Attaccati il Ki

Una delle espressioni più belle insegnate dal mio professore di giapponese è la traduzione libera di ‘Prenditi cura di te’ che nella lingua di Yamato suona come 気をつけて (Ki wo tsukete), letteralmente ‘Attaccati il Ki‘. Il Ki dovrebbe essere l’energia vitale, conosciuta in altre culture asiatiche come Qi o Chi, se essa si separa dal corpo quest’ultimo si indebolisce. L’immagine che il nostro docente ci dava era quella della cintura di sicurezza, in qualche modo si raccomanda che il Ki sia ben aderente all’altrui corpo affinché la persona oggetto delle nostre premure goda di buona salute.

Ognuno attacca il suo Ki un po’ dove gli pare, alla fine. C’è chi lo lega smodatamente al lavoro alla ricerca di grandi gratificazioni, altri lo ancorano a persone, a fatti, a dipendenze. C’è chi vive con il ki attaccato alla sigaretta, essa stessa incollata al labbro, come la bibliotecaria della facoltà che benediva la sua dipendenza da tabacco perché grazie ad essa era rimasta sveglia a studiare e si era laureata da studente lavoratore. C’è chi lo cuce sui figli, poi questi ultimi diventano grandi e se ne vanno e si ritrova con il ki slegato, oppure volatilizzato e senza più energie. Ci sono quelli che lo fanno aderire a un tenore di vita, a valori materiali, a monili d’oro. C’è anche chi lo attacca alla mutanda altrui e vi lega le sue soddisfazioni. Insomma, ci sono infiniti modi di ancorare il ki altrove, devo riconoscere che per anni pure io ho l’incollato da varie parti come se non fosse mio, rischiando di mollarlo altrove e facendomi chiedere a ogni cattiva scelta “Ki me l’ha fatto fare” .

Con l’età che avanza però sto incorrendo nel problema opposto, forse. Lo allaccio troppo stretto e in più avvolgimenti attorno al corpo e non vedo quel che mi circonda e chi mi sta accanto, mi occulta la visuale. I saggi perseguono l’equilibrio nelle questioni di Ki, forse è il caso che inizi a cercarlo anche io, nuovo o d’occasione.

7 pensieri su “Attaccati il Ki

  1. ogni tanto bisogna prendersi delle pause per rimettere a fuoco le cose ed affrontarle da un’angolazione diversa, se la precedente ti tarpa troppo, perché la nostra efficienza aiuta i nostri figli. Certo i figli sono la nostra maggior preoccupazione, vengono prima di noi stesse, ma anche loro devono vivere la loro esperienza e -pur con noi vicino- bisogna che riescano da soli a recuperare la loro omeostasi. A volte è uno scompenso psicofisico in cui si rimbalza come una pallina di ping pong… Perché se imparano a gestirsi (nei limiti d’età e del cosa…) da soli, acquisiranno un po’ di autostima in più.
    Mia figlia quando sta male, preferisce che io non vada sola da lei quando sta male (ha 32 anni), perché dice che legge tutta la sua malattia nei miei occhi e veder la madre in questa emozione la destabilizza, mentre da buon Drago lei reagisce meglio a qualsiasi cosa anche da sola. Per questo quando era in ospedale avevo bisogno di avere mio figlio come spalla, che alleggeriva l’umore di tutte e due… Ovviamente per te è diverso perché il medio e la piccola sono minorenni.

    1. è difficile trovare un equilibrio in tutto ciò, cara Renata. Cerco di fare per il meglio esattamente come te a suo tempo e qualcosa sbaglio. Però sì, sto cercando di fare come consigli e sto riservando un po’ dell’energia per me, in modo da rimanere salda.

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