Sei un tipo

E’ un periodo complicato per il lavoro, devo riuscire a portare a casa il primo risultato concreto del nuovo corso. Nel frattempo ho sempre più corsi da fare e il tempo fugge, vola.

Il fatto incredibile è che inizio a sentire la stima di mio padre nell’ora che gli consacro durante il fine settimana per guidarlo nelle sue interazioni con i computer. Prima era difficile avere un suo apprezzamento di qualsiasi genere. Alle figlie piace sentirsi al centro del mondo, apprezzate dal padre. Penso che tutte le figlie sognino che il padre rivolga loro complimenti. Io chiedevo a mio padre “Sono bella?” sperando che lui, come tutti i padri, dicesse “Per me sei bellissima.” Lui rispondeva: “No, non sei bella. Sei un tipo, puoi piacere a qualcuno.” Era inutile dimostrare che ero brava, se facevo sport mi criticava dicendo che lui ai suoi tempi faceva meglio. Mi sono laureata nella sua disciplina, molto prima di quanto lui abbia fatto, sono stata la più giovane laureata del corso. Quasi non se n’è accorto. Ho anche provato a fare la sua professione, sono durata pochissimo perché mi annoiava a morte. Sono fuggita verso altri ambiti a me più congeniali. Ho anche preso, per mio gusto, la cintura nera in un’arte marziale, ma quasi non la considerava perché il centro del mondo era la cintura arancione che lui aveva preso a judo. Ma ora che ogni settimana pazientemente risolvo le gabbole che lo scontro col mondo informatico moderno produce, quando smettiamo dice a mia mamma “Sai che è proprio brava?” Grazie babbo, era una frase che aspettavo da parecchio.

Passarsi accanto

Vengo a sapere oggi della scomparsa di una collega per un male rapido e incurabile.

Ci siamo passate accanto fin dai tempi dell’università sfiorandoci senza neanche socializzare veramente. Io ero una secchiona rampante che viveva in biblioteca e contava i minuti di permanenza residui all’università col numero di esami ancora da sostenere e col numero di pagine di libri ancora da metabolizzare. Lei era una brava studente della buona borghesia del capoluogo, molto quotata, fidanzato molto conosciuto, buone frequentazioni, quanto di socialmente più lontano nei gruppi dell’università. Ci ritrovammo poi nello stesso organismo vari anni dopo, settori diversi e interessi diversi, quattro chiacchiere scambiate alla macchinetta del caffè di quando in quando ma nessuna particolare frequentazione. Anche lei aveva trovato un affetto stabile all’interno della stessa realtà e aveva avuto una figlia, i primi sorrisi di vera empatia forse sono scaturiti alla vista dei rispettivi pancioni. Qualche tempo prima che sparisse dalla circolazione, qualche anno fa, avevamo avuto uno scambio di confidenze sempre davanti ai distributori automatici, mi pare di ricordare che lei raccontasse qualcosa della sua condizione di madre e forse mi ero allargata a raccontare qualche elemento della storia di ospedali del mio secondogenito. Mi ero trovata davvero bene quella volta, l’avevo trovata umana. Poi con discrezione è uscita dalla scena, c’erano rare notizie della sua malattia. Sono vile, vilissima, ho incontrato varie volte il marito in corridoio e non ho mai avuto il coraggio di chiedere sue notizie.

E ora so che manca, sono veramente triste per lei, per i suoi affetti e per le persone che patiranno la sua assenza . Era una bella persona e non ho mai avuto tempo e modo di frequentarla.

L’amicizia ha bisogno di reciprocità

L’amicizia ha bisogno di reciprocità, anche quella virtuale.

Per i frequentatori del social più amato dai quaranta-cinquantenni, sappiate che si sente chiaro e netto se qualcuno ti mette nella categoria degli “Amici con restrizioni” o usa la funzione “Amici tranne..” per le sue condivisioni. Sono una persona vecchia scuola, amo le rughe delle persone, le loro imperfezioni, sopporto le loro volubilità con il sorriso. Però si sa, i tempi cambiano, le rughe si cancellano col filler e se una persona non vuole condividere con me le piccole novità della sua vita lo devo accettare. Non importa l’affetto, la stima e tutto il resto, magari non era così ben riposta. Va bene, sarò una buona appartenente alla categoria ‘amici con restrizioni’, mi arrenderò sul resto, sul voler tenere in vita una connessione mentale che per me ha un significato. Magari era accanimento terapeutico. Del resto, sono brava anche ad arrendermi.

Torno a studiare che è meglio.

Qual è il tuo superpotere?

Nel mio piccolo ho fatto diventare il mio principale limite il mio superpotere, quello di non uscire mai da casa in situazioni non lavorative perché il marito è cementato nelle sue occupazioni, il figlio medio difficilmente tollera qualsiasi variazione della sua routine; la figlia piccola è paradossalmente l’unica che crea diversivi nella ripetizione indistinta dei giorni.

Quel che mi stava portando fuori di testa qualche anno fa è diventato incredibile spazio di libertà per seguire i corsi che mi piacciono, per nutrire il cervello, provare a me stessa che valgo, trasformare il mio lavoro e proiettarmi in altri futuri. E’ vero, si son fatti molti progressi, il mio compagno ha accettato la prassi del cappuccino al bar come momento di socializzazione e qualche sporadico aperitivo, la serie da vedere insieme sul divano quando non studio, piccole consuetudini per farmi percepire di averlo al mio fianco. Nel frattempo ho la testa piena di formule e di voci di professoroni americani che faccio andare col video accelerato; ho appena visto brillare la scritta che comprova il raggiungimento dei crediti necessari per il conseguimento del diploma ben prima dell’esame finale. Benedette siano globalizzazione e virtualizzazione che mi fan essere contemporaneamente qui, con la mia famiglia, e in posti molto molto lontani. Spero di riuscir di far talea di questa nuova deriva e di innestarla nel lavoro, in modo da portare avanti progetti in sinergia con gente interessante ai quattro angoli del pianeta.

Nel mio breve orizzonte autunnale ho altre tre materie di studio oltre l’overdose del nuovo lavoro. Se diventassi un buon decimo di Tony Stark, con tanto di capacità di inventare qualcosa di nuovo, sarei alle stelle. Nel frattempo sblocco nuovi futuri.

E voi, qual è il vostro superpotere?

Equilibri provvisori

Ho cambiato gruppo di lavoro a dicembre e ne son felice. Però lentamente le caratteristiche dei miei nuovi compagni di sventura si vanno delineando. Intendiamoci, non andrei mai indietro, per tante ragioni. Siamo sotto pressione perché dobbiamo uscire con qualcosa di grande, il qualcosa di grande però lo si sta lentamente e fragilmente costruendo.

Il mio ruolo è la Giovanna D’Arco, vado avanti e massacro di spada, lavoro a capofitto per trainare la comitiva, mi butto in nuove direzioni cercando nuovi sentieri da aprire. Poi c’è quello scientificamente preparato, ondivago, volubile, un giorno di presenza e due mesi di ghosting. E’ lui che mi ha tirato in ballo ma so che il suo apporto sarà discontinuo come un quasar. Mi ha insegnato in questi mesi che non fa per me avere qualcuno di volubile accanto, ho bisogno di solidità, non di docce scozzesi. Poi c’è quello affidabile, sempre sul pezzo, buona piuma, dado di carisma a mille ma molto lontano da temi tecnico-scientifici. A mia sorpresa è la persona con cui mi trovo meglio, al punto di scegliere coscientemente di farci squadra stabile, anche se io sarò sola a fare il lavoro sporco. E’ una persona con cui si può costruire una visione e di questo gli sono grata, di visioni ne ho tante, fin troppe. Per ultimo c’è quello che ha un ruolo tecnico, ma appena c’è qualche responsabilità prende paura e vorrebbe comandare sugli altri e giammai lavorare in prima persona. Probabilmente è il collega con cui ho più scontri e a cui auguro un progetto su cui abbiamo poco da interagire.

In questi equilibri provvisori scavo per costruire le mie fondazioni. Speriamo di far crescere un’opera alta e resistente. Per ora mi sento funambola, tanto funambola.

Si cerca di diventar la stella di se stessi

Questa estate strana ha il sapore dei compiti settimanali consegnati a mezzanotte, degli esami nei giorni per gli altri di festa, della vita che fluisce attorno, lontana nonostante tutto.

Ci sono mille piccole cose nella quotidianità che si affrontano tenendo lo sguardo su una direzione fissa. Tutto ha un fine lontano, si cerca di costruire piccoli mattoni e conci che consentano di arrivare a questo fine, che formino una scala per il cielo. Cerco di non guardare attorno, mantengo lo sguardo fisso nella direzione che auspico. Ma non c’è nulla lì presente, c’è uno spazio vuoto. Non c’è nulla per ora nel firmamento, ci sarò proprio io nel futuro, se lavoro assiduamente. Sai che c’è? Anche io diventerò una stella e mi meriterò quel posto che ora sto sudando, realmente, esame dopo esame, pezzo dopo pezzo. Questo pomeriggio stavo rinchiusa in camera a ultimare gli esercizi della consegna settimanale, grondavo, il sudore colava dalla fronte alla tastiera del portatile. Oggi è la notte di San Lorenzo, non sono ancora stella e faccio di tutto per non cadere.

L’altro giorno abbiamo ricevuto la visita di una giovane amica, è rimasta a cena con noi. Normalmente vive e transita in altre zone d’Europa, per cui averla in zona era un’occasione irripetibile. E’ una tipa energica, piena di slanci e di vita, eppure si sta consumando nell’insoddisfazione per quello che a livello di carriera non è ancora riuscita a realizzare. A mio avviso non ha trovato ancora il progetto su cui scommettere che le fa brillare gli occhi, per cui cerca occasioni al vento ma è instabile come una vela che fileggia. Mi rendo conto di essere molto fortunata: in questo momento sento di avere una meta che mi riempie l’oggi e non importa se gli altri la considerano illusoria.

Tetris

Arriva l’estate con i suoi colori suadenti, arrivan gli amici da terre lontane e quasi mi illudo di fare turista anche a pochi chilometri da casa. Mi illudo, ne sogno, ma poi mi risveglio. Tra gli impedimenti per il figlio e tra le cose messe al bando da mio marito rimane ben poco e risicato, di che mettersi in appetito e smettere subito perché troppa gioia fa male. Per trovare qualcosa che rispetti tutti questi vincoli bisogna giocare di tetris, non fare programmi perché se qualcosa si riesce a realizzare e già molto, l’avere due o tre cose in scaletta manco a pensarci.

Sai cosa? Preferisco le giornate di lavoro, le notti di studio, la vita familiare pacificata nei binari della consuetudine e le mie passeggiate solitarie a bordo costa e come unica uscita graditissima il cappuccino al bar la mattina. Almeno non mi illudo di poter vivere fuori e vivo dentro, mi esalto nel mio compiacimento intellettuale, trovo soddisfazioni altrove. Non m’aspetto niente da altri, solo da me stessa. Sto imparando a accontentarmi di questa placida routine, non ho più tanta voglia di combattere coi mulini a vento. Sorrido e mi immergo nei corsi di statistica. Qualcuno potrebbe dirmi che sto diventando egoista perché non rinuncio ai miei corsi e alle mie lezioni. Ormai è il mio modo di sentirmi viva e non ho voglia di privarmene.

Ma in fondo ognuno è in bilico

Qualche giorno fa m’è capitato di riascoltare la canzone che qualche anno fa Romina Falconi aveva fatto insieme a Taffo, geniale operazione di marketing fondamentalmente dissacrante.

Malgrado il titolo, “Magari muori”, è un inno alla vita, al vivere al massimo “da qui fino ai crisantemi.”

Ognuno sa il suo, le sue patologie e la sua età, direi che ormai la prospettiva di vita indefinitamente lunga che si aveva ai venti e ai trenta sfuma, il “c’è tempo” non è più un dato a priori in genere. A una certa età si instaura una certa consapevolezza di essere in bilico, meglio non rimandar più nulla.

Personalmente, la mia malattia porta all’insorgenza ogni anno di nuovi capillari malformati di cui non è nota la posizione. Potrebbero essere in punti innocui e sanguinare gioiosamente, oppure potrebbero essere in un organo vitale e quando sanguinano, a meno di essere prossimi a un centro ospedaliero davvero esperto, è “fine delle trasmissioni.”

Puoi scegliere, passare il tempo a farti scanner per capire dove sono i nuovi capillari o fregartene, nonostante tutto, ed adoperarti per vivere appieno.

Ho deciso di scommettere in grande sul lavoro e non tirarmi indietro per trovare nuove occasioni. Quel che dura dura, qui la posta è alta. Non trascuro la mia famiglia, non rinuncio più a un’uscita con amici se capita. Studio duramente su corsi a stelle e strisce di materie incredibili e cerco di fare le cose nel modo più maestuoso e solenne possibile per dare sfogo a tutta la creatività che posso esprimere. Non trattengo più pensieri e emozioni, che tutto scorra, incurante degli sguardi degli altri.

Ho ancora molte energie da esprimere prima di spingere da sotto le margherite. Splendiamo e facciamo faville, se poi capita la fine della trasmissione lasceremo questo mondo senza rimpianti.

Che cosa sto facendo?

E’ un po’ di tempo che mia figlia ha il pallino del mimo e qualsiasi cosa io faccia mi apostrofa “Che cosa sto facendo?” Spesso ciò avviene nei miei momenti di lavoro al computer, per cui se ho compiti molto urgenti raffreddo il suo entusiasmo e dichiaro che sono occupata, nel resto del tempo cerco bonariamente di trovare delle risposte, alcune volte con vera attenzione e divertimento, altre volte purtroppo concedendo una certa percentuale di cura mentre il resto del cervello rimane intrappolato a coordinare mille altre cose. Lo so, sono una mamma mediamente disponibile ma non totalmente consacrata alla sua creatura e nella lunga estate in cui i bimbi si annoiano ciò salta all’occhio. Che cosa sto facendo?” e via a cercare una risposta plausibile mentre l’ultima equazione su cui stavo faticando rimane appesa davanti agli occhi. “Il giardiniere?” “No, mamma, era chiaro, stavo combattendo. Che cosa sto facendo, ora?” e vai, cerca di spendere quei due neuroni su questo quesito mentre ti viene in mente che devi pagare il centro estivo e spedire la ricevuta. “Mamma, ma mi stai guardando?”

Padre e fratello sono lì, davanti al loro computer, presi nelle loro attività ludiche, non li smuove nessuno per ora. Chiudo il computer e la seguo in bagno mentre va a espletare i suoi bisogni “Mamma, puoi restare qui a giocare a ‘io vedo con i miei occhietti’? La torrida estate acuisce lo sbilanciamento di compiti in una famiglia in cui teoricamente la parità di ruoli è assicurata. Sì, li abbiamo voluti i figli e pedalo. E’ bello vederla trotterellare, è impegnativo gestire la sua noia estiva e mi faccio forza nel pensare che fra un po’ di anni non mi si filerà neanche di striscio. “Lo sai fare questo?” e fa una sequenza di balletti inventati da lei. “No, vedi, mamma non lo sai fare.” Anche se lo facessi preciso mi direbbe la stessa frase, per cui nego già dall’inizio. E’ difficile rafforzare la loro autostima, è non semplice evitare la figura del genitore distratto da altro. Poi alla fine lei si stufa e si interessa a un altro gioco e a quel punto posso di nuovo fare il salto dimensionale e cercare di immergermi nelle mie faccende sino alla prossima interruzione, io madre imperfetta in una sala di sfingi.

Un’inversione a trecentosessantacinque gradi

Alcune volte, anche in contesti in cui oratori discreti arringano in una stanza piena di gente, rimango basita da quanto la matematica di base latiti anche a livelli che potrei considerare alti.

Ero in un contesto di lavoro, credo, quando ho sentito questa frase, dell’inversione a trecentosessantacinque gradi.

Di lì, il mio flusso di coscienza ha mollato il filo del discorso per procedere ai seguenti controlli formali.

Era ironico? No, non lo era proprio, decisamente al primo grado.

E’ al corrente che per invertire la rotta di trecentosessantacinque gradi costui gira su se stesso e la modifica di soli cinque gradi? Fra l’altro, abbastanza inefficiente, spendere l’energia per un moto di rotazione completo e poi continua a girare di un angolino piccino piccino. Sembrava non essersene accorto. Forse era un lapsus, lo spero vivamente.

Ma così, se ne incontra tanta di gente che è talmente assorbita da se stessa che ha eluso tutti i controlli razionali volti a migliorare il proprio ragionamento. Hai una certa patologia e non ti vaccini? “No, mia madre non lo fa, perché sente che se lo fa muore.” Ma hai letto le statistiche di eventi avversi? E quelle di decorso cattivo del COVID per la tua patologia? “No, è personale.” Giuro, non chiedo agli altri di avere il Master di Statistica al MIT, solo di prendere in conto due informazioni, proprio due. Numeri ben quantificabili. Perché alla fine se uno sente le cose di pancia è da rispettare, se parli di numeri sei uno sporco razionalista antipatico.

Discorrendo di matematica, uno dei maggiori regali legati al frequentare corsi in remoto di celebri università americane è la quantità di magia dei numeri che manipolo in questi mesi, molto diversa da quella studiata in precedenza. Alla vigilia dei cinquant’anni il corpo cede e molti indulgono in punturine per mostrare la pelle tesa e attenuare i solchi del tempo, nel mio caso le quantità ingenti di compiti valutati da svolgere sono punturine dell’anima, rassodano l’autostima. E’ bello partire da una pagina in cui a primo acchito sembra ci siano iscrizioni in un linguaggio arcano; poi, passato il terrore dell’ignoto, pezzo per pezzo applico quel che mi è stato insegnato e salgo la china finché tutti i quesiti sono completati. E’ un processo lento, richiede pazienza e compensazione ma dà tante soddisfazioni.

E mentre altri compiono rotazioni attorno al proprio asse di angoli superiori all’angolo giro, continuerò a mantenere questa direzione, con determinazione e pazienza.