Un’inversione a trecentosessantacinque gradi

Alcune volte, anche in contesti in cui oratori discreti arringano in una stanza piena di gente, rimango basita da quanto la matematica di base latiti anche a livelli che potrei considerare alti.

Ero in un contesto di lavoro, credo, quando ho sentito questa frase, dell’inversione a trecentosessantacinque gradi.

Di lì, il mio flusso di coscienza ha mollato il filo del discorso per procedere ai seguenti controlli formali.

Era ironico? No, non lo era proprio, decisamente al primo grado.

E’ al corrente che per invertire la rotta di trecentosessantacinque gradi costui gira su se stesso e la modifica di soli cinque gradi? Fra l’altro, abbastanza inefficiente, spendere l’energia per un moto di rotazione completo e poi continua a girare di un angolino piccino piccino. Sembrava non essersene accorto. Forse era un lapsus, lo spero vivamente.

Ma così, se ne incontra tanta di gente che è talmente assorbita da se stessa che ha eluso tutti i controlli razionali volti a migliorare il proprio ragionamento. Hai una certa patologia e non ti vaccini? “No, mia madre non lo fa, perché sente che se lo fa muore.” Ma hai letto le statistiche di eventi avversi? E quelle di decorso cattivo del COVID per la tua patologia? “No, è personale.” Giuro, non chiedo agli altri di avere il Master di Statistica al MIT, solo di prendere in conto due informazioni, proprio due. Numeri ben quantificabili. Perché alla fine se uno sente le cose di pancia è da rispettare, se parli di numeri sei uno sporco razionalista antipatico.

Discorrendo di matematica, uno dei maggiori regali legati al frequentare corsi in remoto di celebri università americane è la quantità di magia dei numeri che manipolo in questi mesi, molto diversa da quella studiata in precedenza. Alla vigilia dei cinquant’anni il corpo cede e molti indulgono in punturine per mostrare la pelle tesa e attenuare i solchi del tempo, nel mio caso le quantità ingenti di compiti valutati da svolgere sono punturine dell’anima, rassodano l’autostima. E’ bello partire da una pagina in cui a primo acchito sembra ci siano iscrizioni in un linguaggio arcano; poi, passato il terrore dell’ignoto, pezzo per pezzo applico quel che mi è stato insegnato e salgo la china finché tutti i quesiti sono completati. E’ un processo lento, richiede pazienza e compensazione ma dà tante soddisfazioni.

E mentre altri compiono rotazioni attorno al proprio asse di angoli superiori all’angolo giro, continuerò a mantenere questa direzione, con determinazione e pazienza.

A corpo morto

Eccomi qui dopo alcuni mesi di cambio di programma, di lavoro, di destino possibile.

Sto puntando tutto sull’altrove lavorativo che sto costruendo, come un giocatore di roulette che ammucchia tutte le fiche per puntare su pochi numeri. Sto studiando tantissimo oltre che lavorare a ritmi folli, a corpo morto come se fosse una preghiera, un monaco sdraiato a terra che concentra le sue energie per innalzarle verso la divinità.

Ho terminato uno dei corsi a cui ero iscritta, passando attraverso le maglie dell’esame finale, aspetto solo il pezzo di carta conseguente per convincermi di avercela fatta. Con i colleghi nuovi stiamo presentando tante proposte di progetto, alcune davvero ambiziose con partner internazionali di livello incredibile, speriamo che qualcuna passi. Fermento creativo a mille, come se dovessimo plasmare intere città sulla Luna o su Marte o su qualche pianeta lontano, concependole da zero.

Se ci fossero i campionati di lanciare il cuore oltre l’ostacolo, direi che sto lottando per le qualificazioni in gironi di buon livello, direi che oltre il muscolo cardiaco proietto altrove anche i miei organi interni. Mi aspettano altri due corsi molto duri per continuare la formazione nella nicchia su cui vorrei un giorno dichiararmi esperta, più gli esami universitari del percorso a cui m’ero iscritta, che fortunatamente hanno un programma che è parzialmente sovrapponibile.

Tutte le mie energie vengono voracemente assorbite dal mio folle progetto, lasciare una traccia in questo nuovo ambito, costruire qualcosa che faccia lavorare me e altri sull’argomento. Sarà folle ma ci voglio credere. Buon lavoro a me.

Di birre al bacio e riciclaggio di sogni

Ieri, nel percorso della mia solita passeggiata, ho incontrato una trentina di ragazzi tra i sedici e i vent’anni, i maschietti senza mascherina, delle fanciulle solo alcune avevano la mascherina celeste a fasciare il collo. Tornavano da una festa, era chiaro. Alcuni fumavano sigarette, altri finivano di scolare la birra al bacio da bottigliette, altri abbracciavano e socializzavano in modo rumoroso. Io silenziosa, passo svelto e presidio di ordinanza messo a regola d’arte, li spiavo di sottecchi. E’ buffo come la trasgressione e il sentirsi anticonformisti passi per comportamenti che un tempo erano normali e che spero che a breve ritorneranno. Fatto sta che questa generazione che per amore di sopravvivenza di padri e nonni e coercizione si è lasciata barricare in casa per un anno ora proprio non ce la fa più, la normalità se la sta riprendendo con le unghie e con i denti. I loro sogni son rimasti ostaggio della salute pubblica per un tempo indeterminato, ora che la primavera incalza suadente crollano le barriere, le distanze, le profilassi ragionevoli e si riprendono la vita. Potrei tacciarli di irresponsabili ma li capisco, il loro tempo è ora e non vogliono più abdicare, il procedere della profilassi vaccinale tra gli anziani da portanza alla loro fretta di riavere per loro un mare di possibilità.

Per tutti questa cesura covid è stata l’occasione di far riciclaggio di sogni. Siamo arrivati con sogni grandi, irraggiungibili, magari inaccettabili e li abbiamo convertiti in sogni facili da spendere come banconote di piccolo taglio. Una sigaretta, una birra al bacio. Una festa nascosta al mare. Un’andata in palestra. Sic est.

Attrazioni elementari

“Sai, mamma? Penso che mi sto prendendo una cottarella per Ragazzino Garbato. Mi ha appoggiato la mano sulla spalla e mi sono emozionata.”

A raccontarlo è mia figlia di sette anni. Non è strano, no, le memorie delle mie prime passioni risalgono a quell’età.

Gli occhi azzurri di Michele dietro gli occhiali spessi, lui avvolto nel grembiule nero col colletto bianco che doveva essere stato prima dei fratelli più grandi. Poi lui si era fidanzato con Barbara, che aveva larghe lentiggini simili a quelle di Candy Candy, stavano davvero bene assieme e si sono persi di vista alla fine delle elementari. Giorgio dalla pelle scura con cui avevamo ballato un lentone potente in quinta elementare, in una festa in cui per rendere l’atmosfera più da grandi avevano abbassato le tapparelle del salone della festeggiata. Poi lui era diventato il mio fidanzato e ci eravamo dati un bacio sfiorandoci le labbra: contemporaneamente però si era fidanzato con Carla, l’altra brava della classe e la situazione di gelosie e ripicche da telenovela brasiliana era stata prontamente dissolta dalle grandi vacanze prima delle medie. Erano amori innocenti e fanciulleschi, che trovavano come pegno l’anello trovato nell’uovo di Pasqua o la figurina doppia più bella in regalo. E vorrei dire a mia figlia di non aver fretta, che l’amore ha molte forme buffe e innocenti e non è il caso di inseguirne altre più da grandi. E’ un sentimento con molte sfumature, le guance che avvampano quando il suddetto ragazzino le sfiora la spalla, i messaggi del compagno di giochi nel server protetto di minecraft -“io non ti lascerei MAI” – scrive, con quel mai in caratteri maiuscoli per rappresentare la profondità di un amore bambino. Però la capisco, eccome se la capisco. Ancora mi rivedo, bimba riccia con gli occhialetti tondi rossi nel grembiule bianco ben stirato da nonna, a spiare da lontano gli occhi azzurri di Michele e a sognare di merende insieme e mani che si sfiorano.

Buttare il cuore oltre l’ostacolo

Buttare il cuore oltre l’ostacolo per riuscire a raggiungere il proprio obiettivo professionale ha un costo.

Costa tempo, perché le grandi iniziative si realizzano facendo tanti piccoli passi, sempre e comunque. Soprattutto quando non si ha voglia e bisogna non smettere di muoversi. C’è un anime che adoro, One Punch Man, in cui il protagonista decide di diventare supereroe praticando tutti i giorni una certa sequenza d’allenamento. Il compito giornaliero non era particolarmente pesante, ciò che era difficile era farlo con costanza tutti i giorni, ogni singolo giorno.

Costa fatica. Ho trascorso Pasqua e Pasquetta a fare tutti gli elaborati di un ‘Midterm exam’, l’esame di metà corso di una ambiziosa specializzazione che sto portando avanti. Anche qui, mentre la bimba di casa saltellava ed i maschi di famiglia viaggiavano in universi telematici lontani. E poi finisci e cerchi di non far trasparire la stanchezza perché non sei più l’universitaria per conto suo che può murarsi in camera con le cuffie e la musica a palla. Ne vale la pena? Sì, vi assicuro. Il risultato non si vede subito, bisogna dare se stessi in piccoli pezzi ed esser pazienti. Una briciola di cuore e un pugno di neuroni alla volta, qualcosa si consegue.

Costa autostima e la rafforza al contempo. Ogni volta che ammetti di non sapere e di non essere preparata l’autostima piglia una botta, ma quando si impara come fare ci si sente cinque centimetri più alti. E funziona a tutte le età, pensa che miracolo.

Costa tutte le cose futili a cui rinuncio. Ma è il momento di sacrificarle e tuffarsi in una dimensione più grande. Non è il caso di fare il punto di Flatlandia, che è immerso nella sua zero-dimensionalità a ribadire la sua esistenza. Bisogna immergersi in uno spazio più ampio e cogliere l’essenza della propria marginalità per poter migliorare in qualcosa.

Costa attenzione a milioni di cose che mi sfuggivano e mi sfuggono ancora. Assistere a presentazioni in cui devo resistere alla noia per riuscire a cogliere quell’uno per cento che svolterà la giornata.

Però, a mio modo, in questo momento sono davvero felice. Speriamo che duri.

Mutatis mutandis

Fra qualche giorno riesco a chiudere una parentesi professionale di diciott’anni, partita con entusiasmo e prolungata negli ultimi anni con una grande sensazione di vuoto interiore, anni in cui mi son drogata di panorami di Instagram per evitar di contemplare l’incomunicabilità con la gerarchia e la concretezza del trovarmi di fatto relegata in un cassetto.

Mi ricolloco per evitare di permanere ancora in questo cassetto in un tempo sospeso, per uscirne. Dice un nuovo collega: “E’ il sogno di ogni mutanda.” Concordo. Ma almeno la mutanda osa cambiare e accetta il cambiamento perché è nella sua natura, pervenire a questo status è un punto d’arrivo. Per anni sono stata acqua cheta, magari m’ha fatto anche comodo visto il coinvolgimento altrove che è stato imposto dalle malattie filiali. Tuttavia, nonostante i riempitivi che ho potuto trovare nel mio tempo libero per ingannare la mente, l’insoddisfazione aveva inquinato tutto il resto.

Dopo l’iniziale frizione all’annuncio della partenza, con la gerarchia del vecchio gruppo ci sono state settimane di incontri cadenzati tra i quali ho lavorato di nuovo di buona lena e in cui, dopo anni, hanno ascoltato ragionevolmente qualche mio input. Nell’ultimo incontro, prima del finale, il tasso di richieste si è intensificato e io ho di nuovo avvertito il vuoto che mi inghiottiva nel lavorare ai vecchi temi. Tutta questa urgenza di volere ancora, ancora, ancora, ancora di più e star lì a giudicare da bravi feudatari, io sotto esame e loro lì a dissertare e a darmi margini di manovra al contagocce. Non è lavoro di squadra, e ho titoli per decidere su molti fronti a pari dignità. Per questo scelgo altri orizzonti, dinamiche corali che si contrappongano alla sistematica ritenzione dell’informazione e al prendere decisioni sempre in camera caritatis, senza farne parte a chi dovrebbe lavorare gomito a gomito per raggiungere l’obiettivo.

Volerò altrove con una squadra che partecipi, basta divide et impera, basta modello di relazioni a stella dove i capi sono al centro di tutto e decidono anche del colore del punto separatore, appollaiati sulla spalla. Lascio le recite e scelgo l’impegno altrove. La mia droga sarà l’eccitazione per i nuovi progetti, le nuove possibilità, il sentirmi in mare aperto.

Niente più mi lega a questi luoghi, neanche questi fiori azzurri.

Calamita per sognatori

Sono una vera calamita per sognatori. Non so, li attraggo, forse si ritrovano nei miei occhi da pazza, forse sanno che da me trovano sponda per le loro folli imprese.

Anche stasera ho dato il mio contributo al sogno di una ragazza che fa disegni bellissimi, dopo un crollo nervoso perché qui in Italia dopo il diploma non trovava corso universitario sulle sue corde ha deciso di buttare il cuore oltre l’ostacolo e di proporre la sua candidatura per diventare studente di un corso di laurea di animazione e fumetto in Danimarca. Ha lavorato in questi mesi come una pazza al suo portfolio e stasera all’ultimo le ho tradotto la lettera di motivazione in inglese per sottomettere la domanda d’ammissione nell’ultima ora disponibile.

Non è la prima, non è l’ultima. Figli, non figli, amici, non amici, passano da me e trovano ascolto e complicità per tentare il loro colpo, per cercare di fare il loro salto di qualità. Io amo persone così, che vogliono imprimere un nuovo corso alla propria vita. Mi nutro dei sogni degli altri, per un’ora la grande missione della fanciulla che disegna divinamente è diventata la mia. Bisogna aiutare altri ad alzare la testa, tante persone spingono a tenere sempre lo status quo, la zona di confort grigia e senza aspirazioni vicina al proprio cerchio di relazioni. E io invece dico “Osa! O te ne pentirai.” E al massimo, se non va bene, si volta pagina. Tentare, tentare sempre.

La vita in corsa

Febbraio è stato un mese senza fiato: ho dato corso a molte idee che avevo e ho lavorato assiduamente per realizzarle.

Ho fatto cose che difficilmente avrei immaginato e preteso da me: ho concorso in un hackaton in squadra (in realtà ho lavorato solo io ma era la condizione per poterci provare), sto cercando di chiudere le vecchie questioni aperte dal punto di vista lavorativo e contemporaneamente cerco di costruire il mio futuro prossimo nel nuovo gruppo di lavoro con delle splendide persone che ne fanno parte. Ho impiegato dignitosamente i miei ritagli di tempo per un corso a tempo parziale che sto seguendo al MIT, sono stata presente in famiglia, allegra e dinamica come non mai perché finalmente appagata dal punto di vista professionale. Sto rispolverando l’inglese in sessioni remote di conversazione con una scuola di lingue del capoluogo, dovrei anche portare avanti lo studio del mio corso universitario da lavoratore ma, assorbita dal resto, ho fatto poco e nulla. Mi sto preparando al salto di qualità, come un Rocky di provincia che si allena, come il grosso bruco di A Bug’s Life che vuole diventare “una bellizzima farfalla”. Ancora credo nella forza dei miei sogni e voglio scommettere l’impegno che riesco a dare per realizzarne qualcuno.

Ma la vita, così sfocata perché l’accelerazione ti impedisce di concentrarti sui dettagli, sembra davvero bella. Un quadro impressionista pieno di colori. Ci son forze che spingono silenziose perché ritorni alla vita di prima, ma non è uno scenario negoziabile. La mia risposta è no.

La tricolore punizione collettiva

L’Italia è una Repubblica fondata sulla punizione collettiva.

Me ne sono resa conto all’uscita di scuola, quando la mia bimba, mesta, vestita di tutto punto in maschera per il giovedì grasso, ha attraversato il cancello dello stabilimento e mi ha raggiunto nello spazio antistante, scoppiando a piangere appena l’ho abbracciata. Dopo tre mesi di clausura sanitaria lei questa festa a scuola se la era immaginata, sognata, non stava più nella pelle. E infatti era iniziata bene, racconta. Però qualcuno in classe ha fatto il monello e si sono ritrovati tutti puniti, in silenzio seduti nei banchi. Lei non ha neanche capito perché si è adottata tale drastica misura, il giorno di festa tanto vagheggiato si è trasformato in un supplizio peggiore degli altri giorni.

Ho sdrammatizzato, gli ho raccontato di quante volte i fratelli maggiori, tutti bravi allievi e tranquilli in classe, sono rientrati infuriati a casa per lo stesso motivo. Di quanto il fratello più anziano abbia masticato fiele perché per un anno intero, in quinta elementare, non li hanno portati in palestra in quanto c’era qualcuno che alla prima occasione spingeva gli altri. Di quanto il secondo fratello, bambino tranquillo e sovente bullizzato, abbia sofferto alla scuola primaria per punizioni piovute su tutta la classe a causa del compagno di banco turbolento.

Ma poi, raccontando raccontando, m’è venuta l’illuminazione. Quante volte al liceo mi sono ritrovata a studiare cinquanta pagine per il giorno dopo insieme al resto della classe sulla base di una mancanza d’un singolo? Quante volte durante questa pandemia per segare alla base i comportamenti scorretti di qualcuno si son fatte cadere libertà di tutti? Alla fine la misura punitiva collettiva deresponsabilizza i colpevoli e fornisce un ottimo strumento per tenere sotto stretto controllo l’intero gruppo. E quando vengono usate troppo spesso, alla fine chi le subisce si chiede se in fondo convenga comportarsi bene o se è meglio fare come chi sgarra e si mimetizza nella folla.

Penso che prima o poi l’Italia dovrà fare i conti con il pregiudizio della colpa condivisa sempre e comunque e l’alone ingiustificato di esemplarità che viene attribuito alla punizione collettiva. Secondo l’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra “Nessuna persona protetta può essere punita per una trasgressione che non ha personalmente commesso”. Signori, mi ci appello.

Sandokan

Nei sogni di bambina ero Sandokan che va all’assalto con i suoi tigrotti per riconquistare Mompracem. Sì, signori miei, non ero la languida Marianna bella e adorna di perle che curava le ferite dell’eroe, ero lui, la tigre della Malesia. A otto anni per carnevale m’ero pure mascherata da Sandokan, con tanto di scimitarra di plastica, sfidando lo sguardo perplesso dei compagni delle elementari. Bisogna credere nei propri sogni, anche quando per altri sono risibili.

Mi è rimasto questo gusto dell’assalto per ogni singola conquista, lavorativa o personale. Il che fa di me una persona abbastanza sanguigna e impaziente, che ha bisogno di scadenze prossime o terreni da conquistare con urgenza per riuscire ad investirsi completamente nella missione. Altrimenti cincischio, mi perdo, mi distraggo, vago senza meta su altre questioni. Non quaglio, ahimè, non quaglio. Ho bisogno di una meta, di una riscossa, qualcosa che risvegli la mia indole pigra e riaccenda l’adrenalina in questo corpo. Sento l’urgenza di un Yanez, di un Tremal Naik, di pari che condividano l’invasamento e che decidano di correre insieme verso l’obiettivo.

Bonariamente invidio chi sa darsi metodo e scadenze a lunghissimo termine. Ma non sono il tipo, proprio no. E’ il momento di cercare di realizzare sul lavoro quello che vorrei sia il mio covo, la mia utopia.

Che viva, questa Mompracem.