Il club delle due del mattino

Benedetto sia il tempo nella sua incomprimibilità.
Perché Soleil, fosse per lei, oltre il normale lavoro e la consueta disponibilità da madre di famiglia, si butterebbe in duemila imprese, accetterebbe di prestare contributo per altre tremila e non si tirerebbe indietro per un altro migliaio di cose che magari rompono un po’ ma che lei stima di poter fare ingurgitando un quadratino di cioccolato nero per lenire la voglia di non occuparsene.
Ma per fortuna ci sono i figli a ridimensionarla: la Minima che richiede assiduità e attenzione fino a oltre mezzanotte, regalando ogni tanto dai tre ai dieci minuti liberi, complici le canzoni dei cartoni dello Zecchino; l’ormai ex Piccolo di dieci anni che scopre i suoi nuovi talenti ma ha un reale bisogno di essere incoraggiato. Il Grande dal canto suo offre qualche occhiata complice mentre macina corsi di approfondimento per le interscuola di matematica ben protetto dalle sue cuffie, anche lui Don Chisciotte in partenza verso migliaia di mulini a vento.
Il tempo rimasto per queste miriadi di orizzonti aggiutivi si colloca, per la folle Soleil, verso le due del mattino, e esso stesso, prudentemente, lavora alla decimazione dei progetti della vecchia ragazza, sicché delle millemila cose da portare avanti ne sopravvivono, sì e no, tre o quattro.
Poi, parliamone, c’è il capitolo stanchezza fisica. Quante volte Soleil piomba in sonno profondo non appena la bimba di due anni si abbandona a Morfeo? In altri casi, senza l’adeguato supporto di caffè o succo d’arancia, la sventurata inizia le sue cose per poi mollare venti minuti dopo, allibita lei stessa dalla sua poca reattività.
Insomma per starsi dietro e bastare alle sue utopie dovrebbe avere una tempra da superman in gonnella, che parte la sera a salvare il mondo e poi torna a farsi scaldare i piedini dal suo compagno. Oppure aver giornate di settantadue ore. O anche instanziarsi in più repliche e vivere tre vite. Facile, nevvero?
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Immagine tratta dal film Metropolis

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Spunti

La mia piccola di due anni si fa i selfie. Ha imparato a far partire l’applicazione dal mio telefonino, sbloccando la schermata di blocco e avviando la fotocamera.  Non che sia troppo presa da se stessa, anzi, le piace includere altri in questi suoi scatti: talvolta me, a volte il fratello di mezzo e spesso il mio seno che ancora le da conforto e (poco) nutrimento. Senza malizia. E sì,  devo dire, il mio seno è sfatto ma teneramente fotogenico.

Quando vedo mia mamma spesso la interrogo sulle chiacchiere presso gli altri parenti, non che mi piaccia spettegolare… Sì, va bene un po’ di curiosità talvolta c’è… Soprattutto per sapere su cosa si infiamma la famiglia lontana, il ramo che si è sempre posto come buona borghesia della città di provincia (mentre noi eravamo gli eretici, quelli che erano partiti tagliando i ponti). Dicevo, l’argomento era una nipote molto autonoma: ha fatto l’anno all’estero alle superiori e ora ha iniziato una bella vita da universitaria fuorisede, insomma abbastanza per sbancare il mio personale capitale di simpatie, io per una tipa così ho un debole. Si mormora che lei si stia lasciando con il suo amore bancario (ma dai) e che la famiglia tifi per un pretendente bancario (pure?) ma direttore. Quanto siamo lontani da Austen proprio ora nel 2016? Dove son finiti gli studenti universitari interessanti e seducenti con le stanze che sanno di incenso e di scarpa da tennis? Ma soprattutto, io e mia madre, quanto siamo langues de vipère? 

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Vipera. Foto tratta da Wikipedia.

Trilanci

… brutto neologismo, ma non voleva essere un post di bilanci pre o post annuali. Qualcosa di più del bilancio di un biennio, qualcosa di meno di uno ventennale.

Io sono la stessa cialtrona di prima, un po’ ingrigita un po’ sbattuta, con la pancia slabbrata a materasso dopo i tre cesarei, malgrado la tanta attivita ginnica. Decisamente poco glamour ma va bene così, strido parecchio rispetto alle quarantenni nuove single da selfie, appena affrancate da un lungo legame, di  cui il giro di conoscenze spesso mi fa dono. Conoscenze che mi approcciano e mi perdono nei flutti della vita, nella loro smania di trovare il giro di uscite esaltante e la trombata eccezionale. Io sono l’ottima confidente da spogliatoio, assorbo le loro storie e non faccio ombra. Qualche volta ci si frequenta un poco con anche molta gentilezza da parte loro, ma poi si smaterializzano al primo banano in vista.
Le amicizie rimangono, poche e centellinate,  le occasioni di vedersi son sempre meno.   
Questo capodanno ho anche tentato di riallacciare con qualcuna delle amiche del vecchio giro dell’università. Un messaggio, giusto per dare un segno di vita, un ping, presa dal romanticismo della cifra tonda… Vent’anni dall’ultimo capodanno insieme. Lo scambio è stato carino e senza conseguenze. Se va bene ci si risente allo scoccare del 2017. Tanto, siamo onesti, tra la vita professionale e quella familiare ho tempo per le amicizie intorno a mezzanotte, ora in cui gli altri per fortuna hanno di meglio da fare.

Il mio compagno è ormai una volpe d’argento, con l’essere orso tipico di certi maschi che hanno imboccato la cinquantina: la ruvidezza di Porco Rosso e uno spirito spesso ipercritico, ma oltre la spessa corteccia sa essere tenero. Lo amo anche se talvolta non capisco le sue ragioni, e immagino che per lui sia lo stesso. Crescere nella stessa direzione richiede cura e pazienza, sopratutto impegno per non perdere il contatto mentre il flusso degli eventi ci travolge. Ridere insieme a lui mi fa superare il tempo e lo spazio, annulla le distanze tra noi, come se non fossimo ingrigiti da diciassette anni di vita comune.

I figli cambiano a velocità enorme, difficile da prefigurare. L’accelerazione è tale che non è crescita, è balistica:  all’adolescenza è tale che riescono a smarcarsi, non orbitano più attorno a te, la legge di gravitazione universale li porterà lontano verso masse ben più attrattive; ti resta di star lì a guardare da lontano le loro traiettorie sperando di non perderli di vista. Ben altra roba che rincorrere la mia ultima duenne affinché metta il panno e accetti le calze coi gommini.
Mi godo il resto, il bimbo di dieci anni che ancora chiede le attenzioni della mamma, la bimbetta tiranna che mi monopolizza e mi sfianca, e guardo con meraviglia e apprensione il quattordicenne che fiero traccia la sua strada per chissà dove.

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Immagine tratta dal film Porco Rosso di Hayao Miyazaki.

Portali per altre dimensioni

Alcune volte ho l’impressione che il nostro salone sia una sala d’attesa di uno strano aeroporto, dove ogni uscita è un portale per altre dimensioni. 

Il mio compagno viaggia per altre dimensioni sul suo compute  Al suo fianco il Grande, l’adolescente tenebroso, anche lui perso altrove dietro al suo schermo. Alle loro spalle l’ex Piccolo, ragazzino di dieci anni, con cuffie fluo, è quello più ondivago, un po’ viene assorbito dal suo portale, un po’ torna a trovare me e la sorellina, a giocare sul divano, a beccarsi qualche sequenza di Masha e Orso o di Peppa pig.
Io e la Minima stiamo lì a giocare nel mondo bambino e ad aspettare finestre temporali in cui gli altri si trovano tutti nella stessa nostra dimensione.
Tutta invidia la mia, direbbero.
Perché non posso permettermi di farmi assorbire dal mio smartphone micro-portale.

Nostalgie

C’è un momento preciso in cui la nostalgia mi prende.
Dopo cena, quando i ragazzi sono già partiti nelle loro camere per un sonno ristoratore. Quando mio marito, la mia roccia, si fa inaccessibile e impenetrabile, nella sua postazione di comando di schiere di eroi dall’altra parte dello schermo. Quando la Minima, dall’alto dei suoi quasi due anni, riordina matite e monopolizza schermi e tastiere fino a notte alta. Lei intanto richiede attenzione a gran voce e parte in missione verso altre stanze, e chiede con energia di seguirla, proprio mentre stava iniziando a calarmi la palpebra.

E’ allora che mi prende la nostalgia dei toni sommessi e del calore delle voci del mondo blog.
Mi mancate.

Tornerò, un giorno. 

Forse.

Zona rimozione

Quando ti nasce un figlio c’è un punto di discontinuità fortissimo della tua vita, un prima e un dopo. Quando sei nel dopo il prima appare una foto sbiadita, anche se son passati pochi giorni.

Come si fa a trasformare una lavoratrice compulsiva, che fino all’una della sera prima del cesareo spediva mail di lavoro, in una mamma a tempo pieno?
Prendere un esserino di ben meno di tre chili, come la Minima. Rimestare affetto, paure, fragilità e aggiungere un carico di lavoro non pesante ma costante, giorno e notte, in modo che la neomamma proceda nei suoi compiti pesante come uno schiacciasassi e completamente decerebrata da continuo jet lag.

Ah santa ossitocina, meno male che ci governi! Alla fine tutto si prefigura come un percorso della combattente, che finirà tutto in zona rimozione, felicemente dimenticato, eclissato davanti al ricordo del primo sorriso, o delle ridenti cacche giallo sole di quando la bimba sta bene.
Credevi che alla terza maternità fosse tutto più tranquillo, perché dopo due il numero di combinazioni della trama è ridotto? Povera illusa.
Tu che ti credevi la dea dell’allattamento al seno, dalle chiare fontane da cui sgorgavano rivoli di zuccherato latte…. Era grazie ai tuoi due precedenti figli, titani di dimensioni, vere pompe aspiranti dell’amore. Era grazie a loro che tutto filava liscio.
E stai lì col cuore spezzato perché la tua neonatina piange e volta la faccia con disprezzo davanti al capezzolo, ché non ha mica la forza di tirarlo il tuo latte. Non succede niente, che diamine, per fortuna viviamo in un mondo moderno con ottimo latte di formula, la bimba crescerà rubizza e sana.
Perché, vogliamo parlare anche dei pit-stop a cronometro di quindici minuti all’ospedale pediatrico, durante il breve ricovero per ittero?
Con alcune infermiere che, nella pausa allattamento con doppia pesata, ti rimbrottavano “Signora, non vede che non ha preso nulla? Al prossimo allattamento meno seno, che la bimba si stanca e altrimenti non beve il latte di formula!” E tu lì con la testa china, a svuotar le poppe col tiralatte, sperando che alla banca del latte qualcuno l’abbia utilizzato.

Ora siamo lietamente incanalati in una normalità mutevole, un continuo divenire. Dalle giornate con venticinque pasti della Minima – impossibile farle sorbire dal biberon venticinque grammi consecutivi, cadeva in sonno profondo tramortita dallo sforzo- stiamo arrivando a un numero risibile di dodici, in un continuo di allattamenti e mal di pancia.
Il jet lag permanente da mancanza di sonno persiste e mi rende difficile tenere l’attenzione per compiti complessi, perdo i pezzi, dimentico facilmente parti delle faccende da sbrigare.
Il mio compagno ha rispolverato il suo piatto forte delle ninne-nanne, la Marsigliese in tutto il suo splendore. I fratelli intonano canti inventati sul momento, giovani creativi.
Io mi contento di pezzi più sobri come Le père Ubu di Dick Annegarn. Per il resto sto bene, vesto roba sensuale quali mutande usa e getta (accidenti alle lochiazioni), pancera a fascia e eleganti calze a compressione graduata. Mi buco d’eparina, ma anche questo fra un po’ verrà elegantemente rimosso, come tutti gli aspetti non essenziali.
E sono la mamma fiera della Minima, quella che vedete trafelata con la carrozzina rossa all’uscita delle elementari, capello sparato e sorriso stravolto.
Ma il meglio deve ancora cominciare.

Alla felicità ci si abitua in frettissima quando questa si presenta.
E dopo qualche mese la bimba finalmente dorme il sonno del giusto da mezzanotte alle sette, dispensa sorrisi, non si contorce più come un verme per le coliche. E io fiorisco.
A mia sorpresa ho tagliato i ponti con il lavoro, quando ho dovuto scegliere tra perdere il latte e continuare a affrontare i problemi lavorativi in modo totalmente inefficace per la mancanza di sonno, o continuare a allattare, dormire quando posso e godermi l’astensione da lavoro secondo le leggi… Ho scelto la seconda.
Non so cosa mi aspetterà al mio rientro e temo, ma ora sono assorbita dal mio felice presente e me lo godo fino all’ultima stilla.
Incredibile, la Minima è riuscita a farmi avere di nuovo il latte copioso, attaccandosi tenacemente e vincendo le mie ritrosie. Non ci avrei scommesso due lire.
Il computer ormai lo ho raramente tra le mani, leggo placida talvolta dal telefonino mentre allatto, mite mammifera, mi abbandono agli sguardi chiari della Minima, accompagno le giornaliere peripezie del Piccolo e il suo tran tran di scolaro, raccolgo le confidenze del Grande preziosamente come se fossero le ultime, si sa il Grande Inverno dell’adolescenza è alle porte e lavori perché i ponti non saltino.
Credo che la quarantina regali consapevolezza, per le altre due maternità non mi sentivo così gioiosamente fusionale alla mia prole, smaniavo per rientrare in ufficio, non mi estasiavo per ogni piccola cosa.
Rincoglionisco fiera, me ne rendo conto.

Il Grande è ormai Actarus, capello lunghetto disordinato. Cresce alto in poco tempo, snellisce, inizia a mettere tra i suoi obiettivi la tartaruga da mostrare d’estate. Inizia a guardare i film in lingua originale con i sottotitoli e si sbellica per Sheldon e compagni.
Il Piccolo nel mezzo del cammino elementare, pieno di attività, cerca sicurezza, diffida dei compagni dai commenti acidi e lavora sodo. Continua per la tua strada figlio mio, sei nella direzione giusta, piccolo vampirello dalla pelle bianco latte.
La Minima cresce, sorride, piange poco e quando ha motivazioni serie. Pigra a rigirarsi come non mai ma piena di voglia di comunicare. Mi struggo per i suoi respiri quando dorme, per i suoi piccoli starnuti, per il modo in cui ci riconosce e manifesta la sua allegria.
Il mio compagno c’è e si vede, per fortuna. Attento e complice. Prende i carichi al rientro dalla sua giornata per regalarmi la mia ora d’aria. Sorriso bonario e mani operose quando ci vuole.
E io in tutto questo pigramente scorro.

 

Da youtube: Dick Annegarn, Le père Ubu

Buon anno a voi, splendide persone

Ci siamo. 2014 suonato e festeggiato.

Il 2013 è stato per me un anno di silenzi dal punto di vista del blog, di impegno spassionato sul lavoro con molte frustrazioni, di serenità in famiglia gelosamente difesa.

E’ un anno che ha visto crescere una figlia dentro di me, incredibile ma vero, quando avevamo perso ogni speranza in merito. Fra pochi giorni dovrei farne conoscenza.

E’ un anno che ha visto crescere enormemente  i miei due figli fuori di me, il Grande poliedrico e istrionico e il Piccolo infaticabile costruttore, insieme al loro amico Monello Dagli Occhi di Giada, che ormai in qualche modo fa parte del nostro nido, della nostra famiglia estesa al di là dei vincoli di sangue.

E’ un anno in cui ho lavorato tanto su me stessa, sia sul fisico cercando di affinare l’equilibrio e rendere flessibili le articolazioni, sia sul mio io interiore, cercando di piallare le asperità del mio carattere, di diventare meno maniaca del controllo per cercar di dar fiducia agli altri. Non so se ci son riuscita ma almeno mi son messa in gioco, ed è quello che conta.

E’ un anno di continuazione, di attesa del raccolto, sperando di aver seminato più buoni frutti che gramigna.

Ed è ringraziando di tutto questo che vi porgo i miei migliori auguri di realizzare ciò che avete a cuore, splendide persone! Un abbraccio.

 

Un’ultima cosa.

Dedico questo nuovo anno ad Anna, e alla sua tersa ironia che deve andare oltre l’oblio. Ed a Angelo, Sara e Lea rivolgo un grande abbraccio.