la punzonatrice

Alcune volte mi sembra di far parte di uno strano reality in cui ti danno sempre nuove cose da affrontare, giusto per vedere se annaspi o galleggi. Normalmente i reality non mi piacciono, qui sono in ballo e mi dimeno, in qualche modo.

La nuova prova si manifesta con qualche numerello starato su una curva, e viene descritta in due parole: diabete gestazionale.  Ciò comporta sorvegliare tanto l’alimentazione quando la fame del settimo mese ti divora e ti rode, ma per fortuna a questo stadio niente buchi di insulina. Però una macchinetta chiamata glucometro deve diventare il tuo migliore amico due ore dopo i pasti, e dalla cifra che leggi nel display dipende la tua indipendenza dalla signora endovena.

Ok, tutto normale. Di sangue, o meglio del mio sangue, sono abituata a vederne, una punturina nel dito ogni sei ore che sarà mai. Una passeggiata di salute.

Peccato che il glucometro non funzionasse a dovere, per cui lo schema all’ora della rilevazione era il seguente: mi punzono uno due tre quattro cinque sei volte, per leggere i messaggi del display “troppo poco sangue”, “controllare il manuale”, “valore non valido”… Mancava la scritta “sbarcano i marziani” e le avevo lette tutte oramai. Poi arrivava, come per magia, un valore. Irrealmente alto. Da farti sobbalzare sulla sedia e avere incubi di endovene di insulina. Esci a tappo di gazzosa per recarti in parafarmacia, dove immoli il tuo indice a un pungidito che ti fa rimpiangere amaramente quello del tuo sciocco di glucometro. Ma la tranquillità di un valore corretto e nei limiti non ha prezzo: benvenuto livido da polpastrello, la mia glicemia è normale, sappilo.

La felicità ora ha la forma di un glucometro cambiato, funzionante. Con me che punzono un dito a caso allegra dopo i pasti, e leggo pimpante il numerello.

Da youtube: The Beatles, Happiness is a warm gun

Temporeggiamento, esiti e il due su due

Le vacanze passarono in fretta.
Prima la Regione Parigina a passo lento, con la pancia dolorante dopo l’amnio e dormite fino a piena mattina nel fresco estivo. Poi il Nord ai confini col Belgio col sorriso e il caldo abbraccio di amici, a non pensarci  troppo, a cementarsi lo stomaco di Welsh incandescente e patatine, da digerire con soddisfazione nei tre giorni seguenti. Una sbirciata alla costa alta tempestata di fortini militari, a veder la Manica grigio metallo e a passeggiare su sentieri tra erbe alte battute dal vento. Poi fu il Belgio del sud, le sue alture verdeggianti e le sue gole, antiche fattorie perse in mezzo al verde e salsa Archiduc che te la potevi mangiare al cucchiaino.Il Lussemburgo invece fu rapido e nervoso, gli occhi incollati al telefono in attesa di una chiamata dell’ospedale. Pioveva e faceva bello nel giro di mezz’ora. A Nancy era sera, e quindi spensierata. La sua bella piazza, il ristorantino nella via laterale, era bello davvero. Eravamo in mezzo al nulla quando la telefonata arrivò, un paesino con sette case quattro abitanti e dieci mucche, e un bar di antica foggia in cui l’ultima scorta di caffè era stata approvvigionata  nell’Ottocento o giù di lì. Il liquido nero sapeva di stantio, e la telefonata la persi, purtroppo. Inutile chiamare dopo, era già l’ora del fine turno per quell’Ospedale. Poi fu Troyes con il suo centro medioevale, era buio, e decidemmo di dare tregua ai pensieri in un’ottima osteria. L’indomani richiamai e risposero, concordammo un’appuntamento, l’infermiera disse lieve che l’esito era tranquillo, ma i dettagli sarebbero stati comunicati di persona. La Regione Parigina ci riaccolse per gli ultimi giorni, e fu già il tempo di partire.

L’Ospedale 1 e la diagnosi prenatale dei grandi numeri, mattina del giorno X.
La sala d’aspetto era un girone infernale. Piena all’inverosimile. All’accettazione c’erano due infermiere, quella depressa che conoscevo già, che faceva filtro sulle pazienti ripetendo disperata “non c’è posto non c’è posto” anche quando qualche appuntamento libero c’era, e un’altra che ancora non avevo qualificato. Presi l’iniziativa e consegnai l’impegnativa alla seconda infermiera, e lei mi intimò di aspettare in sala d’attesa. Girone infernale, poche sedie libere, il dottore chiamava altri nomi. Passò mezz’ora, e un’altra , e un’altra ancora. A mio avviso il medico aveva già chiamato l’elenco telefonico di un paese di media grandezza, ma il mio turno non arrivava mai. Presi l’iniziativa ancora una volta, e andai dalle due infermiere per chiedere quante altre persone c’erano davanti a me per la consulenza genetica breve e il ritiro del referto, d’altronde non avevo avuto il tempo di fare colazione e volevo sapere se avevo il tempo di prendere qualcosa al distributore automatico. La seconda infermiera, quella non ancora qualificata, negò di avere preso la mia impegnativa, ed in lista non risultavo proprio.  La prima infermiera, quella depressa (e forse depressa perché era l’unica efficiente) prese a cuore la mia situazione, e scoprì l’inghippo: la collega, invece di mettere l’impegnativa nel mucchio delle persone da chiamare, l’aveva rinchiusa in un cassetto. Mi consigliò di andare a prendermi quel caffè, che poi sarei stata chiamata. Al distributore sembravo ebete, piangevo come una fontana per la rabbia d’aver buttato al cesso un’ora e mezza. Per fortuna dopo m’hanno confermato che la bimba è sana, e quello basta.

L’Ospedale 2, quello universitario, e l’ecografia morfologica, pomeriggio del giorno X
C’erano poche pazienti ad aspettare nel corridoio per l’ecografie. Le altre erano in fila per le urgenze ginecologiche, sfilavano via a ritmo sostenuto. Caspita che fortuna, mi dissi, siamo solo in due ad avere l’appuntamento per le quindici. Una dottoressa prese le impegnative e ci chiese di aspettare. Passò una mezz’ora, e poi un’altra. Tutte le dottoresse delle ecografie stavano a parlottare chiuse in una stanza, e noi lì a far la muffa. La mia collega d’attesa, che sembrava in ottimi rapporti con la dottoressa, bussò a la porta per chiedere una ragione del tanto ritardo. Ascoltai la spiegazione, data a voce bassa dalla dottoressa “Il responsabile, il Professore, è a pranzo fuori. Se arriva per le quattro e mezza siete fortunate.” Dopo solo un’ora e un quarto d’attesa il Professore fece la sua comparsa in scena, entrando trafelato nel reparto. Indossò il camice, ci mollò a delle specializzande (già presenti dalle quindici), e tutto prese il via con professionalità. Tutto bene, e anche qui sospiro di sollievo.

Ma in due casi su due, una domanda sorge spontanea: il tempo del paziente, anche in presenza di ritardi noti, è considerato quanto il due di picche?

In batteria

Ore sei e cinquanta. La porta blu si apre e la sala d’attesa è già piena, ranghi stretti di sedie e esseri umani, tutti schierati, tutti pronti ai blocchi di partenza. Per attraversare lo stretto passaggio fra le file e sedersi occorre far scostare quattro persone. Tutti imbarazzati, tutti in attesa corale, per lo più coppie, per lo più donne dal ventre arrotondato. Poco prima nella strada albeggiava, quante luci sul mare.

Ore sette. L’ostetrica appare un uno stretto gabbiotto, la fila davanti immediatamente si forma. E’ una bella signora, velocemente assegna numero e colore alla pratica medica a cui si è candidati. Di nuovo sedie strette, di nuovo attesa, inizia la tombola: chiamano per numero e colore, e tutti si tace, tutti si attende, ognuno nella sua solitudine.

Ore sette e trenta. L’ostetrica chiama l’otto blu. Vado con il mio raccoglitore pieno di esami clinici, serve per l’accettazione. Un rapido scartabellare per cercare tutti gli esami necessari. Panico, l’ostetrica dice che ne manca uno, e vai entrambe a cercare, i nasi immersi nel faldone… Trovato, sospiro di sollievo. Formalità burocratiche, uno sguardo rapido al materiale della malattia ereditaria, e poi di nuovo sedie in sala d’attesa, grazie la chiameremo, si accomodi.

Ore non le so più, non le voglio guardare. I mariti leggono o si danno all’enigmistica, le mogli friggono nella loro attesa. C’è chi smanetta col telefonino, chi chiacchiera, chi tiene d’occhio la sala e i numeri della tombola, visto che continuano a chiamare senza soluzione di continuità. La gente continua ad affluire nel dipartimento, subito differenziata in nuovi numeri, nuovi codici, nuovi colori. Brusio crescente.

Ore otto e venti. una dottoressa con i capelli alla Candy Candy chiama il numero otto blu. E’ gentile, le racconto che ho una fifa blu, appunto come l’otto. Mi spiega cosa andremo a fare “Questa è solo l’ecografia per la preparazione, poi nell’altra sala le faranno una nuova ecografia per il posizionamento.” Inizia a muovere la sonda e a prendere misure del feto, mano esperta e rapida occhio concentrato e silenzio. “Scusi, mi può dire il sesso del bambino, sono davvero tanto curiosa.” Fermo immagine. “Signora, guardi, è una bambina, si vede chiaramente in questa immagine.” Una lacrima scende, sono un po’ meno contratta ma solo un poco.

Ore otto e trenta, di nuovo in sala d’attesa. Sedie quasi tutte occupate, brusio di fondo sempre più alto. Chiamano numeri. Alcune pazienti arrivate poco prima si lamentano perché sfilano molti più numeri blu che d’altri colori. Non le rispondo, ma in cuor mio so che il blu di amnio e villo qui vale quanto la business class, e sorrido. 

Ore nove e quindici, una ostetrica chiama l’otto blu. Uno sguardo d’intesa scambiato col mio compagno, silenziosa e assidua presenza giocante a sudoku, e riparto nelle viscere del dipartimento. Vuotamento vescica richiesto e ottenuto nel bagno del corridoio. Poi la sala verde, una dottoressa con i capelli corti e due altre vicino. Mi spiegano la procedura e mi fanno sdraiare sul lettino. “E’ contratta, è sempre così?” “Solo quando sono molto tesa.” Mani sotto l’addome, qualcosa viene poggiato sui piedi. “Ora passiamo alla disinfezione della zona” Tampone rosso strofinato. “Sentirà freddo, è il gel dell’ecografia di posizionamento.” La sonda si poggia. “Ora non guardi lo schermo, so che lei vorrebbe vedere il bambino e stiamo guardando altro. Stia rilassata, scegliamo il punto.”  Bruciore verso l’ombelico. Continuano a farmi domande e a dire respiri. Ho un ago piantato nell’addome e non ci devo pensare. Dove è il filo logico? Devo rispondere a quel che mi chiedono. Il bruciore cessa, continuano a parlarmi, mi mostrano molto vicino al naso la provetta con il liquido amniotico perché io confermi il mio none e la mia data di nascita. Sembra chiara d’uovo ma è meno denso, mi farà impressione spaccare delle uova, almeno per un po’. “Apposto, si può rialzare.” Non ci credo, è fatta. Le ringrazio, mi immaginavo molto peggio.

Ore nove e venticinque. Mi portano in una saletta con due letti e otto sedie. Altre ragazze che hanno subito lo stesso trattamento sono lì, una sola ora d’osservazione, piccolo Purgatorio prima di riguadagnar l’uscita, la libertà e tutto il resto. Ho due compresse da inghiottire per far rilassare il mio utero in marmo di Carrara. C’è chi racconta, chi ascolta, chi chiacchiera animatamente. Se ne sentono di storie, la donna eroica che ha lasciato il suo ex violento che le ha anche bruciato il negozio, e ora è felice e piena di debiti ma dice che le rate finiscono un giorno ma la sua vita continua. La donna portatrice di un male severo, che teme che il figlio nel grembo sia condannato perché anche il marito ha il cromosoma maledetto. E davanti a storie così ti dici che il mondo è pieno di persone straordinarie, con una forza da giganti, e nessuno lo verrà mai a sapere. Perle nascoste.

Ore dieci e trenta: otto blu, è l’ostetrica dell’entrata che chiama per le dimissioni. Un in bocca al lupo veloce a tutta la comitiva, e via con le ultime scartoffie prima dell’uscita. Fuori c’è un sole accecante, ho il passo incerto e la testa che gira ma è finita. Per gli esiti, sarà un’altra storia.