Zona rimozione

Quando ti nasce un figlio c’è un punto di discontinuità fortissimo della tua vita, un prima e un dopo. Quando sei nel dopo il prima appare una foto sbiadita, anche se son passati pochi giorni.

Come si fa a trasformare una lavoratrice compulsiva, che fino all’una della sera prima del cesareo spediva mail di lavoro, in una mamma a tempo pieno?
Prendere un esserino di ben meno di tre chili, come la Minima. Rimestare affetto, paure, fragilità e aggiungere un carico di lavoro non pesante ma costante, giorno e notte, in modo che la neomamma proceda nei suoi compiti pesante come uno schiacciasassi e completamente decerebrata da continuo jet lag.

Ah santa ossitocina, meno male che ci governi! Alla fine tutto si prefigura come un percorso della combattente, che finirà tutto in zona rimozione, felicemente dimenticato, eclissato davanti al ricordo del primo sorriso, o delle ridenti cacche giallo sole di quando la bimba sta bene.
Credevi che alla terza maternità fosse tutto più tranquillo, perché dopo due il numero di combinazioni della trama è ridotto? Povera illusa.
Tu che ti credevi la dea dell’allattamento al seno, dalle chiare fontane da cui sgorgavano rivoli di zuccherato latte…. Era grazie ai tuoi due precedenti figli, titani di dimensioni, vere pompe aspiranti dell’amore. Era grazie a loro che tutto filava liscio.
E stai lì col cuore spezzato perché la tua neonatina piange e volta la faccia con disprezzo davanti al capezzolo, ché non ha mica la forza di tirarlo il tuo latte. Non succede niente, che diamine, per fortuna viviamo in un mondo moderno con ottimo latte di formula, la bimba crescerà rubizza e sana.
Perché, vogliamo parlare anche dei pit-stop a cronometro di quindici minuti all’ospedale pediatrico, durante il breve ricovero per ittero?
Con alcune infermiere che, nella pausa allattamento con doppia pesata, ti rimbrottavano “Signora, non vede che non ha preso nulla? Al prossimo allattamento meno seno, che la bimba si stanca e altrimenti non beve il latte di formula!” E tu lì con la testa china, a svuotar le poppe col tiralatte, sperando che alla banca del latte qualcuno l’abbia utilizzato.

Ora siamo lietamente incanalati in una normalità mutevole, un continuo divenire. Dalle giornate con venticinque pasti della Minima – impossibile farle sorbire dal biberon venticinque grammi consecutivi, cadeva in sonno profondo tramortita dallo sforzo- stiamo arrivando a un numero risibile di dodici, in un continuo di allattamenti e mal di pancia.
Il jet lag permanente da mancanza di sonno persiste e mi rende difficile tenere l’attenzione per compiti complessi, perdo i pezzi, dimentico facilmente parti delle faccende da sbrigare.
Il mio compagno ha rispolverato il suo piatto forte delle ninne-nanne, la Marsigliese in tutto il suo splendore. I fratelli intonano canti inventati sul momento, giovani creativi.
Io mi contento di pezzi più sobri come Le père Ubu di Dick Annegarn. Per il resto sto bene, vesto roba sensuale quali mutande usa e getta (accidenti alle lochiazioni), pancera a fascia e eleganti calze a compressione graduata. Mi buco d’eparina, ma anche questo fra un po’ verrà elegantemente rimosso, come tutti gli aspetti non essenziali.
E sono la mamma fiera della Minima, quella che vedete trafelata con la carrozzina rossa all’uscita delle elementari, capello sparato e sorriso stravolto.
Ma il meglio deve ancora cominciare.

Alla felicità ci si abitua in frettissima quando questa si presenta.
E dopo qualche mese la bimba finalmente dorme il sonno del giusto da mezzanotte alle sette, dispensa sorrisi, non si contorce più come un verme per le coliche. E io fiorisco.
A mia sorpresa ho tagliato i ponti con il lavoro, quando ho dovuto scegliere tra perdere il latte e continuare a affrontare i problemi lavorativi in modo totalmente inefficace per la mancanza di sonno, o continuare a allattare, dormire quando posso e godermi l’astensione da lavoro secondo le leggi… Ho scelto la seconda.
Non so cosa mi aspetterà al mio rientro e temo, ma ora sono assorbita dal mio felice presente e me lo godo fino all’ultima stilla.
Incredibile, la Minima è riuscita a farmi avere di nuovo il latte copioso, attaccandosi tenacemente e vincendo le mie ritrosie. Non ci avrei scommesso due lire.
Il computer ormai lo ho raramente tra le mani, leggo placida talvolta dal telefonino mentre allatto, mite mammifera, mi abbandono agli sguardi chiari della Minima, accompagno le giornaliere peripezie del Piccolo e il suo tran tran di scolaro, raccolgo le confidenze del Grande preziosamente come se fossero le ultime, si sa il Grande Inverno dell’adolescenza è alle porte e lavori perché i ponti non saltino.
Credo che la quarantina regali consapevolezza, per le altre due maternità non mi sentivo così gioiosamente fusionale alla mia prole, smaniavo per rientrare in ufficio, non mi estasiavo per ogni piccola cosa.
Rincoglionisco fiera, me ne rendo conto.

Il Grande è ormai Actarus, capello lunghetto disordinato. Cresce alto in poco tempo, snellisce, inizia a mettere tra i suoi obiettivi la tartaruga da mostrare d’estate. Inizia a guardare i film in lingua originale con i sottotitoli e si sbellica per Sheldon e compagni.
Il Piccolo nel mezzo del cammino elementare, pieno di attività, cerca sicurezza, diffida dei compagni dai commenti acidi e lavora sodo. Continua per la tua strada figlio mio, sei nella direzione giusta, piccolo vampirello dalla pelle bianco latte.
La Minima cresce, sorride, piange poco e quando ha motivazioni serie. Pigra a rigirarsi come non mai ma piena di voglia di comunicare. Mi struggo per i suoi respiri quando dorme, per i suoi piccoli starnuti, per il modo in cui ci riconosce e manifesta la sua allegria.
Il mio compagno c’è e si vede, per fortuna. Attento e complice. Prende i carichi al rientro dalla sua giornata per regalarmi la mia ora d’aria. Sorriso bonario e mani operose quando ci vuole.
E io in tutto questo pigramente scorro.

 

Da youtube: Dick Annegarn, Le père Ubu

Annunci

Il quasi giapponese, lo chef étoilé e Minim*

Ed eccomi qui a aggiornarvi sulla nostra famigliola, dopo mesi di latitanza, stanchezza serale, nausee, accessi d’incondizionato rifiuto per la tastiera in ore non lavorative e semplice afasia.

Il Piccolo, dopo un anno scolastico intenso di odi et amo verso l’istruzione in generale con buona sorpresa finale, in queste vacanze ha preso finalmente di petto la lettura e macina volontariamente pagine su pagine. Chiaramente, per lui che partiva da un passivo di ritardo del linguaggio e da tre anni di logopedia, il primo anno da libero cittadino  (seconda elementare) è stato complesso. Doveva fissare l’attenzione su tante parole, tante forme verbali che gli erano sfuggite, e guarda caso i tempi consueti della narrazione nelle fiabe non erano mai i più banali. Lui è preciso, meticoloso, costruisce su basi solide, non gli piace sentirsi tra i più scarsi per qualcosa, ne soffre, piange perché non capisce ma per fortuna si impegna il triplo. Ma quando è interessato realmente a qualcosa la sua mente vola, apprende velocemente e stupisce le insegnanti per i suoi balzi logici. Interessato verso i viaggi e verso il mondo, di questi tempi sente la nostalgia per la sua compagna di scuola Sachiko, partita in Giappone per i mesi estivi. Nella attesa di rivederla e per pura golosità condisce abitualmente il riso bianco con salsa di soya, ribadendo ogni volta di essere quasi giapponese. Ieri m’ha chiesto di cercare su internet  un sito famigliegiapponesipuntoit  per trovare l’indirizzo di Sachiko e scriverle durante le vacanze. Beata giovinezza…

Il Grande dal canto suo, complice una fine d’anno ben oltre le umane attese nel suo primo anno di medie , ha avuto carta bianca per declinare al meglio le sue passioni. Ripartisce la sua sete d’esperienze tra canoa, cucina, Asimov e manuali per la costruzione di robot. Ho iniziato a lasciarlo solo ai fornelli dopo una panoplia di domeniche consacrate al seguito costante delle sue imprese, curando attivamente  la mia ansia di trovar la cucina leopardata di macchie di ogni genere. Devo dire che ha gusto, ha l’entusiasmo adolescenziale delle portate abbondanti e ama la presentazione curata del piatto. E mi sta realmente coccolando, facendomi riposare ogni volta che può.

Quanto alla mia pancia abitata, a Minim* là dentro che sferra colpi e manifesta la sua presenza, è una gravidanza strana. La prima pancia è una dichiarazione d’esistenza, svetta impudente a casa e al lavoro, c’è troppa gioia ingenua per nasconderla! La seconda pancia è più cauta, si mostra disillusa, in ambiente professionale sta lì a dire “ecco vedete nonostante tutto sono qui che lavoro indefessa” (forse fessa). La terza pancia, forse anche per il clima diffuso di allarme medico che accompagna la gravidanza alla quarantina, si mostra in privato e si nasconde in pubblico, vuol passare in secondo piano per mantenere il lavoro a fuoco davanti ai colleghi. E’ una pancia clandestina, perché di dire “sono incinta” prima dell’amniocentesi quasi non ne hai il coraggio, hai paura di dover dire “non lo sono più”, col sorriso smarrito e la morte nel cuore. Ma Minim* scalcia, e si sente, e sono già innamorata di lei o di lui. Per una strana combinazione d’astri mi ritrovo a triangolare fra tre ospedali e fare otto ore di lavoro nel resto del tempo, senza capo, senza meta, in balia a liste d’attesa, dottoresse dal sorriso buono e infermiere eccessivamente filtranti. Più un’ostetrica materna che mi ha adottato, vedendomi persa tra indicazioni contrastanti e direzioni sbagliate tra un reparto e l’altro, con liste di analisi fatte inutilmente per malintesi tra dipartimenti.

Ma tutto continua ad andare da qualche parte, per fortuna.

 

Nome in codice Samuele

-Piccolo, così per sapere, ti piacerebbe avere un fratellino o una sorellina più piccini di te?

– Sì, mamma. Il fratellino deve nascere il primo gennaio e si chiamerà Francesco; la sorellina invece la voglio nata il trenta giugno e si deve chiamare Chiara.

-Ma normalmente sono i genitori che decidono il nome dei figli, non i fratelli maggiori!

-Va bene, allora posso decidere il mio nome? Da grande cambierò nome, mi chiamerò Samuele.

– Ma hai un nome bellissimo, l’hanno scelto babbo e mamma per te!

-Ma è troppo corto! Va bene, allora lo tengo. Però prenderò Samuele come secondo nome, si può?

Con questo scambio di battute una frastornata e stupita Soleil annuncia, quando aveva ormai perso le speranze, il suo test di gravidanza positivo. Stiamo lavorando per farne un embrione viabile.

Vita in cucina, ovvero i miei due giovani tiranni

Ora che i ragazzi sono abbastanza grandi le mie domeniche trascorrono in funzione delle loro richieste.
Col Piccolo le attività sono più semplici, più o meno legate ai compiti assegnati a scuola. Non che lui abbia bisogno di aiuto, piuttosto di presenza. Per cui viviamo entrambi in cucina: lui fa le operazioni e io, seduta accanto, pelo patate; lui fa i pensierini e io, alle sue spalle, rimesto la pietanza nel tegame. Mi accorgo che più i suoi doveri si protraggono più cucino, rimesto, strafaccio.

Per fortuna i compiti finiscono, ed è allora che subentra il Grande. Nei suoi undici anni è in grande fase creativa, e uno dei modi per scatenarsi è mettersi ai fornelli. Allora, per fornire ali alla sua passione e fondamenti ai suoi slanci, abbiamo scelto insieme un libro di cucina abbastanza “maschio”, di un cuoco con la barba dall’occhio freddo e dal parlare spigliato. Abbiamo pattuito, con il mio bel ragazzino, l’accordo di un piatto a settimana a sua scelta la cui preparazione viene eseguita davanti al mio occhio vigile.
E’ una grande avventura che affrontiamo ogni volta, lo vedo nel pieno della sua preadolescenza, a volte sbruffone e spavaldo, a volte ingenuo e sprovveduto, ma sempre costante e meticoloso. E’ un modo per non perdere il contatto con lui, negli anni della sua grande metamorfosi, scambiando idee opinioni e affetto, tanto affetto.

Così passano le mie domeniche, tra uno spezzatino di baccalà e una monumentale zuppa inglese, e dire che saremmo tutti a dieta. Successivamente, mi godo la solitudine al momento di lavare i piatti…

Serena Pasqua o Festa della Primavera a tutti!

Di figli

Il mio primo figlio ha la frangia lunga e gli occhi grandi aperti verso il mondo. Parla tanto, ha uno spirito sagace, ride tanto e tutto il mondo intorno si illumina. Talvolta fa il primo della classe e si fa fatica a confinarlo. Ha tanti talenti, è tenace nell’impiegarli, brontola tanto se ha dei compiti da fare controvoglia, ma agisce. E’ dolce, soprattutto con me, con il padre, con suo fratello e con il suo amico, anche se sa essere smarronante e temibile con coloro che non lo prendono sul serio.

Il mio secondo figlio ha i capelli corti biondini. Prima non parlava, ora parla a voce tanto alta. Ride tanto, ama i giochi al computer, è velocissimo in matematica. Quando si offende, contro se stesso o contro gli altri, è un vero piombo, una bestia feroce, una fauve, e occorre fare sacrifizi propiziatori perché si plachi. Ha un cuore grande, ama tanto il fratello, è tenero con la sua mamma, quasi protettivo e sa essere molto attento anche col padre.

Il mio terzo figlio l’ho cercato e non arrivava. Il mio terzo figlio era un’idea che ronzava in testa e  poi uno si mette l’anima in pace e lo trova. Il mio terzo figlio non è mio consanguineo, non l’ho adottato e, cosa insolita, non è più piccolo degli altri due. Il mio terzo figlio ora viene spesso a casa, parla a voce alta, ha una risata travolgente. Gioca e cresce con i miei due ragazzi, ha conosciuto momenti tristi ma ora vive gagliardo il presente. E’ Monello dagli Occhi di Giada, il compagno del Grande; ha perso la mamma, e chi perde la mamma è figlio di tutti moralmente, ognuno deve fare la sua parte. Quanto son felice di sentirli tutti e tre lì in salone a divertirsi, i miei tre figli!

Le parole mancanti

Quando finisce la logopedia del figlio ci si dice “Che figata! Siam tornati alla normalità.”

Non è esattamente vero.

Non è vero perché un figlio che ha avuto un ritardo del linguaggio, anche se ha recuperato agli occhi dell’equipe, è un puzzle con dei pezzi mancanti. Mancano parole, concetti, metafore che magari ha incontrato in precedenza, ma allora non era pronto per coglierle, per farle sue. Mancano parole che prima non ha avuto modo e interesse di chiederti “Cosa vuol dire?”. Mancano tempi verbali, che guarda caso sono usuali nella narrazione.

A settembre la maestra di italiano era allarmata: mancano pezzi nella comprensione del testo. Scava scava, cerca di capire la cosa, noi due genitori assorti. Il Piccolo non capiva il passato remoto, si perdeva interi pezzi delle storie.

E allora vai, pane amore e verbi. Cerchiamo di rendere  il compito giocoso. Il Piccolo è un ometto sistematico, se gli dai i modi per classificare il linguaggio poi va alla grande. Un po’ di sforzo per entrare nella routine del gioco, “Ora mi dici il verbo riposarsi, passato presente e futuro”.

Il Piccolo tutto l’intuito ce l’ha per la matematica, in quello è un vero fulmine, molto avanti agli altri. Ma per il linguaggio bisogna spiegargli tutto, lui costruisce da basi sicure, non indovina, non fa neanche finta.

Ai colloqui successivi ci dicono: “La comprensione del testo è molto migliorata! Ma la lettura non è ancora fluida, bisogna lavorarci tanto. E anche l’espressione.”

Nuova sfida, nuovi partenti. Altro gioco da fare. E poi, anche l’espressione orale affiniamola.

Il Piccolo segue, a volte brontola, a volte s’offende perché lui vorrebbe essere perfetto e fare tutto con facilità, come per la matematica. E ogni volta son musi lunghi e riconciliazioni. Si va avanti a strappi, ma si procede.

Per questo, mio caro ortodontista, sospendiamo la cura. Non ce ne frega una mazza di mettergli una museruola di gomma il maggior numero di ore possibile, perché le file di denti siano splendidamente allineate. Non è il momento ora. Dobbiamo farlo parlar tanto, e andare ancora a caccia delle parole mancanti. Finché c’è forza. Finché si ha tempo.

 

Filosofia minima preadolescenziale

-Sai, mamma, ho finalmente realizzato una cosa.

– Dimmi, Grande.

-Davanti alla sconfitta, ci son tre tipi di persone…

-Davvero?

– Sì. Tre. Per i primi è facile, quelli che accettano la sconfitta e ne fanno tesoro.

– Quelli li avrei detti anch’io.

– Eh sì, poi i secondi. Anche questo è semplice. I cattivi perdenti, quelli che non accettano proprio di esser stati battuti.

– E a questo ci sarei arrivata. Ma i terzi?

– Pensaci bene. Nessuna idea?

– Direi di no. Spara.

– Quelli che non hanno neanche capito di aver subito una sconfitta. Non ci arrivano proprio, non se ne sono accorti.

….

Ohibò, ha dieci anni e già mi illustra nuovi aspetti che prima non avevo colto.

Da una parte si cresce… dall’altra mica si invecchia?