la libera professione nel policlinico

Ebbene sì,  sono una vile. Avevo paura di riiniziare la trafila con il call center del centro unico di prenotazione, per cui, esattamente come i geni dei tagli alla sanità avevano previsto, ho deciso di mettere mano al portafoglio per avere prenotazioni meno deliranti.

Il policlinico ha una pagina in cui appaiono ordinati gli specialisti che visitano in regime di libera professione. Per la specialità da me scelta ne comparivano ben quattro, differenziati dal prezzo della visita e dal numero di telefono a cui prenotare.

Vado per ordine, scarto il prezzo più alto. Per essere proprio proprio sicura faccio una ricerca di curriculum dell’illustre e prezzolato specialista e compare una carriera interna all’ospedale con nessun argomento di specializzazione ben in vista.

Capito poi a soppesare i prezzi medi. Uno aveva un curriculum non pervenuto ma era molto presente in studi privati. L’altro aveva un profilo professionale ben stilato con specialità ben dichiarate e esperienze in grossi ospedali europei. Onestamente mi son fermata al suo nome e non sono andata avanti nell’esame dei papabili.

Ho preso nota del numero di telefono corrispondente convinta dell’equazione libera professione uguale rispondono subito e col massimo dell’efficienza.

Nulla di più sbagliato. Il telefono suonava a vuoto.

Come dice il mio compagno, non hanno bisogno di essere efficienti, tanto la clientela ce l’hanno lo stesso.

Già avevo in mente la voce nasale di Adriano Celentano che cantava “E’ inutile suonare qui non aprirà nessuno…”

Tento l’approccio scientifico, altrimenti detto Metodo Monte Carlo. Inizio a telefonare al numero indicato a orari casuali del giorno, ripetutamente per vari giorni di seguito. Prima o poi qualcuno per sbaglio risponderà e beccherò l’orario giusto.

E nel frattempo uno dovrebbe anche lavorare.

Hanno risposto al quinto giorno alle ore quattordici. Sentivi l’infermiera, gentile, che nel frattempo che gestiva la tua chiamata dava l’appuntamento a una persona fisicamente davanti a lei e parlava con le colleghe di pranzo e tartarughe d’acqua. Nelle innumerevoli pause da lei imposte nella conversazione telefonica ti chiedevi spesso se si stava rivolgendo a te. Ti potevi considerare paesaggio, pecore, acetoselle, campagna della sigla dell’intervallo di quarant’anni fa.

Pero almeno hai l’appuntamento per fra un mese. Allora, felice?

 

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centro unico di prenotazione

La mia capacità di stare al telefono per ore è  stabilmente sotto i tacchi. Sarà il mio essere borderline Asperger,  vivo con immensa fatica il dovere interloquire al telefono con persone sconosciute per ottenere un appuntamento dal servizio sanitario per una visita specialistica.

Potessi fare tutto da dietro lo schermo del mio computer, sarei libera dai mal di pancia pregressi a questo immenso sforzo di socializzazione. Tuttavia, lo splendido servizio online di prenotazione offre solamente appuntamenti in lontane case di cura di ameni villaggetti. La possibilità di trovare un appuntamento nel grande ospedale dove dovrebbero essere specialisti per la tua patologia non è contemplata. Impossibile da farsi.

Per cui, ogni volta che devo affrontare la procedura telefonica del centro unico di prenotazione cerco di arrivare con tutto davanti a me: tessera sanitaria e ricetta del medico curante fotografata e magnificata nel monitor, in modo da non avere la minima incertezza da presbiopia nel leggere numeri seriali e codici vari.

Sono passata quindi all’azione. La prima fase è durata circa due giorni (nel frattempo dovrei anche lavorare, magari). Digitavo il numero del centro unico, mi sorbivo due minuti di voce guida che mi spiegava le autorizzazioni che stavo dando, il nome del titolare del trattamento dei dati, insomma tutte le questioni da chiarire per legge. Poi, si passava al secondo messaggio della gentile voce guida, che informava che tutte le linee erano occupate e si pregava di chiamare più tardi. Prova a sentire il presente messaggio venti volte nella giornata e la sera in palestra farai fumare i colpitori a furia di picchiarli per evacuare lo stress.

Alla seconda fase sono quindi acceduta il terzo giorno… a sorpresa la voce guida, invece di defenestrarmi con la storia degli operatori occupati, mi ha pregato di restare in linea per non perdere la priorità acquisita. Avrei prodotto una diarrea dall’emozione, ma sono rimasta li a affrontare il mio momento di gloria.

Dopo dieci minuti buoni di musica a singhiozzo risponde un’operatrice frettolosa. Chiede i miei dati, codice fiscale, numero della ricetta, oggetto della richiesta, codice di esenzione, motivo della visita. E mentre io quasi gioisco, illusa, mi informa che non può andare avanti perché il codice di esenzione non è compatibile con la prestazione richiesta, per cui devo andare dal medico curante a farmi rifare la ricetta.

Clic. Ha riattaccato.

Ma poteva non applicarla l’esenzione? Giuro che non insistevo per averla.

E allora, dovrei perdere ancora un giorno per andare dal medico a far correggere la ricetta, due giorni per cercare di non essere buttata fuori dal sistema, e poi tentar la sorte con un altro operatore?

Immagine dell’Urlo di Munch tratta da wikipedia.
urlo di munch, tratto da wikipedia

Aprile

Per vari motivi l’attività lavorativa ha subito un cambio di ritmo, c’ è meno pressione e mi ritrovo orfana dell’ansia costante di non fare le cose abbastanza bene e abbastanza in fretta. E’ subentrato un altro tipo di ansia, più strisciante, di essere finita in un bell’armadio, digiuna di progetti stimolanti quanto i precedenti.

Cerco di anestetizzare i pensieri occupandomi del calendario medico della famiglia, prevedendo nuove crociate in nuovi ospedali per migliorare la terapia di mio figlio, sforzandomi di fissare i miei controlli sanitari a lungo rimandati, visto che mi ritrovo una febbricola sorniona ogni sera, dei valori del sangue ben starati e delle fitte alla schiena. Ma dialogare ripetutamente a vuoto con la voce guida del centro unico di prenotazione mi è gradevole quanto una purga.

Mi cimento ad occupare la testa in un groviglio di musica pop giapponese e vecchie e nuove letture, per sentirmi a duemila miglia da qui. Mi concentro nelle piccole cose di famiglia, coloro decine di fogli insieme alla Minima, cerco qualche anime carino da vedere insieme all’Adolescente, temporeggio sperando di accumulare il coraggio per partire sul cavallo dei miei pantaloni, pronta per nuove guerre.

Fuori splende Aprile e io ho freddo.

Quel che resta di me

Quel che resta di me, della me che ha aperto il blog,  è una lista di cose alla rinfusa.

Sicuramente resta la mamma che sgrana il suo quotidiano rosario di eventi minimi, anche se il fatto di aver anche figli grandi porta a censurarmi parecchio in questa sede sui momenti trascorsi in famiglia.
Resta anche la lavoratrice, provata, sicuramente meno ambiziosa e idealista ma più conscia del valore del proprio lavoro.
Per fortuna gli anni stanno smorzando le oscillazioni dei miei ormoni, parto meno sovente sul cavallo dei miei pantaloni verso rabbia depressione o infervoramenti vari. Forse sono più tollerante con me stessa, vedo l’onda lunga della sindrome premestruale o il piccolo cavallone dell’ovulazione e, con la grazia delle bambine freddolose nell’acqua bassa, mi metto in punta dei piedi per farmi bagnare di meno.

Sicuramente resta la moglie, forse più calma, forse più saggia. Forse maggiormente consapevole che un grande amore e ciò che si è costruito in vent’anni valgono più di qualche sguardo intenso di mammifero prestante.
Resta la sportiva tardiva, che in un cammino ardito cerca di far evolvere la sua naturale rigidezza e lentezza di secchiona nella flessibilità ed agilità proprie delle arti marziali. Non avrei mai creduto di diventare cintura nera, ora persisto nel non credere di arrivare a dare un giorno l’esame per il secondo dan.
Resta il silenzio delle ore tarde della sera, consacrate sempre a qualcosa. Un tempo a scrivere regolarmente in questo blog. Più recentemente a studiare pagine di medicina per cercare di capire la malattia del mio figlio di mezzo, o a stordirmi di binge watching per dimenticare le ore amare sbattuta tra ospedali a non concludere niente e trascorrere un momento insieme al mio compagno di vita.
Resta la passione di eterna studente che non sa cosa farà da grande, ora investita nell’apprendimento matto e sconsiderato della lingua giapponese. Sono e resto la bimba dagli occhiali tondi e rossi, profondamente secchiona e fiera di esserlo.Restano poche e preziose amicizie, onorate raramente nei ritagli di tempo, ma quando ci si scambia due messaggi è sempre una festa.
Resta la voglia di raccontarmi, scevra da velleità letterarie. Un tempo lontano ne ho coltivato, negli ultimi anni pero il confrontarmi con la produzione di un amico di vecchia data (lui sì) dotato di talento mi ha ancor più rimesso al mio posto di avida lettrice. Anche se credo non verrà mai a conoscenza di questo mio spazio, lo annovero mentalmente nella lista di narratari in cui voi già siete, amici di penna di lunga data che resistete alla penuria di miei aggiornamenti. E continuo, in modo centellinato, a offrirmi il lusso di questo flusso di coscienza in questa piccola pagina che continuo ad amare.

Bambagia

Alla fine forse l’equilibrio lo stiamo trovando.

Stiamo piegando la realtà in modo che abbia la forma giusta della malattia dell’Adolescente, che si adatti ai suoi dolori e alla sua febbricola.

E sia, visto che ancora la terapia giusta tarda per ancora chissà quanti mesi, accettiamo la situazione come a lungo termine. Pieghiamo tutto il resto come se fosse bambagia attorno all’intestino malato. Lui è grato e sicuramente più sereno, fa tutti gli sforzi che può per rincuorarci che stiamo procedendo nella direzione giusta, soffre ma col sorriso. Non gli stiamo più chiedendo di conciliare l’inconciliabile, di fare una vita normale. Abbiamo deformato la normalità in modo che sia rassicurante. La Piccola fa la principessa, lui, l’Adolescente, fa il paziente e dolente fratello maggiore. Il Grande è disperso nella sua nuova coinvolgente realtà a oltre diecimila chilometri da qui, e taglia i ponti perché ha da fare. Forse se ne fotte, sicuramente se ne fotte, è giusto così. Io mi drogo di musica in cuffia, il mio compagno si droga di giochi al computer. Coltiviamo solitudini il giorno e nel letto la notte ci stringiamo forte per non partire alla deriva.

Resistiamo.

Parentesi

Quando un figlio si ammala di qualcosa di cronico e non semplice da diagnosticare e da curare, ti pare assistere a una deflagrazione lenta, sufficientemente lenta per vedere la sequenza di eventi dolorosamente scandita, ma non abbastanza per mettere in salvo le cose e le persone importanti. Vedi il fronte d’onda che si espande, le vetrate che si gonfiano prima di andare in mille pezzi, la disperazione nelle facce dei presenti, cerchi di prendere qualcosa di fondamentale e di nasconderti, o di salvare chi giudichi più importante, ma sei impotente.
Completamente impotente.
Vedi le schegge che volano, e non le puoi evitare.
E dopo devi andare avanti lo stesso, minimizzare le ferite degli adulti, cercare di lenire quelle del figlio che stanno aperte, suppurano. E tu tamponi dicendo “Non disperare, tanto lo troviamo quello bravo che aggiusta tutto e ti fa star meglio.” Fanno male le ferite del corpo e quelle dell’anima. Nulla è più lo stesso, ci si muove su un terreno devastato in cui cerchi di ripristinare le strutture precedenti, dove puoi, e di trovare nuovi equilibri e nuove soluzioni dove non puoi.
Si vive da reduci, da sopravvissuti. Cerchi di trovare una normalità in una situazione che speri abbia vocazione ad essere momentanea, provvisoria. Aspetti la Terra Promessa della Cura Giusta, dando importanza ai dolori ma cercando di evitare che tutto crolli fagocitato da una depressione nera.
Anche se ci si stringe tutti i giorni, e che ci sono mille altri in condizioni ben peggiori, ci si sente soli, solissimi.

E ora, finito lo sfogo piagnone, riprendiamo le solite quisquilie.

Una vita da mediano

Come diceva Ligabue, una vita da mediano.

Sempre lì, lì nel mezzo, finché ce n’è stai lì… La citazione non è particolarmente colta ma rende il mio recente coinvolgimento nei più disparati eventi. Stiamo cercando di far ripartire l’Adolescente che presenta dolori addominali che si riacutizzano ad ogni risveglio del sistema immunitario, e che quando è fragile cumula a tutto ciò fobia scolare e fobia sociale.  Perché alla fine al dolore addominale si somma la balbuzie quando non riesce a concentrarsi su quel che dice. E vai di summit e di sequenze di appuntamenti dedicati: pediatra, specialisti della sua malattia cronica, psicologi, professori per rafforzarlo nell’unica materia che lo paralizza.

Risolvere i suoi problemi è come dipanare una matassa intrecciata, bisogna avere tempo e pazienza, nonché restringere al minimo l’alimentazione nei periodi di crisi: poco riso solo a pranzo, carne bianca, pesce, mele cotte. Niente oli d’uso comune…. l’olio d’oliva che più extravergine di così si muore è stato il tema di una sequenza di mal di pancia senza tregua. Grassi non ne parliamo, fibre neppure.  Una volta ho usato un succo di mela torbido per cucinare, meno centrifugato del solito…. e via di crisi di dolori addominali e depressione annessa. Aglio? Irrita. Cipolla? Riempie l’intestino di gas e aumenta i crampi. Pomodoro? Neanche a parlarne, ha nichel.   Quando l’infiammazione aumenta il suo intestino si blinda, e ai dolori addominali si sommano le mancate evacuazioni. Santo cortisone quando lo danno, consente di tornare a una quasi normalità. Almeno possiamo spaziare un po’ di più con l’alimentazione, e posso far qualcosa di diverso della cucina al niente in cui mi sto specializzando.

Prima o poi stabilizzeremo la situazione. Ma quanto dura la salita?