Sabbia portata via dal vento

Non lo so cosa mi ha preso, perché non trovo tempo. I giorni e i mesi scorrono come sabbia portata via dal vento nei giorni di maestrale. E il mio figliuccio medio soffriva, e tolti il glutine e il lattosio tutto è tornato a colori. Il suo carattere, la sua voglia di vedere ragazzini della sua età , la sua socievolezza sono tornati. Anche lì la soluzione è sperimentale: torni da lavoro, stai con i figli, e quando vanno a nanna studi ricette e attacchi l’impastatrice. Non ti posso garantire che tutto ora sarà in discesa ma per qualunque nube s’addensi all’orizzonte mamma studierà forte, e troveremo insieme la soluzione. 

E nel frattempo il Grande costruisce il suo favoloso destino, la Piccola cresce ed è già alla materna, incredibilmente femmina, quasi mi fa venir crisi di identità per quanto mi ci riconosco.

E i giorni partono come granelli di sabbia trasportati dal maestrale. 

Buon 2017 a tutti!

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E qualcosa rimane tra le pagine chiare

Cominciare a scrivere una nuova pagina in un blog in cui non si è scritto da tanto è come arrivare in una vecchia casa in cui si è vissuto molto  tempo fa. Si arriva, ci si guarda spaesati attorno con la testa traboccante di ricordi, si inizia a spalancar le finestre per cambiare aria e in qualche modo ritrovare il filo dei momenti vissuti lì.
Mutismo come al solito, mutismo puro e duro, quando ci sono problemi ci si acciambella in posizione fetale e si aspetta che passi il tormento.
Poi passa, o per lo meno credi di esserne fuori, e cerchi di riavviare le normali attività.

L’Ex Piccolo, dicevamo, con i suoi mal di pancia e con la sua intolleranza a tutto e alla scuola. Siam passati attraverso il consulto  gastroenterologico, con la dieta ferrea da tenere, con day hospital ed esami. Siamo passati attraverso il consulto psicoanalitico e
neuropsichiatrico in supporto alle indagini precedenti, affrontando la nuova valutazione per i test riguardanti il linguaggio e abbiamo ricevuto la relazione  finale contenente il risultato dell’analisi.

Alla fine si trattava di una sovrapposizione di varie intolleranze in individuo ansioso, ma il resoconto della strizzacervelli ha scoperchiato un  vaso di Pandora. Mio figlio era solo, solissimo. Solo da far paura. Ce ne siamo resi conto? Non così tanto prima dell’analisi.
Se hai la parlata lenta sei uno sfigato, se poi non ti conformi agli standard di base è chiaro che sei fuori. In quinta elementare in certe  classi se non hai telefonino sei impresentabile. Si può chiedere a un bimbo di essere un eroe e di resistere alla pressione del gruppo in nome dei sani principi dei genitori? Non so fino a che punto.

Abbiamo parlato tanto con le maestre, con la psicologa, con i genitori del maschio dominante che lo perseguitava (e che poi, cerchiato da più  fronti, ha lavorato per cambiare atteggiamento). Abbiamo parlato tanto con nostro figlio.
Ora sta meglio, molto meglio, ma se vede le sue foto degli ultimi giorni di scuola distoglie lo sguardo, non vuole tornare indietro.
La struttura che si forma in classe tra i maschi è molto simile ad un branco. C’è il maschio dominante, ci sono i suoi gregari, alcuni per amicizia altri semplicemente servi, gli passano la merenda e gli fanno i compiti pur di star nella muta. Se sei fuori sei un bersaglio.
Ma come, nella classe andavano d’accordo qualche anno prima! Appunto, era qualche anno prima, prima degli ormoni e della preadolescenza, e della pressione sociale delle ragazzine più sviluppate che si contendono i maschi dominanti. In fin dei conti siamo animali.

Il massimo è stato vedere il disegno fatto da mio figlio brandito dalla psicologa. Lui solo davanti alla televisione. Ci riferisce che quando  l’ha disegnato piangeva tutte le lacrime che aveva in corpo. Mentre me lo annunciava la mia poltrona sembrava di gelatina, mi sembrava di  scivolare in un baratro, ma nel baratro ero già da molto.
Avevamo fatto tanta fatica a invitare certi compagni, alcuni che sembravano andar d’accordo con lui trovavano sempre una scusa per non venire a giocare. Poi mio figlio ha smesso di chiedere di ospitare qualcuno per il pomeriggio. Passavano le date dei compleanni a cui di solito era invitato, ma gli inviti non arrivavano più e lui si rinchiudeva sempre di più a riccio, lui col suo mal di pancia continuo. Conoscendo il suo carattere quando sta male diventa musone e tagliente, anche lui aveva la sua responsabilità nel vuoto che si era creato attorno.

Cosa hanno lasciato questi ultimi mesi? Polvere.
Lui ora è più sereno, gioca con una sua amica che ha gli stessi suoi gusti e ha il famoso telefonino che, in qualche modo, l’ha reso più sicuro di sè.
Arrivano le medie e per nostra fortuna le classi si rimescolano, e l’Ex Piccolo perde quasi tutto il gruppo dominante.

Dopo il ritardo del linguaggio per cui ha fatto terapia dai tre ai sei anni  rimane qualcosa? Sì, nel nostro caso la cosiddetta normalità è comunque una somma di punteggi in cui le capacità  logiche compensano largamente le capacità di ascolto. Rimane una fatica nel concentrarsi sulla voce dell’altro, fatica che rende insofferenti.
Rimane un linguaggio più povero su cui lavoriamo costantemente, che non farà di lui un letterato… Ma del resto sono tanti i campi in cui ci si può scoprire bravo. Rimane l’ansia di dover dimostrare che si è bravi, perché anche se non si ha la favella sciolta si hanno tante altre capacità.  Rimane  un filtro delle persone che stanno intorno, resta accanto solo chi sa andare oltre l’apparenza.

Attese

Del parquet con tavole larghe e chiare, muro grigiolino e porte d’epoca verniciate di bianco. Ai muri stampe sgargianti di adolescenti viaggiatori.

La mia vita di queste ultime tre settimane è una sala d’attesa. Oggi perlomeno è un’attesa lieta, il colloquio per semestre all’estero del figlio Grande. Tutto il resto del tempo, a parte lavoro e famiglia, è stato impiegato utilmente per capire qual è la causa dei dolori addominali del mio secondogenito, l’Ex Piccolo di dieci anni.
Sale d’attesa in ospedali, in laboratorio di analisi cliniche, in studio ecografico, dal pediatra, tranquillizzanti scale di grigi o baldanzosi giallini.
Stai lì e lentamente ti decomponi.
Mi par di capire che la medicina si fa a statistiche. Un tempo ti piegavi in due dal mal di pancia ed eri subito operato di appendicite, ora se ti accasci ti propongono immediatamente un mese di dieta senza lattosio e tutti i marker della celiachia. Evocare una possibilità di infiammazione dell’appendice viene visto come quantomai sconveniente o terribilmente démodé.
E intanto la febbricola non lo molla e sempre più sovente s’accascia, il mio tenero ragazzino. Il lato positivo è che per farsi perdonare le assenze da scuola, visto che il senso di colpa striscia in lui comunque, accetta di buon grado le letture che gli propongo. Per quanti volumi andremo avanti prima di scoprire la natura del suo mal di pancia? Si accettano scommesse.

Incredibilmente le attese notturne, che la Minima s’addormenti, si stanno riducendo. Stiamo difatti raggiungendo la ragionevolissima mezzanotte. Niente più programmazione notturna di cartoni animati perché a restare al piano di sopra si risvegliava tutta casa. Niente più casa delle api e teletubbies ripetuti due volte. Addio puntate storiche della Pimpa alle due e mezzo del mattino. Benvenuto sonno!

Spunti

La mia piccola di due anni si fa i selfie. Ha imparato a far partire l’applicazione dal mio telefonino, sbloccando la schermata di blocco e avviando la fotocamera.  Non che sia troppo presa da se stessa, anzi, le piace includere altri in questi suoi scatti: talvolta me, a volte il fratello di mezzo e spesso il mio seno che ancora le da conforto e (poco) nutrimento. Senza malizia. E sì,  devo dire, il mio seno è sfatto ma teneramente fotogenico.

Quando vedo mia mamma spesso la interrogo sulle chiacchiere presso gli altri parenti, non che mi piaccia spettegolare… Sì, va bene un po’ di curiosità talvolta c’è… Soprattutto per sapere su cosa si infiamma la famiglia lontana, il ramo che si è sempre posto come buona borghesia della città di provincia (mentre noi eravamo gli eretici, quelli che erano partiti tagliando i ponti). Dicevo, l’argomento era una nipote molto autonoma: ha fatto l’anno all’estero alle superiori e ora ha iniziato una bella vita da universitaria fuorisede, insomma abbastanza per sbancare il mio personale capitale di simpatie, io per una tipa così ho un debole. Si mormora che lei si stia lasciando con il suo amore bancario (ma dai) e che la famiglia tifi per un pretendente bancario (pure?) ma direttore. Quanto siamo lontani da Austen proprio ora nel 2016? Dove son finiti gli studenti universitari interessanti e seducenti con le stanze che sanno di incenso e di scarpa da tennis? Ma soprattutto, io e mia madre, quanto siamo langues de vipère? 

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Vipera. Foto tratta da Wikipedia.

Portali per altre dimensioni

Alcune volte ho l’impressione che il nostro salone sia una sala d’attesa di uno strano aeroporto, dove ogni uscita è un portale per altre dimensioni. 

Il mio compagno viaggia per altre dimensioni sul suo compute  Al suo fianco il Grande, l’adolescente tenebroso, anche lui perso altrove dietro al suo schermo. Alle loro spalle l’ex Piccolo, ragazzino di dieci anni, con cuffie fluo, è quello più ondivago, un po’ viene assorbito dal suo portale, un po’ torna a trovare me e la sorellina, a giocare sul divano, a beccarsi qualche sequenza di Masha e Orso o di Peppa pig.
Io e la Minima stiamo lì a giocare nel mondo bambino e ad aspettare finestre temporali in cui gli altri si trovano tutti nella stessa nostra dimensione.
Tutta invidia la mia, direbbero.
Perché non posso permettermi di farmi assorbire dal mio smartphone micro-portale.

Thank you for the music

Un Grazie va a Paluca, Torretta e Viola che hanno accolto una Soleil randagia per Milano, in sbornia di troppo lavoro, e l’hanno fatta sentire in famiglia, davvero. E’ stato davvero bello il tempo con voi.

Un Grazie va alla mia compagna di merende Agrimonia che ha fatto la spia, e che se fossimo state in condizione ci saremmo viste, sicuramente.

Un Grazie va a tutti voi che continuate a passare su queste pagine anche se Soleil non ha avuto modo di rispondere ai commenti, o di dare aggiornamenti sensati, o di farsi viva perché è in modalità di lavoro 24/7

Da youtube: Amanda Seyfried, Thank you for the music

Lista

Tempi confusi, mille impegni che ti prendono, ti travolgono, ti trapassano come frecce.

Concentrazione da tenere a tutti i costi, aggrappandosi al filo di volume della musica in cuffia, il mio “non vedo non sento non parlo” lavorativo, il mio collimatore d’attenzione.

Se esci presto da lavoro sta già facendo buio, e ti ritrovi a traversare un bosco mentre la notte scendeva stellata stellata, con canzoni in testa e l’occhio vigile per evitare cervi che attraversano all’improvviso.

La catarsi in palestra:  trovare la grinta nel sudore, liberar la mente da mille punti in sospeso o almeno accantonarli fino all’indomani.

Trovare spazi per ognuno della famiglia, stanze mentali per un racconto individuale, senza voci sovrapposte. Districare le parole per godersele, stufi di intrecci di discorsi e di toni che si levano per sovrastare gli altri.

I figli, poi: occorrerebbe un’espansione del tempo per capire meglio i loro umori, e essere presenti per ogni loro moto verso di te. Capire i loro cambiamenti.

Aver bisogno di tempo per questioni poco serie. E di silenzio. Anzi no, ancora di musica.