L’erinni

Quando gira voce che Soleil si sia trasformata in Erinni tutto a casa scorre insolitamente liscio, i suoi stivali vanno apposto da soli prima che lei si accinge a farlo, il soggiorno rimane più ordinato e stranamente i piatti sporchi invece di campeggiare sul tavolo sono impilati magistralmente nella vasca del lavello. Coincidenze? Io non credo.
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La metamorfosi in Erinni non avviene spesso, tutt’altro.

Si mormora che figlio Grande all’età di cinque anni abbia innescato tale processo. La leggenda narra che il bimbo simulò un malessere per non andare alla scuola materna. Venne ritrovato mezz’ora dopo l’orario d’entrata a scuola a saltare sul materasso del letto parentale facendo con la mano destra l’impugnatura di una tromba invisibile pépérepé.

Si racconta che di recente anche l’Ex Piccolo, ragazzino di dieci anni, ha scatenato una analoga trasformazione. Era un periodo complesso, di mal di pancia ricorrenti a scuola per cause interne ed esterne. Si era cercato di sviscerare i problemi esterni per districarli uno a uno col pettine fine, per quelli interni invece si era faticosamente raggiunta una pax intestinale seguendo come mantra il ti compro tutto delattosato anche la felicità. Quella mattina l’Ex Piccolo venne rimpatriato per direttissima da scuola alle ore 9.00 per mal di pancia, quindi Madre Soleil lo lasciò a casa con il solito milione di raccomandazioni e andò al lavoro, con la promessa di fare un salto mortale e tornare per pranzo a cucinare la ciotola purificatrice di riso basmati.
Potremmo eccepire che mentre molti validi insegnanti temporeggiano stoicamente, valutando se l’alunno ha una fitta a breve termine o un mal di pancia prolungato, qualche altro docente rimpatria alunni come frisbee al minimo cenno di malessere… Ma non è questo il punto.
Al successivo passaggio di Soleil per casa, veloce come una cometa, il figlio malatino esordì raccontando che aveva fatto un esperimento nutrizionale: mangiare le merendine al cioccolato ripiene di latte in gran numero (quattro) non gli aveva provocato alcun mal di pancia.
Di per sé era una bambinata e Soleil si è sempre interessata alla scienza sperimentale, ma considerando il pregresso di mesi di mal di pancia ricorrenti e assenze ripetute da scuola il fatto scatenò una trasformazione di Soleil che faceva invidia ai tre super sayan – ma non parlavamo di Erinni? Non importa, i sayan sono comunque più spendibili per l’immaginario di un ragazzino di dieci anni.

Ma qualunque sia la trasformazione di Soleil, l’importante è stare a distanza di sicurezza.
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La doccia scozzese

La relazione con un figlio adolescente è talvolta una doccia scozzese.
Momenti di grande intesa e solidarietà matura.
Momenti di grande grandissimo orgoglio perché è più determinato e consapevole di me alla sua età e decisamente più bravo.
Momenti in cui prevarica i più deboli, specie il fratello minore, e lo appiccicherei al muro anche se è più grande e più grosso di me. E hai voglia di spiegargli che qui in casa ha sostenitori e non nemici. E che non deve marcare il territorio da maschio dominante, qui non serve proprio.
Momenti in cui è tenerissimo con i fratelli e mi si gonfia il cuore.
Momenti in cui è apatico o si traveste da apatico. E mi verrebbe da scuotere i suoi ottanta chili di giovane uomo e da spronarlo all’azione.
Momenti in cui è brillante e mi dico che è  un figaccione, se l’avessi incontrato da ragazzina sarei stata una sua groupie.
Momenti in cui una porta di prigione è molto più chiacchiericcia.
Momenti in cui non capisco le sue ragioni e metto tutto ciò in quota conflitto di generazione.
Momenti in cui si astrae e mi manca tantissimo.
Momenti in cui fatico a contenere la sua esuberanza a tarda sera.

Momenti che si susseguono senza segni premonitori. Ma già vedo l’adulto che è in lui.

Confesso di aver vissuto

La scorsa domenica ho fatto l’arbitro in un torneo di arti marziali. O meglio, visto che tra i facenti funzione ero la cintura più bassa, svolgevo mansioni da valletta e segretaria di direzione. Facevo l’appello tra gli atleti di ogni categoria inviandoli al giusto quadrato poco prima della competizione, impersonando un curioso ibrido tra insegnante e segugio che stana la selvaggina; assistevo dapprima e officiavo poi le premiazioni, appendendo al collo di atleti sudaticci medaglie posticce con sorrisi e complimenti di rito.
Insomma, mi son divertita parecchio lontano dalle solite incombenze al punto che, nonostante i dolorini per la giornata in piedi e il latente senso di colpa per aver mollato per otto ore due terzi dei figli e un generoso marito, l’esperienza mi ha offerto una certa esaltazione e nei giorni seguenti una botta di astinenza dalla dirompente socialità dell’evento.

Lì, in quel momento, mi sono piaciuta.

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Nostalgie

C’è un momento preciso in cui la nostalgia mi prende.
Dopo cena, quando i ragazzi sono già partiti nelle loro camere per un sonno ristoratore. Quando mio marito, la mia roccia, si fa inaccessibile e impenetrabile, nella sua postazione di comando di schiere di eroi dall’altra parte dello schermo. Quando la Minima, dall’alto dei suoi quasi due anni, riordina matite e monopolizza schermi e tastiere fino a notte alta. Lei intanto richiede attenzione a gran voce e parte in missione verso altre stanze, e chiede con energia di seguirla, proprio mentre stava iniziando a calarmi la palpebra.

E’ allora che mi prende la nostalgia dei toni sommessi e del calore delle voci del mondo blog.
Mi mancate.

Tornerò, un giorno. 

Forse.

Buon Natale

A chi si sente solo,
a chi festeggerà alla grande, in compagnia,
a chi soffre, ché alla tavola manca qualcuno
a chi ride perché di posti al desco ce ne sono sempre di più

a chi regali niente perché quest’anno siamo in rosso
a chi fa il perfezionista per scegliere con cura un dono
a chi bada all’essenziale, d’altronde il regalo è solo un pensiero
a chi vorrebbe regalare il mondo intero, e cerca di farlo come può

a chi non ha voglia di sognare perché è stato ferito e deluso
a chi sogna, e sembra che quel momento i sogni si avverino tutti
ai bambini che son la speranza del mondo, che ci portino verso i valori veri
a chi prega e a chi “no grazie”, a chi ama e a chi non ha più voglia d’amare

che sia un Natale
sereno,
sereno davvero.

Auguri

Thank you for the music

Un Grazie va a Paluca, Torretta e Viola che hanno accolto una Soleil randagia per Milano, in sbornia di troppo lavoro, e l’hanno fatta sentire in famiglia, davvero. E’ stato davvero bello il tempo con voi.

Un Grazie va alla mia compagna di merende Agrimonia che ha fatto la spia, e che se fossimo state in condizione ci saremmo viste, sicuramente.

Un Grazie va a tutti voi che continuate a passare su queste pagine anche se Soleil non ha avuto modo di rispondere ai commenti, o di dare aggiornamenti sensati, o di farsi viva perché è in modalità di lavoro 24/7

Da youtube: Amanda Seyfried, Thank you for the music

Lavori in casa

Dopo anni e anni di politica dell’immobilismo per quanto riguarda imbiancature, aggiustature, impermeabilizzazioni e quant’altro, a seguito di un’emergenza ci è capitata una vera fortuna fra le mani: un impresario che da dei preventivi di spesa e di tempo impiegato, e -non mi sembra vero -mantiene quanto detto. Pulito, lavoratore, affidabile, motivato. Un vero ciclone dell’attivismo, prende, fa, smonta, rimonta, dà una spazzata e non lo devi neanche rincorrere affinché riprenda il materiale di risulta. Grandioso.

Dovrebbe essere la normalità, direte voi. Invece no.

Il suo predecessore, l’ultimo muratore che mise piede in casa prima del gran rifiuto (“avere in casa operai? Giammai!”) era un esemplare veramente notevole. Di buona chiacchiera e socievole, passava il tempo a esaltare la bontà del suo operato su ogni campo dello scibile della costruzione, nel frattempo fumava come un turco lasciando la sua area di influenza tappezzata di mozziconi negligentemente buttati a terra. Teoricamente veniva il weekend, in pratica spariva per settimane per ricomparire quando meno te lo aspettavi (e quando più ti rompeva, tipo quando, vestaglione indosso, avevi deciso di prendertela comoda la domenica mattina). Il rendimento era ormai sceso sotto i tacchi, intervallando birre vanterie mozziconi racconti di sciagure familiari e (poco) lavoro. La sua opera venne portata a compimento sei mesi dopo quanto previsto, di notte avevo gli incubi nell’immaginare la mia casa tutta aperta trasformata in cantiere della Sagrada Familia. Pagammo quanto dovuto, quando gli consegnai l’assegno quasi ringhiavo, col sorriso ovviamente, ma l’intenzione era toglierselo di torno, ed era manifesto che non era aria per lui di riproporre i suoi servigi. Spero che campi dignitosamente, ma lontano, molto lontano…