Così lontana così vicina

In questo periodo mi sono parzialmente allontanata dal blog, dallo scrivere, dal commentare: troppe ore al computer, lavoro che assorbe molto tempo, questioni di contorno che a vari livelli richiedevano un mio coinvolgimento davanti allo schermo, bisogno d’ora d’aria, di confidenze con i figli, di chiacchierate col mio compagno di vita, di qualche serata tra amici.

Ma a mio modo vi ero vicina. Vi ho sempre letto, spesso di sfrodo da altre postazioni nei cinque minuti di pausa, talvolta la notte prima di spegnere, o nel breve lasso di tempo tra due diverse attività a casa. Ma lo scrivere spesso non veniva. 

Eppure ne avrei di faccende da raccontare, del Grande che socializza con i nuovi compagni, di Monello Occhi di Giada che si è unito a noi nelle arti marziali, del Piccolo e delle sue passioni per galassie lontane. Del Marito che tenta di stare a dieta, e gli vien ancora più fame. Della Soleil professionale che va dopo anni a una cena di lavoro, ed è stato simpatico ma è ben contenta di esser rientrata a casa, ché non si sente più tipa da uscite, il suo posto è altrove. Della Soleil neosportiva convertita che si sta divertendo un mondo nei combattimenti in palestra, perché in qualche raro momento è nello stato di grazia che consente di piazzare un colpo nello spiraglio libero e fare punto.

E ora torno a farmi risucchiare dal gorgo degli eventi, dal tritacarne lavorativo a cui son destinata. Vi lascio un motivetto per farvi compagnia, vagamente evocativo, di un cantante che potremmo definire buono da mordere, fate voi. Io ultimamente lo sparo in cuffia per aggrapparmi a qualcosa di spensierato.

Buona serata, ragazzi.

Da youtube: Bruno Mars, Locked out of Heaven

 

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Auguri sommersi

Sono ancora sommersa di lavoro, in questo momento ho giusto staccato un attimo, in bilico tra realtà e concentrazione sull’obiettivo.

I figli passano sconsolati in camera per chiedere “Mamma, ma hai risolto? Hai trovato la soluzione che cercavi? Hai finito e vieni a giocare?” e mi duole rispondere “Ancora no, promesso che quando finisco gioco con voi.”

Ma è così la vita in Italia di questi tempi, chi il lavoro ce l’ha fa salti mortali e rinuncia a molto pur di continuare ad averlo. Chi non ce l’ha si sbatte ugualmente e lo cerca. Altro che picky, qua ci si rimbocca le maniche e ci si straccia per portare a casa un risultato.

Per cui vi saluto, vi faccio auguri grandi come un abbraccio, e cerco di finire quel che mi rimane, i miei bimbi, mio marito, la mia vita mi aspettano tutte con le doppie frecce accese, per dire “Ci siamo ancora, appena puoi ripartiamo” attraverso questo 2013 che ad alta velocità ci viene incontro.

Auguri a tutti!

 

La scadenza

Come a molti capita nella vita lavorativa, esistono momenti particolarmente pregnanti in cui è necessario uno sforzo supplementare per onorare una scadenza.

Talvolta addirittura accade che il Fato o Chi Per Lui somma le incombenze, le moltiplica, ne fa prodotti notevoli e fattoriali, e alla fine ti ritrovi sotto un’ondata di incombenze che sa più di tsunami, l’unico è cercare di portare tutto a compimento e salvare la pelle, non importa quante ore extra sarà necessario destinare.

I primi giorni sono un circolo virtuoso, idee su idee, pensieri produttivi subito convertiti in azione, quattro ore di sonno e non sentirle, completamente presi nel delirio lavorativo, occhio invasato da Giovanna D’Arco e mani febbrili. Si costruiscono impalcature di cattedrali, tutto uno sforzo verso l’alto.

Lentamente, con il passare dei giorni a questi ritmi, lo sguardo diventa fisso, le idee scorrono più lente, si fanno piccoli sbagli stupidi, inizia a subentrare l’apatia verso tutto, una lieve sensazione serpeggia che non ce la farai mai, non ce la puoi proprio fare. L’universo intero è rallentato e viscoso mentre tutto attorno a te piovono impegni inimmaginabili, e devi continuare a correre e portare la fiaccola in una notte lunga e nera.

E’ tempo di mollare solo per una sera, di provar a prender sonno davanti a una tazza di vin caldo cercando di trovare lo spirito dell’invasata, della folle costruttrice di ponti sull’ignoto.  Serve riorganizzare le forze, tenere duro l’ultima settimana e far meta finalmente, ancora sette giorni di apnea e assenza, e onoriamola questa benedetta scadenza!

Dedica

Per te che corri da mattina a sera, senza mai fermarti.

Per te che in un nanosecondo devi trovare una soluzione, un incastro per un impegno improvviso, e vagli cinque soluzioni allo stesso tempo per poi scegliere una sesta in cui farai i salti mortali.

Per te che ascolti e parli con i figli mentre stai portando avanti altre quattro cose, ma il tempo d’ascolto che stai dando è schietto e sincero.

Per te che scrivi a mezzanotte sul blog, perché non hai avuto tempo e fiato durante la giornata, fatta eccezione per qualche sbirciatina alle pagine degli amici.

Per te che fai una vagonata di chilometri avanti e indietro nel tempo libero, unico modo di trascorrere qualche ora tranquilla con le persone che ami.

Per te che fai otto ore  o dieci a lavoro, e quando torni a casa devi mostrarti disponibile e attenta perché sono i momenti migliori con i tuoi bimbi e non te li puoi perdere.

Per te che fai la doccia la sera, perché sai che dal primo attimo dopo il suono della sveglia sfrecci a velocità supersonica e crei l’onda d’urto attorno a te.

Per te che mangi il panino davanti allo schermo in modo da portare avanti i tuoi compiti ché di lavoro da fare ce n’è per tre.

Per te che “se non faccio io anche questo nessuno mi sostituisce”, ed è vero.

Per te che “non c’è problema mi arrangio”, anche se i problemi sarebbero tanti e ti si strozza la voce in gola solo al pensare di elencarli.

Per te che fai la spesa alla chiusura del negozio perché avevi promesso di fare quel piatto speciale, e anche se la voglia è zero e il tempo si trova difficilmente mantieni quanto detto.

Per te che sogni mentre corri,  e corri anche mentre sogni.

Non smettere di correre. Io corro con te.

Da youtube: Thomas D and Franka Potente, Wish

[colonna sonora del film Lola Rennt (1998)]

Sandokan

Ero quella che da bambina sognava di esser Sandokan, di avere vita avventurosa, amicizie forti e un grande amore. Sì, proprio Sandokan, mica Marianna: non avevo la vocazione dell’infermiera che mette le pezze bagnate sui muscoli del suo fuorilegge preferito, e quello della principessa o equipollente era un ruolo che trovavo stretto, strettissimo.

Forse sentivo già nel petto che non sarei mai stata la bonazza di cui l’eroe cade innamorato dopo aver scambiato un solo sguardo.

Forse avevo bisogno di più adrenalina dalla vita e il fatto di aggirarmi con scimitarra nella giungla mi garbava, il che, visto da una figlia unica studiosissima e ben poco disinvolta dal punto di vista fisico, aveva del paradossale.

Forse avevo un pelino d’innamoramento platonico per l’amico Yanez, che vedevo da pari come compagno di gesta.

E poi, diciamocelo, quella poveraccia di Marianna fa pure una morte non strepitosa.

Il tempo è passato, e di Sandokan ho molto poco: forse i colori e il capello incolto, non posseggo il praho parcheggiato in giardino, mi fanno piuttosto schifo le blatte e molti altri animali che immagino nella foresta della Malesia, non amo le armi da taglio. Ecco, l’unico filone che mi porta all’azione è la mia frequentazione bisettimanale della palestra di arti marziali.

Però quando vedo mio marito che da solo si stira l’abito per la trasferta di lavoro, e se gli propongo una mano mi risponde “sei la mia compagna di vita non la mia serva.”, ecco, in quel preciso momento sento di aver sposato Yanez. Felicemente.

Omissis e attimi immensi

Sappiatelo, vi ho risparmiato.

Vi ho graziato di un post piagnone sulla crisi, sulla mia regione messa a terra e sul mio scranno che comincia a tremare, per cui l’unica soluzione è non giocare a farsi paura, chinare il capo e lavorare con il doppio della lena. Per fortuna esiste il bellissimo tasto save draft, il ripostiglio delle bozze dei post scomodi che vengon scritti per liberarsi dalle ombre lunghe. Benedetto quel ripostiglio, mai fu più opportuno, perché era un post che rattristava a largo raggio, anche gli ornitorinchi, e ognuno in questo frangente ha le sue grosse grane.

Vi voglio però raccontare del Grande che, in opere e attitudini con omologhi di scuola, riconosce nel Piccolo una matrice comune, stesse situazioni e stessi comportamenti: “Mamma, sembra che abbiano plagiato la storia e che abbiano cambiato solo i nomi.”

Desidero anche narrarvi del Piccolo, che fa tanto lo sdegnoso “Mamma io non voglio andare a scuola, vorrei andare con te in un posto pieno di neve dove non c’è la scuola. Anzi no, meglio l’oceano…”  e poi in classe ci va e fa le corse per essere il primo, davanti agli altri. E poi ride divertito quando le maestre gli dicono che è un matematico e un furbillo, perché  dice i risultati nel momento in cui scrivono le addizioni.

Mi fa altresì piacere dirvi del fatto che siamo in tre pollastre mature in palestra a fare taekwon-do. E che il maestro mi sta insegnando a dare i calci secchi, e torno a casa con la testa libera di pensieri.

Gioisco anche nel confidarvi che in barba al fatto dei ragazzi che non riescono a darmi del tu perché mi vedono anzianotta, mio marito  talvolta mi guarda come se fossi una dea, e questo è il miglior antidoto alla crisi dei quaranta prossimi venturi su cui vacillo per ventitré ore al giorno, festivi compresi.

E voi, quali son le piccole cose che vi fan caldo al cuore nell’incertezza del momento? Se vi va scrivete, che ci si scalda a vicenda.

Un bacio.

 

Ritorno

L’aereo era carico, gremito di vacanzieri di rientro dalla loro incursione parigina. Erano quasi tutti italiani. Pochi francesi si mimetizzavano dietro guide turistiche e cappelli in stoffa calati sotto le sopracciglia. Gli altri parlavano parlavano, dal loro continuo chiamarsi si intuiva il fatto che non viaggiassero spesso.

Il silenzio arrivò finalmente al decollo, o meglio la sordina fatta di bisbigli che rende la permanenza in cabina più piacevole, ma al posto delle voci per una strano concorso di cause buona parte dei passeggeri cominciò a dar sfogo alle proprie flatulenze. Brusca variazione di pressione? Cattiva tolleranza del cibo parigino per gli intestini presenti? O del fast food piuttosto?

L’aereo saliva nel cielo e ormai puzzava, l’aria condizionata era a manetta e dieci minuti dopo rimaneva sempre l’eco di quella flatulenza di gruppo, un odore di frigorifero con qualcosa di marcio dentro, da boccheggiare alla ricerca di aria pulita. E mentre i bimbi, la testa china sulla loro console completamente immersi nel gioco, non davano il minimo segno di fastidio, per evadere dal malessere  sgranavo mentalmente le parole della canzone del Pulcino Pio a mo’ di mantra, in modo che il velivolo giungesse prima possibile a destinazione, verso quell’aria tiepida all’apertura delle porte e quella terra che da molto tempo chiamo casa.

Da youtube: Il pulcino Pio