E qualcosa rimane tra le pagine chiare

Cominciare a scrivere una nuova pagina in un blog in cui non si è scritto da tanto è come arrivare in una vecchia casa in cui si è vissuto molto  tempo fa. Si arriva, ci si guarda spaesati attorno con la testa traboccante di ricordi, si inizia a spalancar le finestre per cambiare aria e in qualche modo ritrovare il filo dei momenti vissuti lì.
Mutismo come al solito, mutismo puro e duro, quando ci sono problemi ci si acciambella in posizione fetale e si aspetta che passi il tormento.
Poi passa, o per lo meno credi di esserne fuori, e cerchi di riavviare le normali attività.

L’Ex Piccolo, dicevamo, con i suoi mal di pancia e con la sua intolleranza a tutto e alla scuola. Siam passati attraverso il consulto  gastroenterologico, con la dieta ferrea da tenere, con day hospital ed esami. Siamo passati attraverso il consulto psicoanalitico e
neuropsichiatrico in supporto alle indagini precedenti, affrontando la nuova valutazione per i test riguardanti il linguaggio e abbiamo ricevuto la relazione  finale contenente il risultato dell’analisi.

Alla fine si trattava di una sovrapposizione di varie intolleranze in individuo ansioso, ma il resoconto della strizzacervelli ha scoperchiato un  vaso di Pandora. Mio figlio era solo, solissimo. Solo da far paura. Ce ne siamo resi conto? Non così tanto prima dell’analisi.
Se hai la parlata lenta sei uno sfigato, se poi non ti conformi agli standard di base è chiaro che sei fuori. In quinta elementare in certe  classi se non hai telefonino sei impresentabile. Si può chiedere a un bimbo di essere un eroe e di resistere alla pressione del gruppo in nome dei sani principi dei genitori? Non so fino a che punto.

Abbiamo parlato tanto con le maestre, con la psicologa, con i genitori del maschio dominante che lo perseguitava (e che poi, cerchiato da più  fronti, ha lavorato per cambiare atteggiamento). Abbiamo parlato tanto con nostro figlio.
Ora sta meglio, molto meglio, ma se vede le sue foto degli ultimi giorni di scuola distoglie lo sguardo, non vuole tornare indietro.
La struttura che si forma in classe tra i maschi è molto simile ad un branco. C’è il maschio dominante, ci sono i suoi gregari, alcuni per amicizia altri semplicemente servi, gli passano la merenda e gli fanno i compiti pur di star nella muta. Se sei fuori sei un bersaglio.
Ma come, nella classe andavano d’accordo qualche anno prima! Appunto, era qualche anno prima, prima degli ormoni e della preadolescenza, e della pressione sociale delle ragazzine più sviluppate che si contendono i maschi dominanti. In fin dei conti siamo animali.

Il massimo è stato vedere il disegno fatto da mio figlio brandito dalla psicologa. Lui solo davanti alla televisione. Ci riferisce che quando  l’ha disegnato piangeva tutte le lacrime che aveva in corpo. Mentre me lo annunciava la mia poltrona sembrava di gelatina, mi sembrava di  scivolare in un baratro, ma nel baratro ero già da molto.
Avevamo fatto tanta fatica a invitare certi compagni, alcuni che sembravano andar d’accordo con lui trovavano sempre una scusa per non venire a giocare. Poi mio figlio ha smesso di chiedere di ospitare qualcuno per il pomeriggio. Passavano le date dei compleanni a cui di solito era invitato, ma gli inviti non arrivavano più e lui si rinchiudeva sempre di più a riccio, lui col suo mal di pancia continuo. Conoscendo il suo carattere quando sta male diventa musone e tagliente, anche lui aveva la sua responsabilità nel vuoto che si era creato attorno.

Cosa hanno lasciato questi ultimi mesi? Polvere.
Lui ora è più sereno, gioca con una sua amica che ha gli stessi suoi gusti e ha il famoso telefonino che, in qualche modo, l’ha reso più sicuro di sè.
Arrivano le medie e per nostra fortuna le classi si rimescolano, e l’Ex Piccolo perde quasi tutto il gruppo dominante.

Dopo il ritardo del linguaggio per cui ha fatto terapia dai tre ai sei anni  rimane qualcosa? Sì, nel nostro caso la cosiddetta normalità è comunque una somma di punteggi in cui le capacità  logiche compensano largamente le capacità di ascolto. Rimane una fatica nel concentrarsi sulla voce dell’altro, fatica che rende insofferenti.
Rimane un linguaggio più povero su cui lavoriamo costantemente, che non farà di lui un letterato… Ma del resto sono tanti i campi in cui ci si può scoprire bravo. Rimane l’ansia di dover dimostrare che si è bravi, perché anche se non si ha la favella sciolta si hanno tante altre capacità.  Rimane  un filtro delle persone che stanno intorno, resta accanto solo chi sa andare oltre l’apparenza.

Lettera a una neo mamma di cesareo

Queste righe avrei voluto scriverle alla moglie di un collega che qualche tempo fa è diventata mamma. Sembrava una gravidanza da manuale: poco tempo fa la scoperta della sua placenta previa, pochi giorni prima del parto un’emorragia seguita da cesareo d’urgenza.

E’ andata diversamente da come pensavi, da come speravi.
E allora?
Non aver avuto doglie e una fase d’espulsione non ti rende meno mamma.
Anche tralasciando i dolori del post operatorio il tu infanterai nel dolore è pienamente rispettato. Molti non sapranno mai che paura hai avuto quando ti han portato all’ospedale tra fiotti di sangue. Molti non conosceranno la fatica di tenere la posizione china, tu raggomitolata col pancione, mentre l’anestesista cerca uno spazio tra le vertebre per piantare l’ago della spinale. E la nausea forte di quando un gruppo di medici e infermieri spinge forte il tuo addome contro il lettino operatorio mentre il chirurgo sfila la tua creaturina dallo stretto taglio a forma di sorriso. Molti conoscono il sollievo del primo vagito, ma non penseranno che tu non hai potuto da subito tenere in braccio il neonatino perché la valida equipe ti stava ricucendo. E non immagineranno il sollievo del primo formicolio alle gambe dopo essere stata per ore anestetizzata, e la difficoltà nel maneggiare un nuovo nato quando sei attaccata alla flebo e tutto ti duole. E se per la nascita di un bimbo si ringrazia la divinità la provvidenza e talvolta schiere di santi, val la pena rivolgere un sentito grazie a medici infermieri anestesisti caposala ostetriche–e chi più ne ha più ne metta– perché sono loro con il loro lavoro che hanno reso il miracolo possibile. Magari abbandonata al parto come madre natura prescrive tuo figlio avrebbe avuto seri problemi o ci sareste rimasti entrambi.

Per cui, se mai qualcuna ti facesse sentire inadeguata per il fatto che non hai avuto un parto naturale, rivolgi il tuo miglior sorriso di condiscendenza e goditi il tuo meritato presente di splendida mamma. Sei nel migliore universo possibile, approfittane!

Il club delle due del mattino

Benedetto sia il tempo nella sua incomprimibilità.
Perché Soleil, fosse per lei, oltre il normale lavoro e la consueta disponibilità da madre di famiglia, si butterebbe in duemila imprese, accetterebbe di prestare contributo per altre tremila e non si tirerebbe indietro per un altro migliaio di cose che magari rompono un po’ ma che lei stima di poter fare ingurgitando un quadratino di cioccolato nero per lenire la voglia di non occuparsene.
Ma per fortuna ci sono i figli a ridimensionarla: la Minima che richiede assiduità e attenzione fino a oltre mezzanotte, regalando ogni tanto dai tre ai dieci minuti liberi, complici le canzoni dei cartoni dello Zecchino; l’ormai ex Piccolo di dieci anni che scopre i suoi nuovi talenti ma ha un reale bisogno di essere incoraggiato. Il Grande dal canto suo offre qualche occhiata complice mentre macina corsi di approfondimento per le interscuola di matematica ben protetto dalle sue cuffie, anche lui Don Chisciotte in partenza verso migliaia di mulini a vento.
Il tempo rimasto per queste miriadi di orizzonti aggiutivi si colloca, per la folle Soleil, verso le due del mattino, e esso stesso, prudentemente, lavora alla decimazione dei progetti della vecchia ragazza, sicché delle millemila cose da portare avanti ne sopravvivono, sì e no, tre o quattro.
Poi, parliamone, c’è il capitolo stanchezza fisica. Quante volte Soleil piomba in sonno profondo non appena la bimba di due anni si abbandona a Morfeo? In altri casi, senza l’adeguato supporto di caffè o succo d’arancia, la sventurata inizia le sue cose per poi mollare venti minuti dopo, allibita lei stessa dalla sua poca reattività.
Insomma per starsi dietro e bastare alle sue utopie dovrebbe avere una tempra da superman in gonnella, che parte la sera a salvare il mondo e poi torna a farsi scaldare i piedini dal suo compagno. Oppure aver giornate di settantadue ore. O anche instanziarsi in più repliche e vivere tre vite. Facile, nevvero?
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Immagine tratta dal film Metropolis

Trilanci

… brutto neologismo, ma non voleva essere un post di bilanci pre o post annuali. Qualcosa di più del bilancio di un biennio, qualcosa di meno di uno ventennale.

Io sono la stessa cialtrona di prima, un po’ ingrigita un po’ sbattuta, con la pancia slabbrata a materasso dopo i tre cesarei, malgrado la tanta attivita ginnica. Decisamente poco glamour ma va bene così, strido parecchio rispetto alle quarantenni nuove single da selfie, appena affrancate da un lungo legame, di  cui il giro di conoscenze spesso mi fa dono. Conoscenze che mi approcciano e mi perdono nei flutti della vita, nella loro smania di trovare il giro di uscite esaltante e la trombata eccezionale. Io sono l’ottima confidente da spogliatoio, assorbo le loro storie e non faccio ombra. Qualche volta ci si frequenta un poco con anche molta gentilezza da parte loro, ma poi si smaterializzano al primo banano in vista.
Le amicizie rimangono, poche e centellinate,  le occasioni di vedersi son sempre meno.   
Questo capodanno ho anche tentato di riallacciare con qualcuna delle amiche del vecchio giro dell’università. Un messaggio, giusto per dare un segno di vita, un ping, presa dal romanticismo della cifra tonda… Vent’anni dall’ultimo capodanno insieme. Lo scambio è stato carino e senza conseguenze. Se va bene ci si risente allo scoccare del 2017. Tanto, siamo onesti, tra la vita professionale e quella familiare ho tempo per le amicizie intorno a mezzanotte, ora in cui gli altri per fortuna hanno di meglio da fare.

Il mio compagno è ormai una volpe d’argento, con l’essere orso tipico di certi maschi che hanno imboccato la cinquantina: la ruvidezza di Porco Rosso e uno spirito spesso ipercritico, ma oltre la spessa corteccia sa essere tenero. Lo amo anche se talvolta non capisco le sue ragioni, e immagino che per lui sia lo stesso. Crescere nella stessa direzione richiede cura e pazienza, sopratutto impegno per non perdere il contatto mentre il flusso degli eventi ci travolge. Ridere insieme a lui mi fa superare il tempo e lo spazio, annulla le distanze tra noi, come se non fossimo ingrigiti da diciassette anni di vita comune.

I figli cambiano a velocità enorme, difficile da prefigurare. L’accelerazione è tale che non è crescita, è balistica:  all’adolescenza è tale che riescono a smarcarsi, non orbitano più attorno a te, la legge di gravitazione universale li porterà lontano verso masse ben più attrattive; ti resta di star lì a guardare da lontano le loro traiettorie sperando di non perderli di vista. Ben altra roba che rincorrere la mia ultima duenne affinché metta il panno e accetti le calze coi gommini.
Mi godo il resto, il bimbo di dieci anni che ancora chiede le attenzioni della mamma, la bimbetta tiranna che mi monopolizza e mi sfianca, e guardo con meraviglia e apprensione il quattordicenne che fiero traccia la sua strada per chissà dove.

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Immagine tratta dal film Porco Rosso di Hayao Miyazaki.

Zona rimozione

Quando ti nasce un figlio c’è un punto di discontinuità fortissimo della tua vita, un prima e un dopo. Quando sei nel dopo il prima appare una foto sbiadita, anche se son passati pochi giorni.

Come si fa a trasformare una lavoratrice compulsiva, che fino all’una della sera prima del cesareo spediva mail di lavoro, in una mamma a tempo pieno?
Prendere un esserino di ben meno di tre chili, come la Minima. Rimestare affetto, paure, fragilità e aggiungere un carico di lavoro non pesante ma costante, giorno e notte, in modo che la neomamma proceda nei suoi compiti pesante come uno schiacciasassi e completamente decerebrata da continuo jet lag.

Ah santa ossitocina, meno male che ci governi! Alla fine tutto si prefigura come un percorso della combattente, che finirà tutto in zona rimozione, felicemente dimenticato, eclissato davanti al ricordo del primo sorriso, o delle ridenti cacche giallo sole di quando la bimba sta bene.
Credevi che alla terza maternità fosse tutto più tranquillo, perché dopo due il numero di combinazioni della trama è ridotto? Povera illusa.
Tu che ti credevi la dea dell’allattamento al seno, dalle chiare fontane da cui sgorgavano rivoli di zuccherato latte…. Era grazie ai tuoi due precedenti figli, titani di dimensioni, vere pompe aspiranti dell’amore. Era grazie a loro che tutto filava liscio.
E stai lì col cuore spezzato perché la tua neonatina piange e volta la faccia con disprezzo davanti al capezzolo, ché non ha mica la forza di tirarlo il tuo latte. Non succede niente, che diamine, per fortuna viviamo in un mondo moderno con ottimo latte di formula, la bimba crescerà rubizza e sana.
Perché, vogliamo parlare anche dei pit-stop a cronometro di quindici minuti all’ospedale pediatrico, durante il breve ricovero per ittero?
Con alcune infermiere che, nella pausa allattamento con doppia pesata, ti rimbrottavano “Signora, non vede che non ha preso nulla? Al prossimo allattamento meno seno, che la bimba si stanca e altrimenti non beve il latte di formula!” E tu lì con la testa china, a svuotar le poppe col tiralatte, sperando che alla banca del latte qualcuno l’abbia utilizzato.

Ora siamo lietamente incanalati in una normalità mutevole, un continuo divenire. Dalle giornate con venticinque pasti della Minima – impossibile farle sorbire dal biberon venticinque grammi consecutivi, cadeva in sonno profondo tramortita dallo sforzo- stiamo arrivando a un numero risibile di dodici, in un continuo di allattamenti e mal di pancia.
Il jet lag permanente da mancanza di sonno persiste e mi rende difficile tenere l’attenzione per compiti complessi, perdo i pezzi, dimentico facilmente parti delle faccende da sbrigare.
Il mio compagno ha rispolverato il suo piatto forte delle ninne-nanne, la Marsigliese in tutto il suo splendore. I fratelli intonano canti inventati sul momento, giovani creativi.
Io mi contento di pezzi più sobri come Le père Ubu di Dick Annegarn. Per il resto sto bene, vesto roba sensuale quali mutande usa e getta (accidenti alle lochiazioni), pancera a fascia e eleganti calze a compressione graduata. Mi buco d’eparina, ma anche questo fra un po’ verrà elegantemente rimosso, come tutti gli aspetti non essenziali.
E sono la mamma fiera della Minima, quella che vedete trafelata con la carrozzina rossa all’uscita delle elementari, capello sparato e sorriso stravolto.
Ma il meglio deve ancora cominciare.

Alla felicità ci si abitua in frettissima quando questa si presenta.
E dopo qualche mese la bimba finalmente dorme il sonno del giusto da mezzanotte alle sette, dispensa sorrisi, non si contorce più come un verme per le coliche. E io fiorisco.
A mia sorpresa ho tagliato i ponti con il lavoro, quando ho dovuto scegliere tra perdere il latte e continuare a affrontare i problemi lavorativi in modo totalmente inefficace per la mancanza di sonno, o continuare a allattare, dormire quando posso e godermi l’astensione da lavoro secondo le leggi… Ho scelto la seconda.
Non so cosa mi aspetterà al mio rientro e temo, ma ora sono assorbita dal mio felice presente e me lo godo fino all’ultima stilla.
Incredibile, la Minima è riuscita a farmi avere di nuovo il latte copioso, attaccandosi tenacemente e vincendo le mie ritrosie. Non ci avrei scommesso due lire.
Il computer ormai lo ho raramente tra le mani, leggo placida talvolta dal telefonino mentre allatto, mite mammifera, mi abbandono agli sguardi chiari della Minima, accompagno le giornaliere peripezie del Piccolo e il suo tran tran di scolaro, raccolgo le confidenze del Grande preziosamente come se fossero le ultime, si sa il Grande Inverno dell’adolescenza è alle porte e lavori perché i ponti non saltino.
Credo che la quarantina regali consapevolezza, per le altre due maternità non mi sentivo così gioiosamente fusionale alla mia prole, smaniavo per rientrare in ufficio, non mi estasiavo per ogni piccola cosa.
Rincoglionisco fiera, me ne rendo conto.

Il Grande è ormai Actarus, capello lunghetto disordinato. Cresce alto in poco tempo, snellisce, inizia a mettere tra i suoi obiettivi la tartaruga da mostrare d’estate. Inizia a guardare i film in lingua originale con i sottotitoli e si sbellica per Sheldon e compagni.
Il Piccolo nel mezzo del cammino elementare, pieno di attività, cerca sicurezza, diffida dei compagni dai commenti acidi e lavora sodo. Continua per la tua strada figlio mio, sei nella direzione giusta, piccolo vampirello dalla pelle bianco latte.
La Minima cresce, sorride, piange poco e quando ha motivazioni serie. Pigra a rigirarsi come non mai ma piena di voglia di comunicare. Mi struggo per i suoi respiri quando dorme, per i suoi piccoli starnuti, per il modo in cui ci riconosce e manifesta la sua allegria.
Il mio compagno c’è e si vede, per fortuna. Attento e complice. Prende i carichi al rientro dalla sua giornata per regalarmi la mia ora d’aria. Sorriso bonario e mani operose quando ci vuole.
E io in tutto questo pigramente scorro.

 

Da youtube: Dick Annegarn, Le père Ubu

Buon anno a voi, splendide persone

Ci siamo. 2014 suonato e festeggiato.

Il 2013 è stato per me un anno di silenzi dal punto di vista del blog, di impegno spassionato sul lavoro con molte frustrazioni, di serenità in famiglia gelosamente difesa.

E’ un anno che ha visto crescere una figlia dentro di me, incredibile ma vero, quando avevamo perso ogni speranza in merito. Fra pochi giorni dovrei farne conoscenza.

E’ un anno che ha visto crescere enormemente  i miei due figli fuori di me, il Grande poliedrico e istrionico e il Piccolo infaticabile costruttore, insieme al loro amico Monello Dagli Occhi di Giada, che ormai in qualche modo fa parte del nostro nido, della nostra famiglia estesa al di là dei vincoli di sangue.

E’ un anno in cui ho lavorato tanto su me stessa, sia sul fisico cercando di affinare l’equilibrio e rendere flessibili le articolazioni, sia sul mio io interiore, cercando di piallare le asperità del mio carattere, di diventare meno maniaca del controllo per cercar di dar fiducia agli altri. Non so se ci son riuscita ma almeno mi son messa in gioco, ed è quello che conta.

E’ un anno di continuazione, di attesa del raccolto, sperando di aver seminato più buoni frutti che gramigna.

Ed è ringraziando di tutto questo che vi porgo i miei migliori auguri di realizzare ciò che avete a cuore, splendide persone! Un abbraccio.

 

Un’ultima cosa.

Dedico questo nuovo anno ad Anna, e alla sua tersa ironia che deve andare oltre l’oblio. Ed a Angelo, Sara e Lea rivolgo un grande abbraccio. 

Auguri

E così ricompaio su queste pagine, dopo un periodo che professionalmente è stata una vera traversata del deserto, che mi ha completamente resa afona e abulica su tutto il resto. E per fortuna c’era il mio dolce compagno, il mio caldo pancione con la Minima che resisteva nel suo nido, un Grande quasi dodicenne dal lungo frangione che nasconde gli occhi e un Piccolo di otto anni e mezzo, incredibilmente protettivi verso questa mamma panciuta.

E’ questo il vero senso quando tutto ti sembra vacillare, le persone che ami, siano esse tue consanguinee o meno, la propria famiglia elettiva, che in questo caso coincide con la mia calda famigliola.

Perché dai periodi difficili in qualche modo se ne esce a testa alta, e avere solide radici nei propri affetti evita di farsi trascinare via.

Auguri a tutti.