Buon anno a voi, splendide persone

Ci siamo. 2014 suonato e festeggiato.

Il 2013 è stato per me un anno di silenzi dal punto di vista del blog, di impegno spassionato sul lavoro con molte frustrazioni, di serenità in famiglia gelosamente difesa.

E’ un anno che ha visto crescere una figlia dentro di me, incredibile ma vero, quando avevamo perso ogni speranza in merito. Fra pochi giorni dovrei farne conoscenza.

E’ un anno che ha visto crescere enormemente  i miei due figli fuori di me, il Grande poliedrico e istrionico e il Piccolo infaticabile costruttore, insieme al loro amico Monello Dagli Occhi di Giada, che ormai in qualche modo fa parte del nostro nido, della nostra famiglia estesa al di là dei vincoli di sangue.

E’ un anno in cui ho lavorato tanto su me stessa, sia sul fisico cercando di affinare l’equilibrio e rendere flessibili le articolazioni, sia sul mio io interiore, cercando di piallare le asperità del mio carattere, di diventare meno maniaca del controllo per cercar di dar fiducia agli altri. Non so se ci son riuscita ma almeno mi son messa in gioco, ed è quello che conta.

E’ un anno di continuazione, di attesa del raccolto, sperando di aver seminato più buoni frutti che gramigna.

Ed è ringraziando di tutto questo che vi porgo i miei migliori auguri di realizzare ciò che avete a cuore, splendide persone! Un abbraccio.

 

Un’ultima cosa.

Dedico questo nuovo anno ad Anna, e alla sua tersa ironia che deve andare oltre l’oblio. Ed a Angelo, Sara e Lea rivolgo un grande abbraccio. 

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Auguri

E così ricompaio su queste pagine, dopo un periodo che professionalmente è stata una vera traversata del deserto, che mi ha completamente resa afona e abulica su tutto il resto. E per fortuna c’era il mio dolce compagno, il mio caldo pancione con la Minima che resisteva nel suo nido, un Grande quasi dodicenne dal lungo frangione che nasconde gli occhi e un Piccolo di otto anni e mezzo, incredibilmente protettivi verso questa mamma panciuta.

E’ questo il vero senso quando tutto ti sembra vacillare, le persone che ami, siano esse tue consanguinee o meno, la propria famiglia elettiva, che in questo caso coincide con la mia calda famigliola.

Perché dai periodi difficili in qualche modo se ne esce a testa alta, e avere solide radici nei propri affetti evita di farsi trascinare via.

Auguri a tutti.

la punzonatrice

Alcune volte mi sembra di far parte di uno strano reality in cui ti danno sempre nuove cose da affrontare, giusto per vedere se annaspi o galleggi. Normalmente i reality non mi piacciono, qui sono in ballo e mi dimeno, in qualche modo.

La nuova prova si manifesta con qualche numerello starato su una curva, e viene descritta in due parole: diabete gestazionale.  Ciò comporta sorvegliare tanto l’alimentazione quando la fame del settimo mese ti divora e ti rode, ma per fortuna a questo stadio niente buchi di insulina. Però una macchinetta chiamata glucometro deve diventare il tuo migliore amico due ore dopo i pasti, e dalla cifra che leggi nel display dipende la tua indipendenza dalla signora endovena.

Ok, tutto normale. Di sangue, o meglio del mio sangue, sono abituata a vederne, una punturina nel dito ogni sei ore che sarà mai. Una passeggiata di salute.

Peccato che il glucometro non funzionasse a dovere, per cui lo schema all’ora della rilevazione era il seguente: mi punzono uno due tre quattro cinque sei volte, per leggere i messaggi del display “troppo poco sangue”, “controllare il manuale”, “valore non valido”… Mancava la scritta “sbarcano i marziani” e le avevo lette tutte oramai. Poi arrivava, come per magia, un valore. Irrealmente alto. Da farti sobbalzare sulla sedia e avere incubi di endovene di insulina. Esci a tappo di gazzosa per recarti in parafarmacia, dove immoli il tuo indice a un pungidito che ti fa rimpiangere amaramente quello del tuo sciocco di glucometro. Ma la tranquillità di un valore corretto e nei limiti non ha prezzo: benvenuto livido da polpastrello, la mia glicemia è normale, sappilo.

La felicità ora ha la forma di un glucometro cambiato, funzionante. Con me che punzono un dito a caso allegra dopo i pasti, e leggo pimpante il numerello.

Da youtube: The Beatles, Happiness is a warm gun

Notizie dal Soleil-pancione

La pancia cresce, eh sì, la pancia cresce. E il tempo passa veloce, quasi non mi capacito di quanto tutto sfugga, e molto resti da fare prima della partenza in congedo. Ma è stato sempre un mio problema accettare il divenire,  forse anche un problema di molte filosofie occidentali e orientali.

E’ strano vedere la tua gravidanza riflessa negli occhi degli altri, la terza, quella in cui sei commossa ma non sorpresa, quella in cui finalmente credi di saperti gestire. E non è vero e puntualmente te ne rendi conto. Molti reagiscono con sincera gioia a vedere il tuo pancione, altri con semplice indifferenza, o con fastidio malcelato nel dire “ma come? un’altro.” Sì, già, un altro e ben contenta. Ben gentile. La reazione più bella è quella che mi riserva la famiglia, ed è quella che mi rende orgogliosa della situazione.

Inaspettatamente sono pure diventata, tra un discreto numero di altri casi, oggetto di studio per una ricerca sulle pari opportunità. Ero piuttosto restia all’inizio, non mi piace esporre il mio vissuto con nome e cognome, e sono convinta di far parte di uno spicchio di società piuttosto roseo: un lavoro che mi piace, un marito d’oro e la benedizione della flessibilità d’orario che continua a regalarmi la possibilità di fare otto ore in media al giorno nonostante i quasi tre figli. Insomma ben altra storia rispetto alla media di certi settori di donne licenziate al tredicesimo mese del proprio figlio.  E poi non sono abituata a stare dall’altra parte della lente d’ingrandimento. Ma il sano idealismo di un ricercatore espatriato che coordina tali studi con il sogno di migliorare l’Italia sotto quest’aspetto m’ha convinto, ed eccomi qui a raccontare di tempo al lavoro tagliato all’accetta rinunciando ai momenti d’aggregazione, mense saltate a favore di un boccone con i figli rinunciando al marketing di se stesse presso i colleghi (eh sì spesso a mensa c’è chi fa questo), e orario da recuperare a sera.  Ben sapendo che, sia sul lavoro che nelle attività connesse al crescere figli, alla minima debolezza ti si farà notare che le tue performance sono inficiate dal giocare anche nell’altro campo. Meglio questo che non giocare.

Ma son problemi non solo italioti, a giudicare da quel che succede nel mio serial preferito, Borgen. E se gli stessi patemi li condivide una presidente del consiglio danese, posso sentirmi all’altezza della sua caviglia. Lusingatissima.

Da youtube: Trailer di Borgen Stagione 2

Temporeggiamento, esiti e il due su due

Le vacanze passarono in fretta.
Prima la Regione Parigina a passo lento, con la pancia dolorante dopo l’amnio e dormite fino a piena mattina nel fresco estivo. Poi il Nord ai confini col Belgio col sorriso e il caldo abbraccio di amici, a non pensarci  troppo, a cementarsi lo stomaco di Welsh incandescente e patatine, da digerire con soddisfazione nei tre giorni seguenti. Una sbirciata alla costa alta tempestata di fortini militari, a veder la Manica grigio metallo e a passeggiare su sentieri tra erbe alte battute dal vento. Poi fu il Belgio del sud, le sue alture verdeggianti e le sue gole, antiche fattorie perse in mezzo al verde e salsa Archiduc che te la potevi mangiare al cucchiaino.Il Lussemburgo invece fu rapido e nervoso, gli occhi incollati al telefono in attesa di una chiamata dell’ospedale. Pioveva e faceva bello nel giro di mezz’ora. A Nancy era sera, e quindi spensierata. La sua bella piazza, il ristorantino nella via laterale, era bello davvero. Eravamo in mezzo al nulla quando la telefonata arrivò, un paesino con sette case quattro abitanti e dieci mucche, e un bar di antica foggia in cui l’ultima scorta di caffè era stata approvvigionata  nell’Ottocento o giù di lì. Il liquido nero sapeva di stantio, e la telefonata la persi, purtroppo. Inutile chiamare dopo, era già l’ora del fine turno per quell’Ospedale. Poi fu Troyes con il suo centro medioevale, era buio, e decidemmo di dare tregua ai pensieri in un’ottima osteria. L’indomani richiamai e risposero, concordammo un’appuntamento, l’infermiera disse lieve che l’esito era tranquillo, ma i dettagli sarebbero stati comunicati di persona. La Regione Parigina ci riaccolse per gli ultimi giorni, e fu già il tempo di partire.

L’Ospedale 1 e la diagnosi prenatale dei grandi numeri, mattina del giorno X.
La sala d’aspetto era un girone infernale. Piena all’inverosimile. All’accettazione c’erano due infermiere, quella depressa che conoscevo già, che faceva filtro sulle pazienti ripetendo disperata “non c’è posto non c’è posto” anche quando qualche appuntamento libero c’era, e un’altra che ancora non avevo qualificato. Presi l’iniziativa e consegnai l’impegnativa alla seconda infermiera, e lei mi intimò di aspettare in sala d’attesa. Girone infernale, poche sedie libere, il dottore chiamava altri nomi. Passò mezz’ora, e un’altra , e un’altra ancora. A mio avviso il medico aveva già chiamato l’elenco telefonico di un paese di media grandezza, ma il mio turno non arrivava mai. Presi l’iniziativa ancora una volta, e andai dalle due infermiere per chiedere quante altre persone c’erano davanti a me per la consulenza genetica breve e il ritiro del referto, d’altronde non avevo avuto il tempo di fare colazione e volevo sapere se avevo il tempo di prendere qualcosa al distributore automatico. La seconda infermiera, quella non ancora qualificata, negò di avere preso la mia impegnativa, ed in lista non risultavo proprio.  La prima infermiera, quella depressa (e forse depressa perché era l’unica efficiente) prese a cuore la mia situazione, e scoprì l’inghippo: la collega, invece di mettere l’impegnativa nel mucchio delle persone da chiamare, l’aveva rinchiusa in un cassetto. Mi consigliò di andare a prendermi quel caffè, che poi sarei stata chiamata. Al distributore sembravo ebete, piangevo come una fontana per la rabbia d’aver buttato al cesso un’ora e mezza. Per fortuna dopo m’hanno confermato che la bimba è sana, e quello basta.

L’Ospedale 2, quello universitario, e l’ecografia morfologica, pomeriggio del giorno X
C’erano poche pazienti ad aspettare nel corridoio per l’ecografie. Le altre erano in fila per le urgenze ginecologiche, sfilavano via a ritmo sostenuto. Caspita che fortuna, mi dissi, siamo solo in due ad avere l’appuntamento per le quindici. Una dottoressa prese le impegnative e ci chiese di aspettare. Passò una mezz’ora, e poi un’altra. Tutte le dottoresse delle ecografie stavano a parlottare chiuse in una stanza, e noi lì a far la muffa. La mia collega d’attesa, che sembrava in ottimi rapporti con la dottoressa, bussò a la porta per chiedere una ragione del tanto ritardo. Ascoltai la spiegazione, data a voce bassa dalla dottoressa “Il responsabile, il Professore, è a pranzo fuori. Se arriva per le quattro e mezza siete fortunate.” Dopo solo un’ora e un quarto d’attesa il Professore fece la sua comparsa in scena, entrando trafelato nel reparto. Indossò il camice, ci mollò a delle specializzande (già presenti dalle quindici), e tutto prese il via con professionalità. Tutto bene, e anche qui sospiro di sollievo.

Ma in due casi su due, una domanda sorge spontanea: il tempo del paziente, anche in presenza di ritardi noti, è considerato quanto il due di picche?

In batteria

Ore sei e cinquanta. La porta blu si apre e la sala d’attesa è già piena, ranghi stretti di sedie e esseri umani, tutti schierati, tutti pronti ai blocchi di partenza. Per attraversare lo stretto passaggio fra le file e sedersi occorre far scostare quattro persone. Tutti imbarazzati, tutti in attesa corale, per lo più coppie, per lo più donne dal ventre arrotondato. Poco prima nella strada albeggiava, quante luci sul mare.

Ore sette. L’ostetrica appare un uno stretto gabbiotto, la fila davanti immediatamente si forma. E’ una bella signora, velocemente assegna numero e colore alla pratica medica a cui si è candidati. Di nuovo sedie strette, di nuovo attesa, inizia la tombola: chiamano per numero e colore, e tutti si tace, tutti si attende, ognuno nella sua solitudine.

Ore sette e trenta. L’ostetrica chiama l’otto blu. Vado con il mio raccoglitore pieno di esami clinici, serve per l’accettazione. Un rapido scartabellare per cercare tutti gli esami necessari. Panico, l’ostetrica dice che ne manca uno, e vai entrambe a cercare, i nasi immersi nel faldone… Trovato, sospiro di sollievo. Formalità burocratiche, uno sguardo rapido al materiale della malattia ereditaria, e poi di nuovo sedie in sala d’attesa, grazie la chiameremo, si accomodi.

Ore non le so più, non le voglio guardare. I mariti leggono o si danno all’enigmistica, le mogli friggono nella loro attesa. C’è chi smanetta col telefonino, chi chiacchiera, chi tiene d’occhio la sala e i numeri della tombola, visto che continuano a chiamare senza soluzione di continuità. La gente continua ad affluire nel dipartimento, subito differenziata in nuovi numeri, nuovi codici, nuovi colori. Brusio crescente.

Ore otto e venti. una dottoressa con i capelli alla Candy Candy chiama il numero otto blu. E’ gentile, le racconto che ho una fifa blu, appunto come l’otto. Mi spiega cosa andremo a fare “Questa è solo l’ecografia per la preparazione, poi nell’altra sala le faranno una nuova ecografia per il posizionamento.” Inizia a muovere la sonda e a prendere misure del feto, mano esperta e rapida occhio concentrato e silenzio. “Scusi, mi può dire il sesso del bambino, sono davvero tanto curiosa.” Fermo immagine. “Signora, guardi, è una bambina, si vede chiaramente in questa immagine.” Una lacrima scende, sono un po’ meno contratta ma solo un poco.

Ore otto e trenta, di nuovo in sala d’attesa. Sedie quasi tutte occupate, brusio di fondo sempre più alto. Chiamano numeri. Alcune pazienti arrivate poco prima si lamentano perché sfilano molti più numeri blu che d’altri colori. Non le rispondo, ma in cuor mio so che il blu di amnio e villo qui vale quanto la business class, e sorrido. 

Ore nove e quindici, una ostetrica chiama l’otto blu. Uno sguardo d’intesa scambiato col mio compagno, silenziosa e assidua presenza giocante a sudoku, e riparto nelle viscere del dipartimento. Vuotamento vescica richiesto e ottenuto nel bagno del corridoio. Poi la sala verde, una dottoressa con i capelli corti e due altre vicino. Mi spiegano la procedura e mi fanno sdraiare sul lettino. “E’ contratta, è sempre così?” “Solo quando sono molto tesa.” Mani sotto l’addome, qualcosa viene poggiato sui piedi. “Ora passiamo alla disinfezione della zona” Tampone rosso strofinato. “Sentirà freddo, è il gel dell’ecografia di posizionamento.” La sonda si poggia. “Ora non guardi lo schermo, so che lei vorrebbe vedere il bambino e stiamo guardando altro. Stia rilassata, scegliamo il punto.”  Bruciore verso l’ombelico. Continuano a farmi domande e a dire respiri. Ho un ago piantato nell’addome e non ci devo pensare. Dove è il filo logico? Devo rispondere a quel che mi chiedono. Il bruciore cessa, continuano a parlarmi, mi mostrano molto vicino al naso la provetta con il liquido amniotico perché io confermi il mio none e la mia data di nascita. Sembra chiara d’uovo ma è meno denso, mi farà impressione spaccare delle uova, almeno per un po’. “Apposto, si può rialzare.” Non ci credo, è fatta. Le ringrazio, mi immaginavo molto peggio.

Ore nove e venticinque. Mi portano in una saletta con due letti e otto sedie. Altre ragazze che hanno subito lo stesso trattamento sono lì, una sola ora d’osservazione, piccolo Purgatorio prima di riguadagnar l’uscita, la libertà e tutto il resto. Ho due compresse da inghiottire per far rilassare il mio utero in marmo di Carrara. C’è chi racconta, chi ascolta, chi chiacchiera animatamente. Se ne sentono di storie, la donna eroica che ha lasciato il suo ex violento che le ha anche bruciato il negozio, e ora è felice e piena di debiti ma dice che le rate finiscono un giorno ma la sua vita continua. La donna portatrice di un male severo, che teme che il figlio nel grembo sia condannato perché anche il marito ha il cromosoma maledetto. E davanti a storie così ti dici che il mondo è pieno di persone straordinarie, con una forza da giganti, e nessuno lo verrà mai a sapere. Perle nascoste.

Ore dieci e trenta: otto blu, è l’ostetrica dell’entrata che chiama per le dimissioni. Un in bocca al lupo veloce a tutta la comitiva, e via con le ultime scartoffie prima dell’uscita. Fuori c’è un sole accecante, ho il passo incerto e la testa che gira ma è finita. Per gli esiti, sarà un’altra storia.

Attesa

Vivo male le situazioni d’attesa, malissimo. Soprattutto quando gli esiti degli esami non dipendono da qualche mia abilità. ma solo da possibili combinazioni di DNA all’interno del mio ventre.
Intanto cerco di far finta di niente, noncurante in apparenza.

Nel frattempo, sono stata accolta nella “grande famiglia Osler”, nell’elenco nazionale dei possessori di questa anomalia cromosomica. L’esperienza è positiva, porta il volto di una dottoressa sorridente molto attenta, e reca un contenuto di informazione non trascurabile, tutto quello che una Osler in gravidanza dovrebbe sapere e non ha mai osato chiedere.
Gli elenchi nazionali delle malattie rare servono, l’ho toccato con mano.