Ripresa di contatto

Metti che ci sia una casa idonea per barbecue spaziali, affittata per un giorno per la festa del Piccolo.

Metti che sia a disposizione per l’intera giornata, e allora che fai? Non immagini carne e verdure su braci fumanti, in compagnia dei vecchi amici?

Metti che telefonare per riprendere contatto sia necessario perché qualche anno è passato, e il fatto di dover fare chiamate e non trovarteli già lì accanto alle braci ti richieda sforzi di socializzazione sovrumani. Il che ti da la misura di che orsa sia diventata con il tempo, e un pò ti fai schifo.

Metti che per una incredibile botta di culo molti accettano e non ti sembra vero, ti senti euforica e impaurita al contempo perché un contesto così meticcio non lo organizzavi da molto.

E ti senti portata indietro a mille anni fa, quando eri all’università, facevi notte tardissima e gli Elora erano un gruppo di cover che in un teatro tenda umidiccio di condensa e gremito di gente cantava questa canzone.

PS: a tutti, buona Pasqua, sperando sia stata serena e briosa!

Da youtube: Living Colour, Solace of you

Te lo leggo nelle carte

Era l’inizio degli anni Novanta, un’estate. Soleil a quel tempo passava le sue vacanze in una colorata cittadina di case vacanze in riva al mare. Avendo casa libera perché i suoi partivano altrove, conduceva la pigra vita dei ragazzi villeggianti insieme all’amica Persefone, anche lei dotata di magione in zona; qualche volta invitava  anche il suo gruppo di amici dell’Università giusto per far rimpatriate e aumentare l’entropia delle notti d’agosto.

La mattina si dormiva, il pomeriggio spiaggia bianca e tuffi in acqua di mare con la compagnia d’amici; la sera ci si incontrava in una piazzetta rettangolare con tre file di gradoni a mo’ d’anfiteatro  e dei tavolini in plastica: se andava bene si partiva alla volta del paese vicino per locali all’aperto e discoteche irrigate da fiumi di piñacolada; più frequentemente si rimaneva in piazza a intesser chiacchiere sul senso della vita (ma anche no) con improbabili turisti col gilet portato a pelle o con la camicia bianca aperta sull’epidermide color aragosta.

Persefone era la più ispirata di tutte, si dedicava in tutta spiritualità alla movida estiva, considerava difatti questa la sua vita reale  in contrapposizione alle ombre della esistenza cittadina nel resto dell’anno. Andava in cerca ovunque di segni del destino che la portassero verso il ragazzo con cui aveva mezze storie. Soleil, diciamocelo, era un pelo più cinica, per lei astrologia e affini erano solo un buon argomento di socializzazione nelle notti estive in piazza, per non parlare della lettura della mano, facile viatico per  stabilire contatto tattile con giovani festanti; lei perlomeno, pur essendo nel suo periodo sfigato di vita amorosa perché si prendeva cotte per i ragazzi più sbagliati, rimaneva un tantinello meno fiduciosa in stelle e destini.

Accadde in quei giorni che, accanto ai venditori ambulanti di braccialetti, ciondoli e di camicioni flower power si materializzò in piazza una cartomante.  Persefone fu decisa da subito, era lampante che la donna poteva avere gli elementi in mano per dipanare la sua situazione complicata. Però di farsi leggere le carte dalla tipa da sola non le andava granché, per cui ci mise un minuto e mezzo a convincere Soleil di tentare a sua volta il consulto, che si sa che all’epoca per le nuove esperienze era spesso partente. Puta caso, ospiti a casa di quest’ultima c’erano Tess e  altre amiche di facoltà, che si misero a dire – Si,si, dai dai, provate – e a fare da ottimo parterre di ridanciane commentatrici.

Persefone si sedette per prima al tavolino della cartomante. Porse il biglietto da diecimila lire alla maga che dispose le carte e iniziò a scoprirle, mentre confabulavano entrambe fitto fitto. Soleil la cinica e Tess, appostate poco lontano dal tavolino da divinazione, guardavano le due e commentavano “ma che ha Persefone da parlar tanto, il destino lo devono leggere sulle carte, mica lo deve raccontare lei!”. E ridacchiavano parecchio. Quindici minuti dopo Persefone tornò raggiante dalle altre. “Incredibile, ragazze, ci ha preso su tutto, davvero. Era tutto scritto nei tarocchi, sono contenta.”

Fu quindi il turno di Soleil: appollaiata sullo sgabello da campeggio dinanzi al tavolino da divinazione, porse il deca alla cartomante e la interpellò “Mi dica.” La maga scoprì via via le carte pronunciando con aria solenne una manciata di verità generiche a cui la ragazza rispondeva evasiva “Può essere.” Nulla di significativo, peraltro.

All’ultimo tarocco la divinatrice le disse chiaro e forte: “Te lo leggo nelle carte: sei una persona diffidente e non ti lasci andare.” Il sorriso di Soleil si disegnò da orecchio a orecchio, prima di salutare e liberar lo scranno.

Da youtube: America, You can do magic

Valore

Che valore dai a un braccio rotto?

Quello fisico, dolori prima fastidi poi, pruriti, incapacità di fare una doccia completa e non resta che lavarsi a pezzi, ti fa sentire sporco come al campeggio in una zona poco attrezzata, accampato a casa tua.

Quello della condivisione, perché ogni attività banale che facevi con due mani richiede aiuto e collaborazione. E se per alcuni aspetti mi sento sminuita e incapace, e ciò mi fa arrabbiare, d’altro canto scopro ogni volta il calore della mia famiglia, l’immensa disponibilità del mio compagno che, quando il gioco si fa duro, si fa mia estensione prestandomi le sue braccia.

Quello delle ore di lavoro perse per il progetto, che cerco ugualmente di portare avanti, fiacca come non mai, con la sola mano sinistra, gestendo tempi morti, scarsa capacità di connessione, incompatibilità di versione dei programmi e quant’altro.

Quello dell’acquisto di un software di dettatura e controllo vocale per il mio laptop, programma che va allenato, gestito, imparato, aiutato da un buon microfono (che non ho), per cui spesso capisce fischi per fiaschi, facendo esplodere risatone gratuite al rileggere ciò che da esso è stato trascritto.

Quello delle ore in più passate con i bimbi, senza fretta, senza dover ripartire.

Quello del tempo libero da sola, che mi ha riportato indietro di quindici anni e m’ha fatto rispolverare antiche passioni. Con soddisfazione enorme ed euforia da ragazzina invecchiata.

Quello dei ricordi, che con il tempo affiorano e ti stordiscono con la loro nitidezza.E basta accendere la tele all’ora di pranzo e seguire il servizio sulla morte di un grande per sentirsi trascinata indietro a nottate di studio con Smyrne, la fatica, le feste, le risate, i ragazzi, le liti scoppiate per la mia cretineria per fortuna presto ricomposte, le crostate e i caffè mentre a ciclo continuo risuonava l’album in cui era inclusa questa canzone.

Grazie Lucio.

Lucio Dalla, Tu non mi basti mai

Piccole cose

Esistono piccole cose, sensazioni, immagini che mi fanno sorridere e che richiamo alla mente volentieri.

Quando uno dei miei figli si addormenta tra le mie braccia, e sento il respiro che si fa più pesante e il suo tepore che mi scalda il fianco.

Quando poso un piccolo bacio dietro l’orecchio di mio marito che gioca al computer, e sento dai suoi movimenti che sta sorridendo.

Quando il Korma curry sfrigola nella padella insieme alle cipolle, e l’odore di spezie pervade la casa.

Quando la doccia calda stempera le fatiche di una lunga giornata.

Quando il Piccolo mi cinge con le braccia la testa e mi assesta un bacio in fronte dicendomi “Mamma, piccolina mia, ti voglio bene.”

Quando dopo qualche attività che abbiamo fatto insieme, il Grande mi dice che è orgoglioso di me, e mi fa sentire ai suoi occhi ancora intellettualmente interessante.

Quando le sere d’estate stiamo in spiaggia fino al tramonto nell’ora dei gabbiani e delle ombre lunghe, ma questo ve l’ho raccontato ancora, e ancora, e ancora!

Quando siamo in Regione Parigina, e andiamo a sceglierci i dolci da mangiare a colazione nella boulangerie vicina alla casa di Mamy.

Quando eravamo riusciti a trascinare genitori e zii a St Cloud, ricordo con divertimento quei giorni d’autunno piovosi e di vento sferzante.

Quando un amico che non vedo più da tanti anni si fa sentire al telefono, e riviene alla mente  come con il marito, da giovane coppia, dieci anni fa formavamo quasi una famiglia con quel gruppo di amici scapoli, e organizzavamo cene su cene e serate su serate…. e ora gli altri sono dispersi in vari punti del globo, caspita quanto tempo è passato…

 

 

Sulla condivisione della conoscenza

Tanto ma tanto tempo fa, prima dell’Era del Telefonino Diffuso, quando le cabine telefoniche spuntavano come funghi nel paesaggio urbano e uno poteva sparire anche un paio d’ore senza che tutti si affannassero a telefonare a ripetizione, Soleil Atena e Smyrne studiavano assieme nei grandi tavoli della Biblioteca dell’Università. O meglio, ognuna studiava le sue cose e abbandonava il tavolo per seguire certe lezioni, certa di rientrare più tardi e trovare le altre che mantenevano l’avamposto.

C’erano anche vari compagni di scialuppa che si alternavano al loro tavolo, zattera nel mare di corsi e impegni vari, ma di costoro parleremo un’altra volta.

Atena delle tre era la più artistica e modaiola,e aveva orientato il piano di studi in modo tale da avere un buon misto tra elaborati da presentare, letteratura di settore e comunicazione, cocktail in cui sguazzava alla grande. Soleil era agli antipodi come visione del mondo nei suoi anni da idealista psicorigida, uscita dalla sbornia letteraria del liceo aveva deciso di buttarsi su qualcosa di difficilmente opinabile o soggetto a mode o scuole di interpretazione, pertanto le equazioni e i numeri in genere fornivano un ottimo campo per eventualmente sentirsi dir di no agli esami su basi che lei riteneva il più possibile oggettive e condivisibili. Smyrne era una buona sintesi di queste due posizioni, eclettica come sempre.

Capitò in quegli anni che, per un corso che Atena seguiva, il professore, un rispettabile Narciso Affabulatore, alla penultima lezione disponibile fece elegantemente scivolare un libro nelle mani degli studenti della prima fila, dicendo “Tenete, passatevelo, fatevi le fotocopie, è introvabile ma fondamentale, ve lo chiedo all’esame.” Il fortunato gruppetto mise le mani sul malloppo e gli altri, tra cui Atena, iniziarono ad organizzarsi per chiedere ai detentori di malloppo l’accesso al materiale. Volle il caso che il fortunato gruppetto era formato da carrieriste che miravano a spuntare un ottimo voto dall’esame, come molti… ma la loro brillante trovata fu quella di tenerlo per sè e non passar nulla ai colleghi di corso.

Una volta capito l’andazzo, Atena, dopo aver citato il più largo repertorio mai sentito di sinonimi di peripatetica all’indirizzo delle colleghe monopolizzatrici e essersi sbattuta per librerie e biblioteche per cercar invano di trovare il testo introvabile, seduta al tavolo della biblioteca, tuonò davanti alle costernate Smyrne e Soleil: “Sapete che vi dico? Una cosa è avere il libro, un altra è saperne fare uso! Ride bene chi ride ultimo.” E così fu, in due parole Atena, una volta ricostruite in qualche modo le informazioni del libro inaccessibile, all’esame ebbe un voto nettamente migliore rispetto al gruppetto che s’era tenuto il testo per sé.

La frase di Atena in qualche modo si fece strada nella mente dell’idealista Soleil che arrivò alla conclusione “Che figata un mondo in cui l’informazione e la cultura sono liberamente fruibili, e non è il denaro, o il possesso, o l’accesso limitato al bene che le fa diventare strumento di potere.”

Ai giorni nostri, Soleil è molto felice di constatare che quasi tutti i compagnetti del Grande fanno le ricerche consultando Wikipedia, mentre ai suoi tempi lei era una delle poche in classe a possedere la vastissima enciclopedia rivestita in pelle umana costata parecchie rate e divenuta obsoleta pochi anni dopo. Lei stessa ne fruisce spesso al minimo dubbio, e se non è convinta che una voce sia esaustiva confronta la stessa voce in qualche altra lingua di sua conoscenza, e finisce per trovare le risposte che cerca.

In più, dopo aver ammorbato i suoi cari qualche anno fa con gadget e abbigliamento Wikipedia per sostenere l’associazione, una volta estinto lo shop si è convinta a contribuire di tasca a tale iniziativa, complici gli occhioni da cerbiatto di Jimbo Wales e la sua pila ordinata di ideali.

E quando ieri sulla stampa nazionale è comparso l’annuncio che ci sono abbastanza fondi per continuare tale iniziativa le è scappato un piccolo ma soddisfatto sorriso.

l’amico sofferente

Metti che, un pomeriggio, tra  il lavoro e  le peregrinazioni da Caronte che traghetta il figlio dalla scuola allo sport, ti telefona un amico che senti due volte l’anno.
Accosti la macchina al marciapiede e parcheggi per poterci parlare con tranquillita’.

Metti anche che, come tutte le due volte l’anno in cui lo senti, quando gli chiedi “Come stai?” lui ti dice “Lascia perdere, la derivata prima e’ negativa e la derivata seconda e’ ancora piu’ negativa.” E taglia ogni singolo possibile discorso sul suo stato.

Metti anche che lui abbia un lavoro consono alla sua specializzazione, pero’ nella citta’ sbagliata rispetto ai suoi sogni, distante duecentocinquanta chilometri da dove e’ cresciuto. E lui per questo si rattristi enormemente.

Metti che la morosa l’ha lasciato due anni fa, per un altro. E lui ancora ne soffre.
Chiaramente, il fatto che la morosa avesse quasi quarant’anni e volesse qualcosa di piu’ di un fidanzamento ci-si-vede-nei-weekend  e’ del tutto irrilevante. Anche il fatto che lei voleva raggiungerlo nella citta’ in cui lui lavora, e che lui  fece a suo tempo orecchie da mercante sulla cosa, e’  totalmente irrilevante.

Metti anche che un’altra Amica, amica di sempre, comune amica, non sia sempre disponibile a fare da orecchio paziente alle sue paturnie. E che il nostro Amico attribuisca talvolta alla Amica qualche colpa sul suo miserevole stato attuale. Perche’ lei non ci ha dato lezioni di inglese e lui non puo’ cambiare lavoro per questo. O perche’ forse  non ci si e’ concessa.

Metti anche che a quest’Amico ci vogliamo bene. Davvero.

Allora capirai perche’ speriamo tutti che le nubi si aprano e una figliuola tranquilla e affezionata gli caschi in grembo e gli allevi i malumori per il resto del suo transito terreno!