovo, con i coaguli di sangue in gola al risveglio e un continuo flusso ematico in uscita. Per fortuna sono come Wolverine, rigenero in fretta, visto il tipo di patologia è una caratteristica che torna utile spesso, ogniqualvolta le mie riserve sono ridotte al lumicino.

Però ho avuto qualche ricorrenza e una piccola soddisfazione, c’è di che riempire la bisaccia del sorriso.

Nel settore ricorrenze il social più amato dai quaranta-cinquantenni mi ricorda che sono ben due anni da quando il mio secondogenito ha una cura data dopo accertamento della patologia attraverso una biopsia. Era stata una vera rivoluzione, avere una terapia basata su dati certi e non su ispirazioni del primario che vedeva linfonodi del mesentere grossi come nocciole e provava terapie su ipotesi del momento. Era stato un evento che, a partire dalla sala operatoria del grande ospedale del centro del mondo, aveva mandato in pensione quattro anni di vagabondare dolente in reparti di centri di riferimento di provincia. L’inizio del mondo nuovo.

La soddisfazione minima ma cara al cuore viene sempre dal figlio Adolescente che per vari minuti ha svestito il solito sguardo indolente che ostenta quando io mi affanno a fare in fretta e furia parti del programma di italiano che una delle insegnanti di riferimento aveva saltato a piè pari. All’inizio temevo di avere una macchia sul naso, era strano che mi guardasse in volto invece di sbarrare gli occhi come in una crisi di sonno. Invece no, per la prima volta si stava appassionando alla lettura di una novella di Giovanni Verga. Ho verificato, chiedendogli più volte cosa ne pensava. Gli ho letto parecchi autori e non mi capacitavo più di trovar qualcosa che lo smuovesse. Allora esiste qualcosa in lingua italiana capace di risvegliarlo dal torpore. C’è luce in fondo al tunnel!

 

 

 

Loop spazio-temporale

Mi trovo in questi giorni rinchiusa in uno strano ciclo spazio-temporale che si ripete ogni dì. Mi sveglio, controllo alcune questioni relative al lavoro, mi ritrovo ad affrontare con l’Adolescenze lo studio di tendenze culturali in tre materie distinte, faccio l’esecutrice di didattica a distanza con la bimbetta, sopportando i momenti in cui ha difficoltà a ingranare, in perenne alternanza tra il blandire e rimbrottare. Nei ritagli di tempo faccio spesa, cucino, correggo il tiro a livello del lavoro nonostante abbia chiesto ferie per dedicarmi all’impresa, guardo qualche notifica, soprattutto per quanto riguarda il continuo flusso di informazioni delle chat di gruppo dei genitori delle elementari. Continuo a leggere argomenti con il mio secondogenito, riscrivo questi benedetti programmi e obiettivi d’apprendimento in funzione di quel che è stato svolto e che sembra più sensato proporre secondo le linee guida del ministero.

Almeno l’Adolescente sta facendo prova di una devozione mai vista prima, accetta l’aiuto senza fiatare, si sottopone a lunghe sessioni di lavoro facendo poca resistenza. L’anno scorso le ore fatte insieme me le aveva fatte pagare tutte, una per una, con crisi e atteggiamenti di chiusura. Mi sembra che sia passato ben più di un anno, lo vedo più maturo e più aperto al mondo. C’è tanto lavoro di disgelo da fare, ma un grande viaggio parte sempre da piccoli passi, abbiamo anche riavuto il sostegno di una delle insegnanti che lo aiuta nel rilavorare l’esposizione orale. Ogni giorno crollo dalla stanchezza e mi addormento durante la visione della serie notturna, però a mia sorpresa il clima nuovo che percepisco nella relazione col mio travagliato figlio mi rende il compito non triste come pensavo. Per la prima volta sento uno sforzo comune, non mi sento da sola a spingere un macigno. Siamo lì uno accanto all’altro a portare ogni giorno a compimento la tortura di Sisifo, io a lui a far rotolare una pietra gigantesca da valle fino alla sommità della collina. Il mio compagno stavolta mi appoggia più concretamente anche nel mio desiderio di iniziare un percorso di valutazione per la dislessia per il nostro ragazzo, argomento per cui negli anni passati ci sono state liti e si è creato un freddo mostruoso.  Credo che sia giusto metterlo in condizione di avere gli ausili giusti per affrontare le superiori visto che, fra l’altro, ha un talento non da poco in matematica; è controproducente continuare a ignorare gli elefanti nel salotto. Non sentirsi più completamente da soli in un’impresa del genere scalda il cuore.

Percorsi

Forti delle nuove possibilità offerte dalla fase due, il mio compagno ed io siamo andati per una passeggiata nelle campagne che portano alla foce del fiume, io bardata di mascherina blu (ho il complesso da donna blu dei fumetti di Henki Bilal, in più una tale protezione mi evita di starnutire ogni due minuti per i pollini) e lui con mascherina nera legata al polso e la promessa “Se vedo molta gente la indosso.” Abbiamo incontrato nella strada tre persone in tutto, nessuna delle quali mascherata, due ragazzini e un uomo piu attempato in bici.

La stretta strada d’un asfalto vetusto e ruvido, grigio pallido, in cui si contano gli inerti mischiati originariamente al bitume. Attorno recinzioni rovinate di campi incolti, alcune reti metalliche perimetrali quasi divelte dalle pale di fichi d’india che sono cresciute in aderenza. Qualche vecchia auto abbandonata in mezzo ai campi, qualche vecchia serra con i pannelli traslucidi completamente danneggiati, piccole chiuse dei canali di irrigazione ormai arrugginite e inefficienti da anni. Un’atmosfera d’abbandono che al tramonto faceva pensare al videogioco Fallout, lande abbandonate e la natura che riprende possesso di tutto, invadendo quasi la carreggiata di oleandri, fichi e cespugli. Arrivati in prossimità della foce del fiume, dove l’acqua placida e stagnante confluisce nei flutti mediterranei, i canneti invadono tutto. C’è un vasto spiazzo con una pensilina in legno, poteva essere una vecchia fermata d’autobus ormai abbandonata. Da poco oltre, una passerella in legno che quindici anni fa doveva essere nuova di zecca attraversa i canneti parallelamente al corso del fiume, probabilmente serviva l’accesso a barche di piccola pesca tirate in secco. Qualche barca c’è ancora, dimenticata, avvolta completamente di canne. Dalla qualità delle finiture in legno sembra che l’amministrazione comunale, varie giunte fa, abbia cercato di creare qualcosa di fruibile per migliorare l’accesso al fiume, magari utilizzando fondi europei. Sarà stato mai usato?  Temo che certe regioni d’Italia sia piena di queste iniziative, magari costose, approdate a nulla e poi ringhiottite dalla vegetazione,  avvicinate solo dai percorsi di camminatori ignari.

Parlando di percorsi, arriva per me il momento più difficile dell’anno. Il figlio Adolescente, per il secondo anno, deve completare il suo anno scolastico in regime di educazione parentale, per cui mi faccio carico di completare la burocrazia necessaria e non solo affinché venga ammesso all’esame. Fosse solo compilare scartoffie, sarebbe molto più facile. Devo rapportarmi alle insegnanti che l’hanno seguito durante l’anno, una delle quali è per sue ragioni personali in completa smobilitazione, capire che parti di programma hanno svolto e quali, per considerazioni a me ignote, hanno saltato a piè pari e nel qual caso integrarle completando io stesso il programma con il figlio. Devo evitare di ledere la sensibilità del mio alunno, che si chiude a riccio perché mal accetta l’autorità genitoriale per le vicende scolastiche. Devo fare in modo che per tutte le materie il lavoro svolto sia consistente con le direttive ministeriali perché ci metto la firma. Sono estremamente grata alla comunità che promuove l’educazione parentale e libertaria perché offre un concreto supporto e mi consente di trovare soluzioni per un ragazzino che in questa fase per condizioni di salute e mentali era troppo sghembo per il sistema scolastico, questo percorso era l’unica alternativa all’abbandono scolastico. Però mi costa, eccome se mi costa. Mi sento un cuscinetto che riduce l’attrito tra parti non concepite per funzionare assieme, questo mi fa sentire immensamente sola. L’anno scorso la mia mente trovava riposo in dimensioni molto lontane da me, stavolta cerco l’ascolto di mio marito che educatamente subisce e quando non ne posso più cammino ovunque, a sfinimento. Sono quasi a fine percorso, non posso mollare. Non devo.

Di sogni e di notti spente

La botta di caldo che ha finalmente travolto queste terre ha ripopolato le vie. I campi iniziano a mostrare gialle graminacee, gli stagni attorno al capoluogo brulicano di punti rosa e formazioni di fenicotteri si aggirano la sera nei cieli, accompagnati dal loro scomposto starnazzare. Passando sul lungomare del porto nei vasti marciapiedi foderati di pietra calcarea c’erano donne, uomini, bambini. Solo una metà di loro portava la mascherina, gli altri erano tranquilli e sorridenti, col volto al vento, come se la pandemia fosse stata un brutto sogno da cui la gente si risveglia.

Mia madre sogna di camminare leggera nella salita della via della città dove un tempo c’erano i negozi belli, di roba elegante da vestire. Mia madre pesa trentasette chili, ha l’affanno per l’anemia e le ginocchia che non reggono. Mio padre non vuol vedere, non vuole crederci, pensa sia un capriccio che sua moglie non vuol più salire nelle scale strette e disuguali della casa al mare e spinge a venderla. Non vuole notare le sue dita deformate e piene di teleangectasie pronte a sanguinare, accetta a stento che lei acquisti un telefono a tasti larghi per anziani perché voleva offrirle un bello smartphone che fa le foto. Mia madre non ha mai fatto foto in vita sua, ma ha le mani che dolgono per l’artrite reumatoide, le articolazioni deformate. Non si lamenta, non è il tipo di persona che si arrende ed è sempre stata pragmatica, ora però non ce la fa e cerca di minimizzare gli spostamenti per non crollare. Suo marito vuol vederla ancora così, inarrestabile, chiudendo gli occhi sul di lei declino.

Mia figlia sogna di ballare con le sue compagne e conta i giorni alla riapertura della scuola di danza. Ha capito che uscire a passeggio con la mascherina per stare soli è una grande fregatura, per cui declina spesso l’invito per una passeggiata. Sogna di essere scienziata, studente, lavoratrice e ballerina. Ieri mi ha chiesto come si fa a diventare regina, era parecchio interessata. Le ho suggerito di cercare una carriera che può realizzare con le sue sole capacità.

Se nel resto della quarantena la mia vita onirica era agitatissima e piena di sorprese, ora che non si è più in clausura forzata e le occupazioni della didattica a distanza assorbono molto del mio tempo il sonno è diventato denso e impenetrabile, come se fossi spenta, svuotata, arresa. Probabilmente mi sta pesando lo slancio d’attività del corpo insegnante per assicurarsi che la parte finale dell’anno dei propri alunni in remoto sia degnamente impiegata. Per assurdo le insegnanti che in altri tempi consideravo fantastiche perché avevano un approccio diverso e non seguivano solo il libro ora sto iniziando a fuggirle come la peste. Il problema che riscontro è che la didattica non tradizionale può richiedere risorse non facili da reperire e la giornata del genitore (oltre avere la parte di lavoro, gestione domestica e supporto all’istruzione dei vari figli) deve incorporare pure la ricerca delle sette sfere del drago per riuscire a portare a compimento i lavoretti di scienze. Ad esempio, prima procurare i semi di vario tipo alcuni dei quali non facili da trovare, poi trovare i giornali con le foto di animali da ritagliare, onestamente a casa nostra compaiono riviste con computer in bella vista di notiziari delle associazioni consumatori che hanno foto di animali, sì, ma nella loro versione edibile; forse dai nonni ho qualche vecchio ‘Scienza e vita’ ma mi fa impressione sacrificarlo per un collage. Sono stanca di avere come invisibile compagno il Bianconiglio che ogni volta che guardo il registro elettronico sussurra “E’ tardi, è tardi e sai io son già in mezzo ai guai!” Nel frattempo con l’Adolescente leggiamo insieme a tappe forzate i materiali che trova difficili in modo che sia più a suo agio con la scrittura della tesina per l’esame. Abbiamo convenuto sul fatto che lui è il peggior nemico di se stesso, perché quando entra in panico davanti a qualcosa che non sa si chiude a scrigno e ogni possibile spiegazione per lui è un bla bla lontano e confuso. Inizia a cercare modi per rilassarsi e riaprirsi al mondo, ha solo lui le chiavi e ora inizia a esserne consapevole. Ne sono sollevata, però la notte crollo, spenta, e precipito in una voragine nera.

Liebster Award (Scoprendo nuovi blog)

Sono stata nominata per il Liebster Award da Fritz Gemini, autore del blog Filosofeggiando in allegrezza, che ringrazio, sono onorata. E’ da tantissimo tempo che non partecipo a un tag post, sono comunque l’occasione di tracciare dei fili conduttori nel mondo blog per dare della visibilità a ciò che sentiamo nelle nostre corde.  Sono una recente frequentatrice della pagina di Fritz, mi piace la sua prosa perché esce dagli schemi: oltre la forte componente razionale che traspare nelle sue argomentazioni serrate, caratteristica che apprezzo, ci sono dei blitz di elementi difficilmente prevedibili che spiazzano piacevolmente; in più, dalle sue analisi lucide appare chiara la sua natura di cittadino del mondo. Per cui, se già non vi siete imbattuti nelle sue pagine, vi consiglio caldamente una visita al suo sito.

liebsteraward

Le regole del Liebster Award sono le seguenti:

  • Ringraziare il blogger che ti ha nominato, fornendo anche il link al suo blog
  • Rispondere alle 11 domande ricevute
  • Nominare altri 5-11 blogger
  • Chiedere 11 domande ai blogger nominati
  • Avvisare i blogger che sono stati nominati

Sull’avvisare i blogger nominati seguirò la politica di Fritz, preferisco non avvisare e lasciare ad ognuno la libertà di accorgersi della nomina e di decidere se partecipare.

Le domande poste da Fritz sono riportate in corsivo, in corrispondenza di ognuna snocciolo la mia risposta.

Cosa provi quando scrivi per il tuo blog?

Provo sollievo e liberazione.  All’inizio, molti anni fa, il blog era una scusa per far pratica con la scrittura, infatti i testi erano molto più descrittivi e legati alla situazione di lavoratrice madre. Man mano, la dimensione del pettinare i pensieri e mettere ordine in quel che mi accade o che si muove nella mia testa ha preso il sopravvento e ho relegato altrove gli esercizi di scrittura. Molto spesso il blog è una via per condividere moti d’animo e situazioni che mi è difficile raccontare attorno a me, i ritmi degli anni della vita adulta hanno implicato una perdita di contatto con le poche persone al di fuori del nucleo familiare con cui avevo un legame di scambio reale e confronto. In questa dimensione ho poi avuto la fortuna di trovare anime affini alcune delle quali son diventate amicizie; in più, nel tempo, si sono aggiunti destinatari ideali della narrazione che appartengono alla vita reale e che probabilmente non leggeranno mai nulla di quel che in questa sede viene scritto, ma in fondo mi fa piacere pensarli come narratari e immaginare un contatto mentale che nella dimensione quotidiana per varie ragioni non può esistere.

Quale e’ stata la causa scatenante che ti ha portato all’apertura di un blog?

Ho aperto il blog nel 2009. Al tempo seguivo le storie del blog ‘Studio illegale’ di Duchesne (F. Baccomo). Poco prima m’era capitato di leggere ‘L’amore a Londra e in altri luoghi’ di F. Soriga. Entrambe le opere mi avevano fatto pensare che con adeguato esercizio avrei potuto proporre storie del genere, facciamo parte di una generazione che ha imparato presto a prendere l’aereo per cercare se stessi, con alterne vicende. Poi mi sono fatta prendere da questo spazio e l’ho utilizzato come valvola di sfogo per attenuare la mia solitudine, cercare un confronto e chiarirmi le idee, parcheggiando le altre velleità.

Pensi ai tuoi anni passati a scuola. Quali reputi essere stati i migliori e i peggiori anni e perché?

I migliori anni per me sono stati quelli dell’università, ho provato un senso di libertà incredibile. Per quanto fossi una forzata della preparazione degli esami e dei ritmi intensi per stare nei tempi del corso di studi, ho gioito nel sentirmi al di fuori della dimensione feudale di una classe di un liceo d’élite di una città di provincia, nell’avere margine di scelta nell’indirizzo di studi, nelle materie, nelle persone da frequentare. Nel poter autodeterminarmi e potere sbagliare nel farlo. Poi, alla fine, la dimensione feudale l’ho ritrovata anche all’università, ma molto di meno e molto più tardi. I peggiori anni sono stati quelli del liceo, ho studiato molto e con interesse, ma detestavo lo stare in una classe molto competitiva e gestita col divide et impera da professori convinti che bisogna opprimere e spremere i ragazzi per tirar fuori i risultati migliori. Era tutto inutilmente punitivo.

Quale e’ stato l’insegnante che ti ha trasmesso qualcosa che ritieni ancora oggi importante? E cosa ti ha trasmesso di cosi’ importante?

Ci ho pensato molto, non è una domanda banale. Dieci anni fa avrei fatto il nome del professore di greco, un uomo di cultura estesissima, però profondamente malsano nel suo essere mai soddisfatto della preparazione dei suoi studenti. Ora, senza esitazioni, posso dire che il professore di matematica del liceo è stato il migliore, era molto severo e detestato da molti ma mi ha insegnato che potevo contare sulle mie possibilità e provare a dimostrare teoremi che non erano stati ancora spiegati. Alla fine un buon professore non è colui che ti annichilisce col suo sapere, ma colui che ti insegna a camminare con le tue gambe e che ti incoraggia a farlo.

Tornassi indietro, reputi che la scuola possa essere migliorata? Se si, dove?

Questo punto viene discusso in casa quasi quotidianamente. Nel settore scuola c’è in Italia tanto valido personale, ma ci sono tanti aspetti migliorabili. L’esperienza di vari paesi stranieri insegna che la scuola italiana per molti aspetti è autoreferenziale, non snellisce mai i programmi per convergere ai quattro anni di superiori presente altrove ma si autogiustifica nella pesantezza, non insegna il lavoro di gruppo e sforna gente molto capace di cavarsela da soli su problemi inattesi ma che passa il tempo a non collaborare. Una delle tendenze più forti che constato, nella scuola e nel modo di fare giornalismo, è che invece di esaminare solo le fonti si passa il tempo a discutere le loro interpretazioni: se devi studiare Hegel ad esempio ti assegnano da studiare cento pagine di studiosi che commentano l’opera del filosofo e argomentano tra loro sul modo di interpretarlo invece che basarsi sulla lettura della produzione dell’autore stesso. Anche nei media è la stessa solfa, decine di articoli sul commento del commento della notizia originale. Un altro punto che fa notare mio figlio maggiore è che l’insegnamento delle materie scientifiche non viene fatto in modo pragmatico, a livello della chimica ad esempio nel suo anno in Giappone ha fatto in laboratorio molti più esperimenti applicabili alla vita reale di quanti ne abbia fatti in quattro anni di corso in Italia. La preparazione data dalle scuole italiane è spesso astratta e poco applicabile. Per non parlare dell’inglese, studiare letteratura inglese per gli ultimi tre anni di superiori quando non si è arrivato ancora a un livello d’uso decente è uno spreco.

Tra gli incontri più importanti della tua vita, ce ne sono stati sicuramente almeno 3. Quali sono stati?

Parlo del periodo fino ai trentacinque anni, escludo di base i periodi troppo vicini perché non è possibile un’obiettività di giudizio. Il primo incontro sono la mia triade di amiche dell’università, prese in blocco come una trimurti, perché hanno cambiato la percezione di quel che mi circonda. Il secondo incontro è un direttore di divisione di grande fama che in un colloquio di lavoro ha determinato ciò che sono attualmente. Il terzo incontro importante è sicuramente il mio compagno che è una persona meritevole, ormai siam più di vent’anni in ballo a portare avanti un progetto di vita assieme e continuiamo a costruire ponti per incontrarci al di sopra delle nostre differenze, anche  culturali.

Nel visitare una città o una zona d’Italia, c’e’ stato un posto che ritieni avere un’energia particolare che entra in sintonia col tuo Sé più’ profondo? Se si, quale e perché?

Credo di essermi presa una cotta per la Trieste multiculturale affacciata sul mare.  Al liceo son venuta su coi libri di Svevo, poi per lavoro mi è capitato di soggiornarvi nella settimana che precede la Barcolana ed è stato un colpo al cuore.

Visitando altri luoghi fuori dall’Italia, hai notato delle cose che ti fanno capire che il nostro paese sia indietro? Se si, in quale settore?

Mi verrebbe da dire che siamo indietro in molti settori (scuola, economia, welfare, trasporti, scienza e tecnologia, semplicità d’accesso alle istituzioni), anche se ci sono elementi che in Italia sono migliori, ad esempio l’accesso al medico di base, che in Italia è gratuito. Il fatto che su molte questioni il nostro Paese sia in arretrato di decenni ho iniziato a percepirlo durante gli splendidi anni Ottanta, in cui durante le vacanze estive giravo l’Europa in camper insieme ai miei genitori. Una delle mete preferite dei quaranta giorni di peregrinazione era la Francia in uno dei suoi periodi migliori, per me era stato un risveglio della coscienza sapere che altrove esisteva il sapone liquido, gli hypermarché, i viadotti in cui al passaggio della macchina non sentivi i dossetti dei giunti di dilatazione, le aree di servizio più belle nelle autostrade, le grandi opere pubbliche portate avanti in tempi finiti da una presidenza ambiziosa, una società black blanc beur che allora sembrava molto più aperta e multiculturale. E anche se da adulta ho potuto constatare i limiti dell’idealizzazione che al tempo avevo fatto, il viaggiare altrove per piacere e per lavoro mi ha fatto capire che la nostra vecchia Italia è molto ripiegata su se stessa, in mano a giuristi e al dibattito sul sesso degli angeli, ostaggio di un certo clericalismo, con una politica energetica arretrata e oscurantista che rende poco probabile l’installarsi di grandi iniziative produttive.

Un desiderio della tua vita che non hai ancora realizzato. Qual è?

Andare in Giappone, sicuramente. Non ho avuto l’occasione di andarci quando mio figlio maggiore viveva lì, la mia natura di yamatofila chiede un’altra opportunità.

Hai la possibilità di prenderti un anno sabbatico. Cosa faresti?

Le idee sono tante ma dipendono dalla condizione a quel momento. Avendo genitori molto anziani di cui mi sento responsabile e figli minori ciò condiziona la mia libertà di movimento, poi c’è sempre il discorso economico. Però, se non ci fossero questi vincoli non mi dispiacerebbe lavorare qualche anno all’estero, meglio se fuori Europa evitando accuratamente paesi che non considero democratici o civili (escludo a priori anche gli Stati Uniti). Altre alternative possibili, prendermi altre specializzazioni all’Università per allargare il mio campo d’azione, consacrarmi per un anno alla scrittura creativa dandomi i mezzi per migliorare e produrre qualcosa di cui sono fiera, viaggiare tanto.

Per cosa ti piacerebbe essere ricordato?

Ho tentato di essere ricordata per qualcosa di significativo nel campo del lavoro e ho fallito, ma le priorità nella vita cambiano. Sarà già bello essere ricordata con affetto dai miei figli. Se poi qualcosa della mia produzione intellettuale sarà degno di essere ricordato, sarà tutto grasso che cola.

Blog nominati.

Sono quelli più vicini al cuore con cui continuo ad avere un legame regolare nonostante il passare degli anni, più qualche nuova affinità che si delinea:

Le domande che vorrei porre:

  1. Perché hai aperto un blog?
  2. In tanti anni di scrittura del blog, quanto è cambiato per te il modo di viverlo?
  3. Qual è stato per te il periodo in cui ti sei sentito più in fase con il tuo blog?
  4. Qual è il luogo a cui ti senti più legato?
  5. Qual’è stata la tua più grande rinuncia?
  6. Se potessi scegliere di duplicarti, una tua replica continua a condurre la vita attuale, l’altro te che tipo di vita sceglierebbe?
  7. Qual’è la caratteristica che ha fatto di te quel che sei?
  8. Dovessi andare a vivere altrove, dove ricominceresti?
  9. Un sogno da realizzare, quale sarebbe?
  10. Dovessi investire tempo e tanto denaro per rendere l’Italia in qualche modo migliore, quali sarebbero le tue priorità?
  11. Quali sono i tre libri e i tre film che hanno avuto maggiore impatto su di te?

Di didattica a distanza

Sono sempre stata una persona diligente per quanto riguarda i miei studi. Facevo le cose a modino, cercavo di essere precisa e di consegnare in tempo i compiti assegnati mettendoci impegno, talvolta anche strafacendo. Non ero naturalmente ordinata, mi sforzavo di esserlo per compiacere gli insegnanti. Detestavo rimanere nei bordi quando si colorava e fino alle medie lasciavo un sacco di spazi bianchi perché era un’operazione che consideravo un’immensa perdita di tempo. Ma con i figli il problema è più complesso.

La genetica è crudele, talvolta. Rivedi nella progenie i tuoi stessi difetti, però stavolta sei dall’altra parte della barricata come mero esecutore della didattica a distanza e devi cercare di contrastare certe derive. Poi, è inutile, molto del rapporto tra genitore e il figlio che deve eseguire le consegne degli insegnanti si gioca sul ricatto affettivo dai due lati. Ognuno cerca di manipolare tale leva per agire sulla controparte. La mia adorabile figliolina ogni singolo giorno mi fa penare abbastanza per svolgere i compiti, solo raramente è propositiva e motivata, per il resto del tempo si offende perché non accetta di subire correzioni, inizia a fare il muso e a opporre a ogni “Cosa c’è che non va?” un rancoroso “Non te lo dico”. E poi viene il mio turno, dopo aver tentato con le buone di sbloccare la questione tocca a me dare un giro di corda al ricatto affettivo asserendo che se lei continua a perdere il tempo di due persone preferisco evitare di seguirla e lasciare il compito a qualcun’altro. Allora si ravvede, viene da me sfoggiando la migliore faccia contrita e promettendo di essere sempre buona e cooperativa e svolge il lavoro, salvo poi impigliarsi di nuovo. Ma quando lavora motivata è una potenza, porta a termine quel che deve in un tempo ragionevole, se operasse costantemente in questo modo faremmo tutto in un quarto del tempo. Alcuni pomeriggi crollo, faccio il mio ruolo di amorevole sniper e poi sono talmente fiacca che non ho voglia di fotografare tutte le pagine da inserire nel registro elettronico. Altre volte, soprattutto se ha qualche linea di febbre, non ho il coraggio di infliggerle troppa roba da fare per cui accumuliamo qualche giorno di ritardo nella consegna dei compiti, ben memore del vecchio detto ‘meglio un asino vivo che un dottore morto’. Ma lei, piccina, non è asina, è pigra come sua madre, suo padre e coloro che, nelle generazioni che l’hanno preceduta, hanno puntato sulle abilità intellettuali perché era infinitamente più comodo che far lavori manuali. La scoperta di questi giorni è che le piace gareggiare, per cui questa nuova caratteristica è stata immediatamente sfruttata come stimolo per portare a compimento le opere scolastiche. “Dai, mamma non ti guarda e tu mi fai una sorpresa e fai tutto quello che puoi.” “Me lo dai un premio, poi?” “Certo!” C’è una luce in fondo al tunnel dei compiti e sicuramente qualche caramella Haribo.

In questi giorni con l’Adolescente abbiamo iniziato nuovamente a collaborare, dopo un trattato di non interferenza sancito dopo una drammatica interazione in occasione dell’esame da privatista dell’anno scorso. Era chiaro che non eravamo compatibili e che il ruolo di guida doveva essere svolto da insegnanti esterni, in modo da evitare rifiuti al limite della psicosi. Assodato questo, il ragazzo è andato seriamente avanti nei programmi fino all’inizio della pandemia, salvo poi essere in questi tempi incerti quasi del tutto mollato dalle persone che lo seguivano. L’esame da privatista però si avvicina e la pressione inizia a salire e il baldo giovine si è reso conto che farcela da solo è molto in salita. Per ora lavoriamo bene insieme, sembrano molto lontane le vicende dello scorso anno che avevano reso entrambi al limite della crisi di nervi. La strada è lunga, ma spero davvero che ci sia stata una maturazione e che ora il mio giovane adepto mi apprezzi almeno un pochino nel mio ruolo di sparring partner. Vorrei solo evitare di fare il sacco da boxe, da parafulmine, da capro espiatorio per qualsivoglia tensione derivante dalla preparazione dell’esame. Per quello, ho già dato.

Sul fronte del figlio maggiore non posso spendere che parole meritevoli. Lui ora vola a quote alte, noi contempliamo le sue evoluzioni e ne siamo meravigliati. Ci piacerebbe tirarcela e dire che abbiam ben seminato, invece no, il merito è solo suo.